Umanità Nova, n.41 del 16 dicembre 2007, anno 87

ThyssenKrupp: intervista ad un operaio. Chi brucia e chi lucra


La morte dei quattro operai della ThyssenKrupp (sommata agli altri tre in fin di vita) è l'ennesima riprova di come di fronte al profitto capitalista la vita umana non conti proprio nulla, meno di 20 euro (il costo della ricarica di un estintore).
Lo stabilimento torinese è in dismissione, come recita lo scarno linguaggio burocratico aziendale. Significa che, nonostante si lavori a pieno ritmo, non manchino le commesse e vi sia un alto fatturato, a settembre 2008 la fabbrica cesserà definitivamente la produzione. Il piano di ristrutturazione aziendale prevede di spostare la maggior parte delle lavorazioni a Terni, sede di un altro stabilimento dello stesso gruppo. Agli operai - considerati alla stregua di macchinari e merci - non restano altre alternative che il trasferimento o la perdita del posto di lavoro.

Chiediamo ad Ale, 39 anni e da 12 addetto alla manutenzione elettrica, di fare il punto sulla situazione interna.

La ThyssenKrupp era ed è tuttora una fabbrica ad alto rischio per i lavoratori?
È ad alto rischio per la grande quantità di sostanze altamente infiammabili e tossiche presenti all'interno. Nel 2003 ci fu un grande incendio nel laminatoio che durò 3 giorni. Fu impossibile spegnerlo, i pompieri si limitarono a contenerlo e si spense solo quando si esaurì l'olio.

Dopo si sono verificati altri incidenti?
Successivamente in un reparto ci fu un'esplosione di idrogeno che frantumò tutti i vetri del gabbiotto dove si trovavano gli operai. Fortunatamente in quel momento nessuno era fuori e il dispositivo antincendio ad anidride carbonica (obbligatorio quando si lavora con l'idrogeno) entrò subito in funzione. Tale tipo di impianto di sicurezza, che molto probabilmente avrebbe salvato la vita agli operai che sono morti in questi giorni, è troppo costoso per essere installato in reparti (sempre ad alto rischio) per cui non vi è obbligo di legge.

Gli infortuni sono frequenti?
È uno stabilimento ad alto rischio d'infortunio e, proprio per il tipo di lavorazione, le conseguenze non sono quasi mai leggere. Si rischia sempre la vita o di subire danni permanenti. Gli infortuni sono molto frequenti, tanto che l'azienda dà un premio se non se ne verificano nell'arco di 3 mesi.

Con la decisione di chiudere la fabbrica sono venuti a peggiorare gli standard di sicurezza?
La situazione è degenerata da 5 anni a questa parte, quando la dirigenza aveva già deciso di chiudere lo stabilimento. Investire sulla sicurezza e sulla manutenzione di impianti che presto sarebbero andati in disuso non aveva alcun ritorno economico. A giugno di quest'anno c'è stata l'ufficializzazione della dismissione e molti lavoratori addetti alla manutenzione e alla sicurezza (con un buon curriculum e grande esperienza) si sono licenziati perché hanno trovato altre occupazioni. La manutenzione meccanica è stata affidata ad imprese esterne, mentre la manutenzione elettrica e dell'automazione, composta da una squadra di circa 35 addetti, è stata ridotta a 7 persone, che devono coprire le 24 ore anche nei giorni festivi. A questo c'è da aggiungere il clima di depressione generale, causato dall'imminente perdita di lavoro e salario, che ha determinato un calo di attenzione da parte degli stessi operai. Lavori pensando in continuazione che presto perderai il posto e questo non aiuta certo la concentrazione che serve per evitare i mille pericoli in agguato nello stabilimento.

Il personale è stato ridotto. L'organico è quindi inferiore alle esigenze. E la produzione?
Negli ultimi 2 anni la ditta ha prodotto in eccedenza, in maniera di avere scorte di magazzino che consentissero di sopportare senza danni economici il periodo del passaggio di tutta la produzione a Terni. Negli ultimi tempi però si sono trovati in difficoltà, sia perché avevano sottostimato il bisogno di prodotto finito (perché era aumentata la domanda) e le scorte si stavano esaurendo più velocemente delle previsioni, sia perché alcune linee - smontate a Torino e rimontate a Terni - non erano ancora operative a causa di problemi tecnici non previsti. Questo ha indotto la dirigenza ad aumentare considerevolmente la produzione con un organico ridotto a meno della metà del necessario.
La diminuzione della manodopera ha causato un rimescolamento dei dipendenti che sono stati sbattuti dove serviva, per cui molti si sono trovati in reparti in cui non avevano mai lavorato e non ne conoscevano gli impianti (né i pericoli connessi) e in squadre di lavoro composte da gente nelle medesime condizioni.

È vero che ci sono turni massacranti, anche di 16 ore consecutive, con ripresa dopo appena 8 ore di riposo, cioè un solo salto di turno? Questo indubbiamente influisce sulla lucidità e aumenta il pericolo di incidenti.
Ovviamente sì. L'azienda ha emesso un comunicato in cui si dice che se a fine turno non arriva il cambio non si può lasciare il posto di lavoro, pena l'ammonizione e il successivo licenziamento.

Gli operai in pratica si trovano tra l'incudine e il martello. La spada di Damocle della chiusura impedisce di scioperare e lottare per sicurezza e diritti e al tempo stesso costringe a turni massacranti per accumulare con gli straordinari più risparmi possibile in previsione del futuro (sempre più prossimo) licenziamento.
Esatto.

Sembra che in fabbrica la maggioranza dei lavoratori sia composta da giovani intorno ai 30 anni o meno. Questo, per la minore esperienza, quanto influisce quando si verifica una situazione d'emergenza?
Come ho già detto, coloro che avevano un buon curriculum si sono licenziati, avendo trovato altri posti di lavoro. Sono rimasti i più giovani con minori prospettive e scarsa esperienza degli impianti in cui lavorano (essendo stati trasferiti da poco tempo). Spesso sono inconsapevoli dei gravi pericoli connessi al tipo di lavorazione.

Si sono evidenziate diverse carenze criminali da parte dell'azienda, dagli estintori scarichi agli idranti difettosi, al telefono che non funzionava per cui un operaio ha dovuto andare in bici a chiamare i soccorsi. Non c'è un sistema di segnalazione d'incendio?
In quel reparto il telefono non comunicava con l'esterno (poteva solo ricevere) da più di un mese e, nonostante sia stato più volte segnalato, nessuno è mai venuto a ripararlo. Il sistema di segnalazione d'incendio computerizzato non ha funzionato, non si sa ancora perché. Fino ad un anno fa si facevano delle prove periodiche. Veniva appositamente una ditta esterna che negli ultimi mesi non si è più vista. Evidentemente, per risparmiare, è stata liquidata. Fatto sta che il tubo spezzato ha continuato a spruzzare olio - spinto ad alta pressione e quindi nebulizzato e altamente infiammabile - sul luogo dell'incidente per 20 minuti, fino a quando i miei colleghi della manutenzione elettrica (avvisati dall'operaio in bici) hanno disattivato le pompe. Forse non sarebbe cambiato nulla per gli operai già investiti dal getto incandescente, ma se il sistema avesse funzionato le pompe si sarebbero potute spegnere subito.

Non pensi che, passato il momento dell'indignazione generale, quando questo fatto tragico non sarà più d'attualità, tutto ritornerà come prima? Sulla morte dei vostri compagni verrà passata la spugna e le inchieste saranno insabbiate? E, se lo stabilimento riaprirà, le condizioni di sicurezza resteranno quelle di prima?
Probabilmente sarà così.

Quali sono le vostre previsioni per futuro? Siete ancora disposti a lavorare in queste condizioni? Se no, quali forme di lotta pensate di adottare per salvaguardare la vostra vita e la vostra salute?
Non lo so. Stiamo ancora discutendo sul da farsi. I padroni vorrebbero riprendere subito la produzione. Il capo del personale Ferrucci pretendeva che tornassimo al lavoro già il giorno dopo. Ci siamo rifiutati. C'è molta depressione e abbiamo paura a rientrare in fabbrica. C'è chi propone di mollare tutto e chiedere di entrare subito in cassa integrazione. C'è anche la probabilità che il procuratore Guariniello, accertate le inadempienze aziendali, disponga la chiusura di tutto lo stabilimento.

Mentre i vostri colleghi morivano in ospedale il presidente della repubblica fondata sul lavoro, il compagno Napolitano, presenziava a Milano all'evento mondano della stagione, la prima della Scala, senza porsi il problema di venire a Torino. È bastato un minuto di silenzio per sciacquarsi la coscienza. Come è stato vissuto dagli operai?
Non se ne è parlato. Quello che invece ha colpito molto è che il sindaco Chiamparino non si sia fatto vedere ai cancelli.

Si vede che non era più in campagna elettorale, quando andava a incontrare gli operai a Mirafiori.
È venuta invece una parlamentare di Rifondazione Comunista (di cui non ricordo il nome) a portare dei fiori e a parlare con noi. Tra l'altro ci ha detto: "Alla manifestazione di lunedì cercate di non prendervela con le istituzioni". 

Tobia

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