Umanità Nova, n.6 del 17 febbraio 2008, anno 88

Per una critica dell'ingerenza umanitaria-1. Diritti umani e potere


L'irresistibile ascesa dell'ingerenza umanitaria vale il peso, non solo retorico, dei due aggettivi? L'intervento umanitario armato enuncia un ossimoro? Intorno a questi due interrogativi si gioca una delle poste del processo transitorio di governance planetaria che si alimenta su terreni diversi, quali la materialità storica, l'alone morale, la certezza giuridica, la decisione politica, le tecnologie d'armamenti e di controllo, la speculazione filosofica. In breve, una discorsività plurale di temi e registri di volta in volta convergenti e divergenti, congiunti e disgiunti, in cui la posta conflittuale mai è riducibile ad uno solo di essi e, in essa, ogni tema e ciascun registro mai si dispongono in termini neutrali o autoreferenziali (nonostante le pretese sovrane di ciascuna disciplina).

Senza dubbio, la pressione dei media a copertura globale e il conseguimento da parte di una generica opinione pubblica mondiale riunita in società civile planetaria dello status di attore globale (piattaforme associative di Ong transnazionali) hanno inaugurato da alcuni anni vari percorsi di governance dei diritti umani che si intrecciano con la politica statuale tanto nella dimensione diplomatica, quanto in quella "interventista" nei luoghi della sofferenza e del disagio (povertà, guerre, pandemie, ecocrisi), non più esclusivo appannaggio dell'attore statale. L'interferenza, lungi dallo scorrere a senso unico, scatena un duplice effetto: da un lato, lo stato si trova a negoziare la propria pretesa di sovranità con attori che nella tipologia classica starebbero su un piano subordinato, se non addirittura irrilevante nelle dinamiche internazionali; dall'altra, e per effetto strategico di tale negoziazione continua, il senso di ciò che è umanitario si trasforma in un campo di battaglia ove confluiscono interessi e passioni, ideologie prestrutturate e ideali puri, tatticismi opportunistici e solidarietà fattive.

Insomma, i diritti umani vengono sottoposti da più parti a una tensione plastica che li fa assumere configurazioni buone per usi differenti se non addirittura antitetici. In tal caso, la riflessione filosofico-politica, solitamente congiunta con l'afflato etico-universalista, non solo collide con l'imperativo strategico dell'interesse nazionale quale bussola suprema della sovranità statuale – il che faceva dire a Bobbio come i diritti umani siano armi legittime, ancorché infondate, contro i governi – ma spesso cortocircuita i propri effetti di senso denunciando aporie, rivelando fragilità enunciative, prestando il fianco a strumentalizzazioni politiche, frammischiando considerazioni pertinenti a luoghi di provenienza differenti, con stili espressivi, giochi linguistici e costrutti sintattici obbedienti a regole grammaticali diverse. Così, non sorprende come i diritti umani siano adoperati, ieri, per giustificare il primo genocidio dell'era moderna, ed oggi, per dispiegare le armate della democrazia a regime unico per un pianeta unico.

Pertanto, una analisi discorsiva dei diritti umani, specie se colti come pratica, si obbliga a ripercorrere le fila ammatassate di una genealogia lacerata da penetrazioni disciplinari e da intenzioni strategiche diverse, osservabili attraverso una serie di caleidoscopi per comodità scomposti in coppie binarie di attrito, come cercherò di svolgere nel mio ragionamento.

§. 1 – Sovranità/responsabilità
Cruciale in questa tensione risulta essere il tentativo di condizionare la movenza sovrana. Lo scambio inaugurato simbolicamente nel contratto sociale piega la lealtà, forzata all'obbedienza, alla funzione garante della sicurezza, tanto sul piano dell'ordine pubblico interno, quanto sul piano della difesa dal pericolo esterno. L'effetto di responsabilità che ne deriva da parte del sovrano nei riguardi dei sudditi, oggi cittadini, è tuttavia esteriore alla clausola del duplice patto di unione e di soggezione, come da prototipo teorico hobbesiano; pertanto la responsabilità verso la sicurezza dei cittadini è obbligo di prudenza politica, piuttosto che elemento costitutivo del contratto. L'introduzione del nesso di responsabilità che i sostenitori della legittimità dell'intervento umanitario adducono si colloca così su un livello di astrazione della pratica politica che elude la riflessione tutta filosofica intorno alla sua legittimità. Sotto questa luce, anzi, il rapporto sovrano sul corpo politico della nazione e della popolazione, quali fattori ineludibili di esibizione della sovranità, specie in uno spazio globale in cui non interviene criterio superiore di valutazione e giudizio se non la mera pratica del fatto, si colloca entro la cornice teorica del possesso e non della responsabilità: il fattore sovrano invera il corpo politico stando per lui e rappresentandolo a tutti gli effetti, nel senso del portare a presenza ciò che altrimenti non conterebbe nulla. Lo slittamento dalle monarchie assolute alle repubbliche democratiche muta il soggetto che incarna tale ruolo originario - nel senso che inizia la catena logica della sovranità – ossia dal re al corpo elettorale sovrano, ma senza che la cifra del possesso venga intaccata: la proprietà della sovranità è quello di essere l'unica autorità legittima che può disporre del potere di comando e di ricevere obbedienza. In questa prospettiva, allora, risulta problematica l'introduzione della nozione di responsabilità statuale di tutela e protezione dei diritti umani ovunque vengano minacciati, da parte di un sovrano che prolunga l'esibizione del possesso su corpi politici non propri, ossia disponibili per altri sovrani; l'intervento a tutela somiglia all'appropriazione sovrana attraverso la violenza, peraltro tristemente nota nella storia dell'umanità.

§. 2 – Diritto/dovere
Il capovolgimento del diritto di ingerenza umanitaria in dovere di intervento umanitario non è un mero escamotage linguistico teso a ribaltare l'onere della prova nonché a suscitare profondi sensi di colpa per via di una inazione fatale in chi avrebbe potuto pur sempre fare qualcosa. L'enfasi sul dovere sposta la riflessione in una dimensione morale, confinante con il sentire religioso, nell'intento di legare solidalmente la specie umana alla funzione di aiuto reciproco a fini di sopravvivenza di fronte a rischi vitali, talvolta naturali, spesso (e volentieri) non naturali. Tale afflato umanitario non è dell'ordine della politica: il dovere non si piega alle sue ragioni né obbedisce alle partizioni sovrane che la politica stria sul campo liscio della terra. Oltremodo, l'irresolutezza etica di tale genere non coglie né può accettare la prudenzialità tipica di un sapere politico che persegue il raggiungimento della giustizia politica, tanto locale quanto globale, attraverso un percorso frastagliato e non lineare che mal si concilia con l'imperativo etico del dovere ad ogni costo. Tuttavia la strutturazione del dovere morale assume la forma politica della norma cogente su scala internazionale solo se muove le istituzioni planetarie a conformarsi ad esso; se un singolo attore politico invera tale dovere morale attua un cortocircuito tra due piani distinti onerandosi di una funzione trainante a proprio rischio di esclusione dalla comunità politica esistente, sino alla piena integrazione istituzionale di tale dovere. A meno che la forza politica di cui dispone non eluda quel rischio, ma allora il traino si tramuta in forzatura, facendo rientrare in pieno nella dimensione politica la ragione d'essere del dovere morale.

§. 3 – Universalità/selettività
La Dichiarazione universale dei diritti umani, nella sua formazione stratificata nel tempo, è dell'ordine della postulazione, pena l'assolutizzazione sovrastorica della sua stessa formulazione. L'atto postulativo viene enunciato da un luogo specifico da cui esso diviene possibile nella sua apertura a tale evenienza possibile, che riflette la mossa di costituzionalizzare, in senso improprio, alcuni tra i diritti di cittadinanza, quindi legati ad uno spazio territoriale, in direzione di un diritto di specie senza luogo specifico, se non il pianeta intero. Questo processo è selettivo tanto nella dimensione temporale, quanto nella dimensione spaziale, giacché l'apertura a tale processo accade in tempi e luoghi differenziati, per non parlare della ricezione integrante e ratificante entro gli ordinamenti sovrani ancora territorializzati. È tale costituzione a permettere allo stesso tempo il carattere universale e selettivo dei diritti umani, da cui si alimenta, sul piano più prettamente politico, il décalage di fatto tra postulazione indiscriminata, valida pertanto in ogni luogo, e l'inevitabile selezione dei luoghi di piena applicazione, spontanea o forzata tramite un intervento di una forza esteriore. Il nodo è se la politica può surrogare, abbreviando i ritmi di assorbimento culturale dell'enunciato postulativo, il tempo e lo spazio di tale décalage inteso in senso intellettuale e cognitivo, ossia pienamente potente da divenire forza spontanea di affermazione e produzione di effetti di realtà. La forza artificiale della politica interventista funge da levatrice violenta della storia culturale della specie umana, quindi su scala planetaria, in ciò contravvenendo agli intenti enunciativi delle carte umanitarie che bandiscono la violenza dal minimo ruolo nella produzione di realtà sia pure desiderata in termini di giustizia ed equità.

§. 4 – Interesse/gratuità
Può una formazione sovrana assumere una posizione gratuita, ossia dis-interessata rispetto ad ogni assolvimento strategico della propria ragion d'essere? Avanzare un dubbio così profondamente radicato è più che lecito in quanto il gesto gratuito implica non solo la negazione di un interesse, ma anche l'eliminazione di ogni calcolo di opportunità che sovrintende una formulazione di sovranità. Un atto gratuito sfiora l'esecuzione follemente eccentrica e sottratta da ogni rete vischiosa di relazioni tra attori che si posizionano in modalità di reciprocità bi- e multi-laterali secondo un effetto strategico eccedente per lo più la loro stessa volontà, poiché dipendente da contesti geopolitici, storici e di eredità culturale. La generosità gratuita spezza un vincolo conservato nel tempo che preme per mantenere uno status quo, per non lanciarsi in gesti imprudenti e avventati, per affidarsi alle mediazioni esperte e temporeggiatrici, per limitarsi a dichiarazioni retoriche prive di effetti concreti. Proprio tutto ciò che a livello di relazioni internazionali si è venuto costruendo sotto forma di un apparato burocratico sopraffino e di alto livello culturale quale è il corpo diplomatico, con le proprie regole di convenienze e di buon costume, con le proprie gergalità linguistiche, con le proprie ritualità specifiche dal sapore altamente simbolico, dietro le quali dissimulare una strategia fortemente interessata di formazioni sovrane. La governamentalità dei processi contemporanei di governance planetaria estende questa rete vischiosa di interessi statuali, la cui punta di acciaio rimane la leva militare congiuntamente a quella diplomatica, sino a coinvolgere anche la società civile globale, ossia quelle componenti organizzate che potrebbero ricoprire una posizione gratuita qualora si attivassero senza una mediazione mediatica sovente a comando opaco, talvolta acritica e irriflessiva, nonché senza una cooperazione interessata (nel duplice senso e con reciproco proficuo tornaconto) con le istituzioni statuali e internazionali che delle prime sono ancora emanazione. Residua solamente, del gesto gratuito, una carità compassionevole come triste maquillage che allevia un minimo di sofferenze, pescate a caso, perpetuando il meccanismo di loro produzione e di loro approfondimento globale, con reciproca soddisfazione ipocrita dei governi e degli attori non governativi che da essa traggono una dignità immeritata.
(Prima parte)

Salvo Vaccaro

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