Umanità Nova, n.40 del 9 dicembre 2007, anno 87

Libano. Fuori dall'impasse


Giusto un anno fa, il primo dicembre del 2006, iniziava a Beirut l'assedio pacifico del Palazzo del Governo da parte di migliaia di dimostranti appartenenti al movimento sciita Hezbollah e al partito cristiano maronita "movimento dei Liberi Patrioti guidato dal Generale Michel Aoun, ex nemico giurato della Siria già esiliato in Francia durante il periodo degli accordi di Taef tra il 1990 e il 2004. La manifestazione allora si concluse con l'erezione di una tendopoli composta da centinaia di militanti che avrebbe svolto anche il ruolo di centro di coordinamento dell'azione dell'opposizione al governo filoamericano di Fouad Siniora e dei suoi alleati Drusi e maroniti.
A un anno di distanza la tendopoli è ancora in piedi e sabato scorso i leader nazionali dei due partiti di opposizione, insieme al presidente del Parlamento, lo sciita Nabih Berri del partito Amal, hanno celebrato i 365 giorni della protesta. Questa settimana, però, sarà probabilmente l'ultima di questa singolare ma efficace forma di opposizione che ha permesso di mantenere alta la tensione tra maggioranza ed opposizione nel paese evitando però la discesa nell'inferno della guerra civile alla quale il Libano non è estraneo, essendoci caduto due volte in poco più di sessant'anni di storia dal giorno dell'indipendenza.
Sabato, infatti, è diventata di dominio pubblico la notizia dell'accordo tra la maggioranza e l'opposizione sul nome del Presidente della Repubblica che verrà votato dal Parlamento in questi giorni. La contrapposizione tra il candidato della maggioranza e quel Michel Aoun, nazionalista e antisiriano fino al ritiro delle truppe di Damasco dal Libano (febbraio 2005) ma oggi deciso oppositore dell'azione congiunta di USA e Francia a sostegno del governo Siniora fino ad ora sostanziale garante degli interessi finanziari sauditi e di quelli dei palazzinari sunniti locali, che è in questo momento il principale alleato di Hezbollah, è sfumata a vantaggio del maronita Michel Suleiman, capo di Stato Maggioredell'esercito e rispettato da entrambi gli schieramenti.
Suleiman, infatti, riunisce nella sua persona le principali qualità per risultare gradito (o quantomeno non sgradito) sia ai partigiani del governo Siniora, sia a quelli dell'alleanza Hezbollah-liberi Patrioti. Il Generale, oltre ad essere cristiano e quindi eleggibile alla carica secondo la Costituzione del 1956, ha guidato le truppe di Beirut in questi anni difficili con molto senso della diplomazia e dell'equilibrio; dopo la partenza delle truppe siriane ha evitato il coinvolgimento dell'esercito nello scontro politico garantendo che questo rimanesse sul terreno dello scontro di piazza e su quello del dibattito parlamentare. Il dispiegamento dell'esercito nel Sud del paese dopo il fallimento dell'invasione israeliana dell'estate del 2006 ha contribuito non poco a rafforzare il suo prestigio in quanto comandante di una forza libanese capace di contrapporsi ai potenti vicini e, allo stesso tempo, di sostituire una milizia di partito (Hezbollah) nel compito di controllare l'area più sensibile del paese dei Cedri. L'attacco contro le milizie palestinesi del gruppo Fatah al Islam, finanziato per qualche anno dai sauditi e passato nelle file del jahidismo, all'interno del campo profughi di Nahr al Bared presso Tripoli nel nord del paese gli ha valso la fama di decisionista e di uomo d'ordine. Naturalmente la cinquantina di morti civili palestinesi e le migliaia rimasti senza tetto a seguito dell'offensiva della scorsa primavera non avranno apprezzato, ma il parere dei palestinesi in Libano è sempre meno richiesto.
In buona sostanza una scelta di mediazione capace di accontentare i due diversi schieramenti e la stessa opinione pubblica del paese, nonostante la chiesa maronita ufficiale sia scesa in campo controcorrente lamentandosi di una scelta che non la soddisfa appieno e criticando la mediazione con i partiti sciiti vere bestie nere del Patriarca filofrancese Nasrallah Sfeir, che preferirebbe un asse maroniti-sunniti con la benedizione di USA ed Arabia Saudita alla concertazione odierna che coinvolge tutti i gruppi etnico-confessionali del piccolo paese mediorientale.
Il dato interessante di questa scelta di mediazione è che questa sia maturata solo negli ultimi giorni dopo un braccio di ferro durato settimane che ha mandato in fumo ben cinque sedute già previste del Parlamento per la mancanza del quorum dei due terzi necessario per l'elezione del Presidente della Repubblica. La mediazione è avvenuta a ridosso del vertice di Annapolis e, soprattutto, della presenza della Siria a questa riunione. Tale presenza non era per nulla scontata dal momento che Damasco continua ad essere nel mirino degli USA per la sua alleanza con l'Iran, la vicinanza con la Russia e l'inimicizia con Israele. La mancata risoluzione del problema del Golan, siriano, occupato da Israele nel 1967, formalmente annesso da Tel Aviv nel 1982 e tutt'ora conteso dalle due parti, è una delle "questioni irrisolvibili" in medio Oriente. Dal punto di vista militare le alture sopra Damasco non hanno più grande importanza per Israele da quando gli USA hanno iniziato a fornire a Tel Aviv gli strumenti di spionaggio informatico, telematico e satellitare in grado di monitorare perfettamente i movimenti di Damasco. Dal punto di vista della colonizzazione questa è poco presente e, inoltre, i coloni non sono supportati ideologicamente e politicamente da un movimento della forza e della radicalità di quello dei coloni della Cisgiordania perchè il Golan non è parte della Grande Israele. L'unico motivo che impedisce la fine di un quarantennale stato di guerra tra Damasco e Tel Aviv è il rifiuto siriano a chiudere in modo definitivo con la pretesa di essere un concorrente di Israele nel controllo dell'area e nell'amicizia della Siria con la potenza regionale emergente, cioè l'Iran. Il problema più americano che israeliano è quello di condurre a ragione tutti i paesi dell'area sotto lo scudo dell'egemonia americana e del controllo di Washington dell'area energetica più importante del mondo. Il nazionalismo di Damasco, la sua pretesa di controllo sulle proprie risorse e il rifiuto di costruirsi come un regime fedelmente filoamericano sono le ragioni che impediscono la pace con Israele. L'accettazione di quest'ultima come unica potenza regionale (atomica) è un corollario dell'accettazione dell'egemonia di Washington sull'intero Medio oriente.
Ad Annapolis gli USA hanno ottenuto proprio questo: la Siria ha capitolato sulla propria opposizione radicale ad Israele e sull'alleanza con Teheran. Inoltre Damasco si è avvicinata all'Arabia Saudita rendendo credibile la costituzione di quell'asse sunnita che nelle intenzioni di Washington dovrebbe essere l'arma principale di isolamento e pressione sull'Iran affinché quest'ultimo rinunci ai tentativi di farsi potenza regionale concorrenziale con Israele. In cambio di questa disponibilità i siriani hanno ottenuto l'attuale compromesso sul Libano.

Giacomo Catrame

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