Dopo più di 150 udienze, durante le quali sono sono stati
ascoltate più di 300 testimoni, si sta avviando verso la
conclusione il processo per i fatti di Bolzaneto. La storia è
nota, ma vale sempre la pena di rinfrescarsi la memoria.
In occasione delle proteste contro la riunione dei G8 del luglio 2001 a
Genova, vennero prese una serie di misure per fare fronte ai
prevedibili disordini che sarebbero avvenuti. Tra le altre cose fu
deciso di fare spazio nelle carceri vicine (Vercelli, Alessandria,
Pavia, Voghera), in quanto si riteneva troppo rischioso usare il
carcere cittadino. Vennero inoltre approntate due strutture per
raccogliere i fermati, il Forte San Giuliano e la Caserma di Bolzaneto;
nella prima dovevano arrivare i manifestanti catturati dai carabinieri,
nella seconda quelli presi dalla polizia e dalla guardia di finanza.
Dopo la morte di Carlo Giuliani però, i carabinieri furono
spostati in seconda linea e quindi la prima struttura fu chiusa.
Possiamo quindi dire che solo per un tragico caso di "Bolzaneto" ce ne
sia stata una sola. Nei tre giorni delle manifestazioni, passarono per
quella caserma 51-55 persone per l'identificazione e 252 per l'arresto,
i numeri non sono precisi in quanto si è scoperto che i
difensori dell'ordine e della legalità non tenevano l'elenco
delle persone "accompagnate" in quella struttura dove transitarono, tra
i tanti, anche quelli catturati nel corso della mattanza alla Scuola
Diaz.
Il processo, che si è aperto nel 2005, vede 45 imputati, tra
agenti di polizia, di polizia penitenziaria, sanitari ed ufficiali dei
carabinieri, accusati di vari reati (sono 109 i capi di accusa)
commessi contro le persone richiuse a Bolzaneto. Il tribunale, dopo
aver sentito le testimonianze delle vittime di violenze e di abusi, ha
iniziato a chiamare anche gli imputati ed i responsabili della
struttura, le cui testimonianze sono state, come sempre avviene in
questi casi, uno splendido esempio di omertà. Quelli che c'erano
non ricordano di aver visto nulla di strano... si, magari avevano visto
che nelle celle i fermati erano tenuti in piedi e con il viso rivolto
al muro, magari avevano sentito dire che qualcuno aveva usato del gas
urticante da qualche parte, ma (ovviamente) non se ne sono preoccupati
troppo. Il che significa che, per loro, un trattamento del genere non
è altro che una normale routine.
Di insulti, violenze fisiche e psicologiche, nemmeno a parlarne.
Affermazioni decisamente poco credibili, se si pensa che persino gli
esponenti più in vista del partito al governo nel 2001 furono
costretti a dichiarare che "alla caserma di Bolzaneto, invece, sono
accaduti episodi censurabili" (F. Cicchitto su "La Stampa", 10/9/2001).
E, in questi giorni, un quotidiano titolava addirittura "Bolzaneto come
Guantanamo" ("La Stampa", 26/2/2008), l'articolo con il resoconto della
requisitoria del PM al processo in corso.
La ricostruzione dell'accusa non ha potuto fare altro che ripercorrere
la lunga sequenza degli orrori raccontata da coloro che ebbero la
sventura di finire a Bolzaneto e che, al contrario dei loro carcerieri,
ricordano fin troppo bene, spesso sulla loro pelle, il trattamento che
hanno subito e anche chi glielo ha inferto. Al contrario di quanto
avvenne durante l'assalto alla Scuola Diaz, in questo caso non si
trattava di picchiare selvaggiamente persone che stavano dormendo, ma
persone che hanno avuto la possibilità di guardare in viso i
propri aguzzini. E le vittime sono quasi tutte venute a testimoniare o
sono state sentite per rogatoria internazionale, in quanto tra loro ci
sono molti stranieri, persino un neozelandese.
Hanno raccontato del "trattamento di benvenuto" ricevuto nel piazzale a
suon di sputi, calci ed insulti, della marcatura sulle braccia fatta
con un pennarello, della privazione di cibo ed acqua, delle percosse
durante le operazioni di identificazione o le visite mediche, delle
interminabili ore passate sempre in piedi e con la faccia al muro o in
posizioni anche peggiori.
Una serie di vere e proprie torture, un reato che la democrazia
italiana non riconosce come tale, certamente nulla in confronto a
Guantanamo, ma già troppo anche senza scendere in altri
particolari.
Il processo adesso andrà avanti con le arringhe della difesa e
la sentenza di primo grado è prevista, salvo intoppi, verso la
fine del prossimo mese di aprile.
Pepsy
Nota
Per maggiori informazioni si veda il sito http://supportolegale.org