Non è certo una novità: la guerra massacra in primo
luogo la verità, ma stavolta il suo fantasma è apparso
anche prima del previsto.
Chissà se qualcuno ricorda quando, nella notte tra il 5 e il 6
luglio 2004, i militari italiani del reggimento Lagunari Serenissima,
schierati a difesa di uno dei tre ponti sul fiume Eufrate a Nassiriya,
avevano fatto fuoco sotto su un'autoambulanza, causando una strage di
civili iracheni. La versione ufficiale del governo italiano e dei
comandi non fu che, nel corso di una fantomatica battaglia, il veicolo
era stato tragicamente scambiato per un'autobomba, ma che
quell'autoambulanza ERA proprio un'autobomba dei terroristi.
A difendere a spada tratta tale versione si compromisero sia il
ministro degli esteri Frattini che quello della difesa Martino,
esprimendo sdegno e riprovazione nei confronti di quanti avevano
insinuato l'effettiva dinamica della strage.
Tra i primi a testimoniare in tal senso vi fu Ali Nasir Diwan, medico
in un ospedale di Nassiriya; quindi vi era stato il filmato girato dal
reporter statunitense Micah Garen, nel quale si vedeva perfettamente
l'ambulanza saltata per aria. Lo stesso giornalista aveva raccolto
persino la testimonianza di Sabah Khazal Kereem, il superstite autista
dell'ambulanza.
Eppure, non solo fu esclusa ogni responsabilità dei militari
italiani, ma uno dei responsabili (il maresciallo Fabio Stival) fu
persino decorato dal generale Corrado Dalzini "per aver contribuito in
maniera determinante al successo dell'operazione".
Ovviamente, come avevamo già previsto su queste pagine, la
dovuta incriminazione del maresciallo Stival e del caporale Raffaele
Allocca per "uso aggravato delle armi contro ambulanza e contro il
personale addetto in concorso (Art. 191 del codice penale militare) si
è conclusa lo scorso 7 maggio 2007 con l'assoluzione da parte
del Tribunale militare di Roma, in quanto i due soldati sono stati
giudicati non punibili per aver ritenuto di agire in stato di
necessità militare.
Oggi, dalle motivazioni rese pubbliche di tale sentenza, si apprende
però che anche per la magistratura militare i soldati italiani
spararono realmente su un mezzo di soccorso, smentendo clamorosamente
le dichiarazioni di ministri e generali.
Il veicolo colpito, si legge nella sentenza, "era davvero un'ambulanza
dell'Ospedale civile di An Nassiriya, recante gli usuali contrassegni e
dispositivi luminosi" e la sua esplosione non fu dovuta ad una bomba a
bordo, ma "è stata determinata da una forte combustione
attendibilmente divampata a seguito della accensione istantanea del
carburante contenuto nel serbatoio dell'ambulanza colpito dal
munizionamento tracciante e perforante, utilizzato dai militari
italiani; tale combustione è stata ulteriormente alimentata
nella parte posteriore dell'ambulanza dalla fuoriuscita dell'ossigeno
contenuto in una bombola in dotazione alla medesima, a sua volta
raggiunta e perforata da un proiettile".
Dettagli tecnici sull'assassinio, non solo impunito ma persino
premiato, di una donna partoriente il cui nome era Halema Jlud Qutti,
del fratello Thaer, della madre Khadmea e della loro vicina di casa
Khamesa Zyaer Thejelk.
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