Umanità Nova, n.9 del 9 marzo 2008, anno 88

Processo Bolzaneto. Un bel cesto di mele marce


Dopo più di 150 udienze, durante le quali sono sono stati ascoltate più di 300 testimoni, si sta avviando verso la conclusione il processo per i fatti di Bolzaneto. La storia è nota, ma vale sempre la pena di rinfrescarsi la memoria.
In occasione delle proteste contro la riunione dei G8 del luglio 2001 a Genova, vennero prese una serie di misure per fare fronte ai prevedibili disordini che sarebbero avvenuti. Tra le altre cose fu deciso di fare spazio nelle carceri vicine (Vercelli, Alessandria, Pavia, Voghera), in quanto si riteneva troppo rischioso usare il carcere cittadino. Vennero inoltre approntate due strutture per raccogliere i fermati, il Forte San Giuliano e la Caserma di Bolzaneto; nella prima dovevano arrivare i manifestanti catturati dai carabinieri, nella seconda quelli presi dalla polizia e dalla guardia di finanza. Dopo la morte di Carlo Giuliani però, i carabinieri furono spostati in seconda linea e quindi la prima struttura fu chiusa. Possiamo quindi dire che solo per un tragico caso di "Bolzaneto" ce ne sia stata una sola. Nei tre giorni delle manifestazioni, passarono per quella caserma 51-55 persone per l'identificazione e 252 per l'arresto, i numeri non sono precisi in quanto si è scoperto che i difensori dell'ordine e della legalità non tenevano l'elenco delle persone "accompagnate" in quella struttura dove transitarono, tra i tanti, anche quelli catturati nel corso della mattanza alla Scuola Diaz.
Il processo, che si è aperto nel 2005, vede 45 imputati, tra agenti di polizia, di polizia penitenziaria, sanitari ed ufficiali dei carabinieri, accusati di vari reati (sono 109 i capi di accusa) commessi contro le persone richiuse a Bolzaneto. Il tribunale, dopo aver sentito le testimonianze delle vittime di violenze e di abusi, ha iniziato a chiamare anche gli imputati ed i responsabili della struttura, le cui testimonianze sono state, come sempre avviene in questi casi, uno splendido esempio di omertà. Quelli che c'erano non ricordano di aver visto nulla di strano... si, magari avevano visto che nelle celle i fermati erano tenuti in piedi e con il viso rivolto al muro, magari avevano sentito dire che qualcuno aveva usato del gas urticante da qualche parte, ma (ovviamente) non se ne sono preoccupati troppo. Il che significa che, per loro, un trattamento del genere non è altro che una normale routine.
Di insulti, violenze fisiche e psicologiche, nemmeno a parlarne. Affermazioni decisamente poco credibili, se si pensa che persino gli esponenti più in vista del partito al governo nel 2001 furono costretti a dichiarare che "alla caserma di Bolzaneto, invece, sono accaduti episodi censurabili" (F. Cicchitto su "La Stampa", 10/9/2001). E, in questi giorni, un quotidiano titolava addirittura "Bolzaneto come Guantanamo" ("La Stampa", 26/2/2008), l'articolo con il resoconto della requisitoria del PM al processo in corso.
La ricostruzione dell'accusa non ha potuto fare altro che ripercorrere la lunga sequenza degli orrori raccontata da coloro che ebbero la sventura di finire a Bolzaneto e che, al contrario dei loro carcerieri, ricordano fin troppo bene, spesso sulla loro pelle, il trattamento che hanno subito e anche chi glielo ha inferto. Al contrario di quanto avvenne durante l'assalto alla Scuola Diaz, in questo caso non si trattava di picchiare selvaggiamente persone che stavano dormendo, ma persone che hanno avuto la possibilità di guardare in viso i propri aguzzini. E le vittime sono quasi tutte venute a testimoniare o sono state sentite per rogatoria internazionale, in quanto tra loro ci sono molti stranieri, persino un neozelandese.
Hanno raccontato del "trattamento di benvenuto" ricevuto nel piazzale a suon di sputi, calci ed insulti, della marcatura sulle braccia fatta con un pennarello, della privazione di cibo ed acqua, delle percosse durante le operazioni di identificazione o le visite mediche, delle interminabili ore passate sempre in piedi e con la faccia al muro o in posizioni anche peggiori.
Una serie di vere e proprie torture, un reato che la democrazia italiana non riconosce come tale, certamente nulla in confronto a Guantanamo, ma già troppo anche senza scendere in altri particolari.
Il processo adesso andrà avanti con le arringhe della difesa e la sentenza di primo grado è prevista, salvo intoppi, verso la fine del prossimo mese di aprile.

Pepsy

Nota
Per maggiori informazioni si veda il sito http://supportolegale.org

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