Umanità Nova, n.1 del 13 gennaio 2008, anno 88

Iraq. Una strage italiana


Non è certo una novità: la guerra massacra in primo luogo la verità, ma stavolta il suo fantasma è apparso anche prima del previsto.
Chissà se qualcuno ricorda quando, nella notte tra il 5 e il 6 luglio 2004, i militari italiani del reggimento Lagunari Serenissima, schierati a difesa di uno dei tre ponti sul fiume Eufrate a Nassiriya, avevano fatto fuoco sotto su un'autoambulanza, causando una strage di civili iracheni. La versione ufficiale del governo italiano e dei comandi non fu che, nel corso di una fantomatica battaglia, il veicolo era stato tragicamente scambiato per un'autobomba, ma che quell'autoambulanza ERA proprio un'autobomba dei terroristi.
A difendere a spada tratta tale versione si compromisero sia il ministro degli esteri Frattini che quello della difesa Martino, esprimendo sdegno e riprovazione nei confronti di quanti avevano insinuato l'effettiva dinamica della strage.
Tra i primi a testimoniare in tal senso vi fu Ali Nasir Diwan, medico in un ospedale di Nassiriya; quindi vi era stato il filmato girato dal reporter statunitense Micah Garen, nel quale si vedeva perfettamente l'ambulanza saltata per aria. Lo stesso giornalista aveva raccolto persino la testimonianza di Sabah Khazal Kereem, il superstite autista dell'ambulanza.
Eppure, non solo fu esclusa ogni responsabilità dei militari italiani, ma uno dei responsabili (il maresciallo Fabio Stival) fu persino decorato dal generale Corrado Dalzini "per aver contribuito in maniera determinante al successo dell'operazione".
Ovviamente, come avevamo già previsto su queste pagine, la dovuta incriminazione del maresciallo Stival e del caporale Raffaele Allocca per "uso aggravato delle armi contro ambulanza e contro il personale addetto in concorso (Art. 191 del codice penale militare) si è conclusa lo scorso 7 maggio 2007 con l'assoluzione da parte del Tribunale militare di Roma, in quanto i due soldati sono stati giudicati non punibili per aver ritenuto di agire in stato di necessità militare.
Oggi, dalle motivazioni rese pubbliche di tale sentenza, si apprende però che anche per la magistratura militare i soldati italiani spararono realmente su un mezzo di soccorso, smentendo clamorosamente le dichiarazioni di ministri e generali.
Il veicolo colpito, si legge nella sentenza, "era davvero un'ambulanza dell'Ospedale civile di An Nassiriya, recante gli usuali contrassegni e dispositivi luminosi" e la sua esplosione non fu dovuta ad una bomba a bordo, ma "è stata determinata da una forte combustione attendibilmente divampata a seguito della accensione istantanea del carburante contenuto nel serbatoio dell'ambulanza colpito dal munizionamento tracciante e perforante, utilizzato dai militari italiani; tale combustione è stata ulteriormente alimentata nella parte posteriore dell'ambulanza dalla fuoriuscita dell'ossigeno contenuto in una bombola in dotazione alla medesima, a sua volta raggiunta e perforata da un proiettile".
Dettagli tecnici sull'assassinio, non solo impunito ma persino premiato, di una donna partoriente il cui nome era Halema Jlud Qutti, del fratello Thaer, della madre Khadmea e della loro vicina di casa Khamesa Zyaer Thejelk.

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