Giusto un anno fa, il primo dicembre del 2006, iniziava a Beirut
l'assedio pacifico del Palazzo del Governo da parte di migliaia di
dimostranti appartenenti al movimento sciita Hezbollah e al partito
cristiano maronita "movimento dei Liberi Patrioti guidato dal Generale
Michel Aoun, ex nemico giurato della Siria già esiliato in
Francia durante il periodo degli accordi di Taef tra il 1990 e il 2004.
La manifestazione allora si concluse con l'erezione di una tendopoli
composta da centinaia di militanti che avrebbe svolto anche il ruolo di
centro di coordinamento dell'azione dell'opposizione al governo
filoamericano di Fouad Siniora e dei suoi alleati Drusi e maroniti.
A un anno di distanza la tendopoli è ancora in piedi e sabato
scorso i leader nazionali dei due partiti di opposizione, insieme al
presidente del Parlamento, lo sciita Nabih Berri del partito Amal,
hanno celebrato i 365 giorni della protesta. Questa settimana,
però, sarà probabilmente l'ultima di questa singolare ma
efficace forma di opposizione che ha permesso di mantenere alta la
tensione tra maggioranza ed opposizione nel paese evitando però
la discesa nell'inferno della guerra civile alla quale il Libano non
è estraneo, essendoci caduto due volte in poco più di
sessant'anni di storia dal giorno dell'indipendenza.
Sabato, infatti, è diventata di dominio pubblico la notizia
dell'accordo tra la maggioranza e l'opposizione sul nome del Presidente
della Repubblica che verrà votato dal Parlamento in questi
giorni. La contrapposizione tra il candidato della maggioranza e quel
Michel Aoun, nazionalista e antisiriano fino al ritiro delle truppe di
Damasco dal Libano (febbraio 2005) ma oggi deciso oppositore
dell'azione congiunta di USA e Francia a sostegno del governo Siniora
fino ad ora sostanziale garante degli interessi finanziari sauditi e di
quelli dei palazzinari sunniti locali, che è in questo momento
il principale alleato di Hezbollah, è sfumata a vantaggio del
maronita Michel Suleiman, capo di Stato Maggioredell'esercito e
rispettato da entrambi gli schieramenti.
Suleiman, infatti, riunisce nella sua persona le principali
qualità per risultare gradito (o quantomeno non sgradito) sia ai
partigiani del governo Siniora, sia a quelli dell'alleanza
Hezbollah-liberi Patrioti. Il Generale, oltre ad essere cristiano e
quindi eleggibile alla carica secondo la Costituzione del 1956, ha
guidato le truppe di Beirut in questi anni difficili con molto senso
della diplomazia e dell'equilibrio; dopo la partenza delle truppe
siriane ha evitato il coinvolgimento dell'esercito nello scontro
politico garantendo che questo rimanesse sul terreno dello scontro di
piazza e su quello del dibattito parlamentare. Il dispiegamento
dell'esercito nel Sud del paese dopo il fallimento dell'invasione
israeliana dell'estate del 2006 ha contribuito non poco a rafforzare il
suo prestigio in quanto comandante di una forza libanese capace di
contrapporsi ai potenti vicini e, allo stesso tempo, di sostituire una
milizia di partito (Hezbollah) nel compito di controllare l'area
più sensibile del paese dei Cedri. L'attacco contro le milizie
palestinesi del gruppo Fatah al Islam, finanziato per qualche anno dai
sauditi e passato nelle file del jahidismo, all'interno del campo
profughi di Nahr al Bared presso Tripoli nel nord del paese gli ha
valso la fama di decisionista e di uomo d'ordine. Naturalmente la
cinquantina di morti civili palestinesi e le migliaia rimasti senza
tetto a seguito dell'offensiva della scorsa primavera non avranno
apprezzato, ma il parere dei palestinesi in Libano è sempre meno
richiesto.
In buona sostanza una scelta di mediazione capace di accontentare i due
diversi schieramenti e la stessa opinione pubblica del paese,
nonostante la chiesa maronita ufficiale sia scesa in campo
controcorrente lamentandosi di una scelta che non la soddisfa appieno e
criticando la mediazione con i partiti sciiti vere bestie nere del
Patriarca filofrancese Nasrallah Sfeir, che preferirebbe un asse
maroniti-sunniti con la benedizione di USA ed Arabia Saudita alla
concertazione odierna che coinvolge tutti i gruppi etnico-confessionali
del piccolo paese mediorientale.
Il dato interessante di questa scelta di mediazione è che questa
sia maturata solo negli ultimi giorni dopo un braccio di ferro durato
settimane che ha mandato in fumo ben cinque sedute già previste
del Parlamento per la mancanza del quorum dei due terzi necessario per
l'elezione del Presidente della Repubblica. La mediazione è
avvenuta a ridosso del vertice di Annapolis e, soprattutto, della
presenza della Siria a questa riunione. Tale presenza non era per nulla
scontata dal momento che Damasco continua ad essere nel mirino degli
USA per la sua alleanza con l'Iran, la vicinanza con la Russia e
l'inimicizia con Israele. La mancata risoluzione del problema del
Golan, siriano, occupato da Israele nel 1967, formalmente annesso da
Tel Aviv nel 1982 e tutt'ora conteso dalle due parti, è una
delle "questioni irrisolvibili" in medio Oriente. Dal punto di vista
militare le alture sopra Damasco non hanno più grande importanza
per Israele da quando gli USA hanno iniziato a fornire a Tel Aviv gli
strumenti di spionaggio informatico, telematico e satellitare in grado
di monitorare perfettamente i movimenti di Damasco. Dal punto di vista
della colonizzazione questa è poco presente e, inoltre, i coloni
non sono supportati ideologicamente e politicamente da un movimento
della forza e della radicalità di quello dei coloni della
Cisgiordania perchè il Golan non è parte della Grande
Israele. L'unico motivo che impedisce la fine di un quarantennale stato
di guerra tra Damasco e Tel Aviv è il rifiuto siriano a chiudere
in modo definitivo con la pretesa di essere un concorrente di Israele
nel controllo dell'area e nell'amicizia della Siria con la potenza
regionale emergente, cioè l'Iran. Il problema più
americano che israeliano è quello di condurre a ragione tutti i
paesi dell'area sotto lo scudo dell'egemonia americana e del controllo
di Washington dell'area energetica più importante del mondo. Il
nazionalismo di Damasco, la sua pretesa di controllo sulle proprie
risorse e il rifiuto di costruirsi come un regime fedelmente
filoamericano sono le ragioni che impediscono la pace con Israele.
L'accettazione di quest'ultima come unica potenza regionale (atomica)
è un corollario dell'accettazione dell'egemonia di Washington
sull'intero Medio oriente.
Ad Annapolis gli USA hanno ottenuto proprio questo: la Siria ha
capitolato sulla propria opposizione radicale ad Israele e
sull'alleanza con Teheran. Inoltre Damasco si è avvicinata
all'Arabia Saudita rendendo credibile la costituzione di quell'asse
sunnita che nelle intenzioni di Washington dovrebbe essere l'arma
principale di isolamento e pressione sull'Iran affinché
quest'ultimo rinunci ai tentativi di farsi potenza regionale
concorrenziale con Israele. In cambio di questa disponibilità i
siriani hanno ottenuto l'attuale compromesso sul Libano.
Giacomo Catrame