L'irresistibile ascesa dell'ingerenza umanitaria vale il peso, non solo
retorico, dei due aggettivi? L'intervento umanitario armato enuncia un
ossimoro? Intorno a questi due interrogativi si gioca una delle poste
del processo transitorio di governance planetaria che si alimenta su
terreni diversi, quali la materialità storica, l'alone morale,
la certezza giuridica, la decisione politica, le tecnologie d'armamenti
e di controllo, la speculazione filosofica. In breve, una
discorsività plurale di temi e registri di volta in volta
convergenti e divergenti, congiunti e disgiunti, in cui la posta
conflittuale mai è riducibile ad uno solo di essi e, in essa,
ogni tema e ciascun registro mai si dispongono in termini neutrali o
autoreferenziali (nonostante le pretese sovrane di ciascuna disciplina).
Senza dubbio, la pressione dei media a copertura globale e il
conseguimento da parte di una generica opinione pubblica mondiale
riunita in società civile planetaria dello status di attore
globale (piattaforme associative di Ong transnazionali) hanno
inaugurato da alcuni anni vari percorsi di governance dei diritti umani
che si intrecciano con la politica statuale tanto nella dimensione
diplomatica, quanto in quella "interventista" nei luoghi della
sofferenza e del disagio (povertà, guerre, pandemie, ecocrisi),
non più esclusivo appannaggio dell'attore statale.
L'interferenza, lungi dallo scorrere a senso unico, scatena un duplice
effetto: da un lato, lo stato si trova a negoziare la propria pretesa
di sovranità con attori che nella tipologia classica starebbero
su un piano subordinato, se non addirittura irrilevante nelle dinamiche
internazionali; dall'altra, e per effetto strategico di tale
negoziazione continua, il senso di ciò che è umanitario
si trasforma in un campo di battaglia ove confluiscono interessi e
passioni, ideologie prestrutturate e ideali puri, tatticismi
opportunistici e solidarietà fattive.
Insomma, i diritti umani vengono sottoposti da più parti a una
tensione plastica che li fa assumere configurazioni buone per usi
differenti se non addirittura antitetici. In tal caso, la riflessione
filosofico-politica, solitamente congiunta con l'afflato
etico-universalista, non solo collide con l'imperativo strategico
dell'interesse nazionale quale bussola suprema della sovranità
statuale – il che faceva dire a Bobbio come i diritti umani siano armi
legittime, ancorché infondate, contro i governi – ma spesso
cortocircuita i propri effetti di senso denunciando aporie, rivelando
fragilità enunciative, prestando il fianco a strumentalizzazioni
politiche, frammischiando considerazioni pertinenti a luoghi di
provenienza differenti, con stili espressivi, giochi linguistici e
costrutti sintattici obbedienti a regole grammaticali diverse.
Così, non sorprende come i diritti umani siano adoperati, ieri,
per giustificare il primo genocidio dell'era moderna, ed oggi, per
dispiegare le armate della democrazia a regime unico per un pianeta
unico.
Pertanto, una analisi discorsiva dei diritti umani, specie se colti
come pratica, si obbliga a ripercorrere le fila ammatassate di una
genealogia lacerata da penetrazioni disciplinari e da intenzioni
strategiche diverse, osservabili attraverso una serie di caleidoscopi
per comodità scomposti in coppie binarie di attrito, come
cercherò di svolgere nel mio ragionamento.
§. 1 – Sovranità/responsabilità
Cruciale in questa tensione risulta essere il tentativo di condizionare
la movenza sovrana. Lo scambio inaugurato simbolicamente nel contratto
sociale piega la lealtà, forzata all'obbedienza, alla funzione
garante della sicurezza, tanto sul piano dell'ordine pubblico interno,
quanto sul piano della difesa dal pericolo esterno. L'effetto di
responsabilità che ne deriva da parte del sovrano nei riguardi
dei sudditi, oggi cittadini, è tuttavia esteriore alla clausola
del duplice patto di unione e di soggezione, come da prototipo teorico
hobbesiano; pertanto la responsabilità verso la sicurezza dei
cittadini è obbligo di prudenza politica, piuttosto che elemento
costitutivo del contratto. L'introduzione del nesso di
responsabilità che i sostenitori della legittimità
dell'intervento umanitario adducono si colloca così su un
livello di astrazione della pratica politica che elude la riflessione
tutta filosofica intorno alla sua legittimità. Sotto questa
luce, anzi, il rapporto sovrano sul corpo politico della nazione e
della popolazione, quali fattori ineludibili di esibizione della
sovranità, specie in uno spazio globale in cui non interviene
criterio superiore di valutazione e giudizio se non la mera pratica del
fatto, si colloca entro la cornice teorica del possesso e non della
responsabilità: il fattore sovrano invera il corpo politico
stando per lui e rappresentandolo a tutti gli effetti, nel senso del
portare a presenza ciò che altrimenti non conterebbe nulla. Lo
slittamento dalle monarchie assolute alle repubbliche democratiche muta
il soggetto che incarna tale ruolo originario - nel senso che inizia la
catena logica della sovranità – ossia dal re al corpo elettorale
sovrano, ma senza che la cifra del possesso venga intaccata: la
proprietà della sovranità è quello di essere
l'unica autorità legittima che può disporre del potere di
comando e di ricevere obbedienza. In questa prospettiva, allora,
risulta problematica l'introduzione della nozione di
responsabilità statuale di tutela e protezione dei diritti umani
ovunque vengano minacciati, da parte di un sovrano che prolunga
l'esibizione del possesso su corpi politici non propri, ossia
disponibili per altri sovrani; l'intervento a tutela somiglia
all'appropriazione sovrana attraverso la violenza, peraltro tristemente
nota nella storia dell'umanità.
§. 2 – Diritto/dovere
Il capovolgimento del diritto di ingerenza umanitaria in dovere di
intervento umanitario non è un mero escamotage linguistico teso
a ribaltare l'onere della prova nonché a suscitare profondi
sensi di colpa per via di una inazione fatale in chi avrebbe potuto pur
sempre fare qualcosa. L'enfasi sul dovere sposta la riflessione in una
dimensione morale, confinante con il sentire religioso, nell'intento di
legare solidalmente la specie umana alla funzione di aiuto reciproco a
fini di sopravvivenza di fronte a rischi vitali, talvolta naturali,
spesso (e volentieri) non naturali. Tale afflato umanitario non
è dell'ordine della politica: il dovere non si piega alle sue
ragioni né obbedisce alle partizioni sovrane che la politica
stria sul campo liscio della terra. Oltremodo, l'irresolutezza etica di
tale genere non coglie né può accettare la
prudenzialità tipica di un sapere politico che persegue il
raggiungimento della giustizia politica, tanto locale quanto globale,
attraverso un percorso frastagliato e non lineare che mal si concilia
con l'imperativo etico del dovere ad ogni costo. Tuttavia la
strutturazione del dovere morale assume la forma politica della norma
cogente su scala internazionale solo se muove le istituzioni planetarie
a conformarsi ad esso; se un singolo attore politico invera tale dovere
morale attua un cortocircuito tra due piani distinti onerandosi di una
funzione trainante a proprio rischio di esclusione dalla
comunità politica esistente, sino alla piena integrazione
istituzionale di tale dovere. A meno che la forza politica di cui
dispone non eluda quel rischio, ma allora il traino si tramuta in
forzatura, facendo rientrare in pieno nella dimensione politica la
ragione d'essere del dovere morale.
§. 3 – Universalità/selettività
La Dichiarazione universale dei diritti umani, nella sua formazione
stratificata nel tempo, è dell'ordine della postulazione, pena
l'assolutizzazione sovrastorica della sua stessa formulazione. L'atto
postulativo viene enunciato da un luogo specifico da cui esso diviene
possibile nella sua apertura a tale evenienza possibile, che riflette
la mossa di costituzionalizzare, in senso improprio, alcuni tra i
diritti di cittadinanza, quindi legati ad uno spazio territoriale, in
direzione di un diritto di specie senza luogo specifico, se non il
pianeta intero. Questo processo è selettivo tanto nella
dimensione temporale, quanto nella dimensione spaziale, giacché
l'apertura a tale processo accade in tempi e luoghi differenziati, per
non parlare della ricezione integrante e ratificante entro gli
ordinamenti sovrani ancora territorializzati. È tale
costituzione a permettere allo stesso tempo il carattere universale e
selettivo dei diritti umani, da cui si alimenta, sul piano più
prettamente politico, il décalage di fatto tra postulazione
indiscriminata, valida pertanto in ogni luogo, e l'inevitabile
selezione dei luoghi di piena applicazione, spontanea o forzata tramite
un intervento di una forza esteriore. Il nodo è se la politica
può surrogare, abbreviando i ritmi di assorbimento culturale
dell'enunciato postulativo, il tempo e lo spazio di tale
décalage inteso in senso intellettuale e cognitivo, ossia
pienamente potente da divenire forza spontanea di affermazione e
produzione di effetti di realtà. La forza artificiale della
politica interventista funge da levatrice violenta della storia
culturale della specie umana, quindi su scala planetaria, in ciò
contravvenendo agli intenti enunciativi delle carte umanitarie che
bandiscono la violenza dal minimo ruolo nella produzione di
realtà sia pure desiderata in termini di giustizia ed
equità.
§. 4 – Interesse/gratuità
Può una formazione sovrana assumere una posizione gratuita,
ossia dis-interessata rispetto ad ogni assolvimento strategico della
propria ragion d'essere? Avanzare un dubbio così profondamente
radicato è più che lecito in quanto il gesto gratuito
implica non solo la negazione di un interesse, ma anche l'eliminazione
di ogni calcolo di opportunità che sovrintende una formulazione
di sovranità. Un atto gratuito sfiora l'esecuzione follemente
eccentrica e sottratta da ogni rete vischiosa di relazioni tra attori
che si posizionano in modalità di reciprocità bi- e
multi-laterali secondo un effetto strategico eccedente per lo
più la loro stessa volontà, poiché dipendente da
contesti geopolitici, storici e di eredità culturale. La
generosità gratuita spezza un vincolo conservato nel tempo che
preme per mantenere uno status quo, per non lanciarsi in gesti
imprudenti e avventati, per affidarsi alle mediazioni esperte e
temporeggiatrici, per limitarsi a dichiarazioni retoriche prive di
effetti concreti. Proprio tutto ciò che a livello di relazioni
internazionali si è venuto costruendo sotto forma di un apparato
burocratico sopraffino e di alto livello culturale quale è il
corpo diplomatico, con le proprie regole di convenienze e di buon
costume, con le proprie gergalità linguistiche, con le proprie
ritualità specifiche dal sapore altamente simbolico, dietro le
quali dissimulare una strategia fortemente interessata di formazioni
sovrane. La governamentalità dei processi contemporanei di
governance planetaria estende questa rete vischiosa di interessi
statuali, la cui punta di acciaio rimane la leva militare
congiuntamente a quella diplomatica, sino a coinvolgere anche la
società civile globale, ossia quelle componenti organizzate che
potrebbero ricoprire una posizione gratuita qualora si attivassero
senza una mediazione mediatica sovente a comando opaco, talvolta
acritica e irriflessiva, nonché senza una cooperazione
interessata (nel duplice senso e con reciproco proficuo tornaconto) con
le istituzioni statuali e internazionali che delle prime sono ancora
emanazione. Residua solamente, del gesto gratuito, una carità
compassionevole come triste maquillage che allevia un minimo di
sofferenze, pescate a caso, perpetuando il meccanismo di loro
produzione e di loro approfondimento globale, con reciproca
soddisfazione ipocrita dei governi e degli attori non governativi che
da essa traggono una dignità immeritata.
(Prima parte)
Salvo Vaccaro