Quando i vecchi compagni delle Federazioni raccolte nell'Internazionale
delle Federazioni Anarchiche cominciarono, a metà degli anni
Sessanta, a impostare l'organizzazione del Congresso Internazionale che
si sarebbe tenuto a Carrara nel 1968, non potevano certo immaginare che
proprio l'anno che avevano scelto per incontrarsi sarebbe stato uno di
quegli anni fatali che segnano un secolo intero. Un anno ricco di
esplosioni vitali, di entusiasmanti imprevisti, di opportunità
storiche irripetibili, che sarebbe stato un delitto ignorare e lasciar
perdere. Un anno che avrebbe visto succedersi una girandola
scoppiettante di avvenimenti e di novità, anche nel campo
libertario, tali da spiazzare, e spazzar via, certezze assodate e
comportamenti sedimentati. Modificando così, ineluttabilmente,
anche i termini e le questioni che in tale Congresso si sarebbero
dovute dibattere.
Personalmente non sono affatto del parere, del resto più che
plausibile, che a qualche militante della vecchia guardia possa essere
dispiaciuta questa coincidenza imprevista, questo doversi ritrovare
nello stesso luogo e nello stesso momento per confrontarsi, in modo
forzato e a tratti anche ostile, con personaggi provenienti da un mondo
alieno. Ma col senno di poi dovremmo tutti rallegrarci se una volta
tanto la sorte, il fato e l'imperscrutabile "volontà divina", si
coalizzarono per dare una mano al malandato anarchismo internazionale.
E, in effetti, non solo il dibattito e il confronto ne uscirono
fortemente arricchiti, ma anche la considerevole attenzione che tutti i
mezzi di comunicazione riservarono a questo Congresso non sarebbe certo
stata tale se, nella mitica e famosa città del marmo, non
fossero calati in massa gli studenti della contestazione. In primis
quelli, altrettanto mitici e famosi, del Maggio parigino.
In effetti, fu uno spettacolo non da poco quello che allora
offrì l'anarchismo, ancora una volta capace di mostrarsi
genuinamente tollerante nei suoi principii e nei suoi uomini. Carrara
vide, infatti, riunita, nel teatro degli Animosi e nelle sue strade,
una umanità varia ed eterogenea, dai protagonisti delle
battaglie proletarie dei primi decenni del secolo ai partigiani della
Lunigiana scesi dalle cave, dalla cosiddetta generazione di mezzo,
superstite di ripetute scissioni, ai giovanissimi contestatori venuti
non solo d'oltralpe ma da mezza Italia e mezza Europa: distinti e
anziani signori in lobbia e cravatta, uomini e donne in spezzato e
tailleur, ragazzi barbuti e capelluti, sicuramente non "in linea" con i
canoni di quello che ancora si considerava il normale e necessario
decoro. E questa umanità varia ed eterogenea seppe trasformarsi,
al di là delle apparenze, in una comunità solidale,
pronta a discutere, a dibattere, a confrontarsi, a mangiare e bere
nelle bettole e nelle trattorie, a litigare, a offendersi minacciando
di passare alle mani... per poi ritrovarsi, con naturalezza e
inevitabilmente, dalla stessa parte della barricata, contro il potere e
per la libertà.
Il Congresso si tenne dal 31 agosto al 3 settembre 1968 al Teatro degli
Animosi. L'organizzazione fu soprattutto opera della Union des
Anarchistes Bulgares en exile, della Federazione Anarchica Italiana,
della Fedération Anarchiste Française e della Federacion
Anarquista Iberica, i cui militanti ne avevano curato, per circa tre
anni, la fase preparatoria. Erano presenti molte delle figure
storicamente più importanti e prestigiose dell'anarchismo
internazionale, fra le quali gli italiani Umberto Marzocchi, Alfonso
Failla, Mario Mantovani, l'ex ministro della Spagna repubblicana
Federica Montseny, il leggendario bulgaro Georges Balkanski, i francesi
Maurice Joyeux e André Colomer, l'inglese Stuart Christie. Erano
presenti i rappresentanti di trentaquattro organizzazioni
internazionali, dalla Grecia al Messico, dal Nord Europa al Giappone,
dalla Cina all'Oceania, dalla Romania al Vietnam. Innumerevoli i saluti
dal mondo intero e l'adesione di organizzazioni impossibilitate, per i
motivi più vari, ad essere presenti.
Il Congresso fu pensato principalmente per dare vita a un'azione di
coordinamento dell'attività e della propaganda anarchica a
livello internazionale, coordinamento reso sempre più pressante
dall'evolversi della situazione mondiale (crisi del modello sovietico,
guerra del Vietnam, insorgenza del terzo mondo) e dal radicalizzarsi
dei fermenti giovanili, spontaneamente portati a una visione ribelle e
libertaria dell'impegno sociale. Come si diceva in precedenza, questi
obiettivi furono in parte spiazzati e ostacolati dallo
scontro-confronto verificatosi fra due concezioni apparentemente
antitetiche della lotta antiautoritaria. Da una parte la tradizionale
impostazione dell'anarchismo classico, con le sue regole e i suoi
parametri che affondavano la loro legittimità in una presenza
ormai centenaria nello scontro sociale, dall'altra il tumultuoso
affermarsi di una impostazione e di una metodologia che ben poco
intendevano concedere, nel loro radicalismo generoso ma indubbiamente a
volte un po' confuso, all'impostazione e alla metodologia perseguite
fino ad allora.
I lavori congressuali, anche grazie alla tollerante ma ferma tenacia di
figure come Failla e Marzocchi che diressero magistralmente quelle
giornate, poterono proseguire secondo i tempi e i modi stabiliti – e le
numerose e importanti mozioni che ne uscirono sono lì a
testimoniarlo – ma è indubbio che se oggi il ricordo di quella
estate è ancora così vivo e importante, è anche
perché, partendo proprio da quello scontro generazionale, il
movimento anarchico intraprese la strada del suo rinnovamento,
aprendosi alle nuove prospettive lasciate presagire dai mutati scenari
internazionali. E quel rinnovamento fu tanto più forte e
propositivo perché non fu il risultato della "vittoria" di una
impostazione sull'altra, ma perché ad esso contribuirono, in
modo paritario e solidale, le "vecchie barbe" e i giovani capelloni.
Una lezione di stile, e di libertà, che gli anarchici non
potevano mancare!
Quella fu la prima del centinaio di volte che sono andato a Carrara.
L'impressione fu enorme, quelle cave grandiose che circondavano la
città, la vicinanza fra mare e montagna, la stazione ferroviaria
dove ancora attendevano vecchie carrozze a cavallo. Il mio accredito fu
opera di Spartaco e Cesare, che ancora non sapevano chi fossi - mi
avvicinai al movimento solo al ritorno dal Congresso - ma conoscevano
mio padre e mio zio. Stimando loro, pensavano di potersi fidare anche
di me, giovane capellone e contestatore globale. Ricordo che al tavolo
degli accrediti capitava che fossero lasciate fuori persone conosciute,
evidentemente perché ritenute inaffidabili. Vedermi consentito
l'accesso grazie alla parola di due compagni che non erano presenti,
fu, credo, la mia prima, grande lezione di anarchismo.
Mia madre, prima di partire, mi aveva raccomandato di essere pulito e
ben vestito perché si sapeva che gli anarchici ci tenevano molto
al decoro personale. Pensavo che fosse la solita cosa che dicono le
madri ma aveva proprio ragione! La dignità di quei vecchi
compagni e il rispetto che avevano per sé e per gli altri,
furono un'altra lezione di anarchismo. Soprattutto vedendo e ammirando
la varietà di aspetti esteriori che offriva quel consesso.
In effetti, quell'incontro fra compagni di tutto il mondo, nel quale si
esprimevano compiutamente gli ideali internazionalisti dell'anarchismo,
fu fra gli avvenimenti più significativi, non solo in campo
libertario, di quell'anno. Il pensiero e l'azione anarchica erano
nuovamente e prepotentemente comparsi sulla scena. Anche se nei
movimenti la maggioranza degli studenti non si identificava
nell'anarchismo classico, il metodo antiautoritario, assembleare e
orizzontale degli anarchici era patrimonio comune e le avanguardie
libertarie del maggio francese, calate in massa a Carrara, erano viste
da tutti come l'espressione più forte dello spirito del 68. Di
problemi, non c'è bisogno di ricordarlo, ne crearono. E non
pochi. Ma la loro presenza, provocatoria a tratti, ma sempre dialettica
e propositiva, contribuì non poco a fare di quel Congresso una
tribuna ricca di interesse, non solo per gli anarchici, ma per tutto il
movimento.
Nella seduta aperta al pubblico più volte si temette lo scontro
fisico – vedo ancora, in piccionaia, stuoli di rudi cavatori, a braccia
conserte ma pronti, se necessario, a intervenire – ma prevalse, e a ben
pensarci non poteva che essere così, l'abituale tendenza
libertaria ad affrontare discussioni e contrasti con lo sperimentato
metodo della dialettica verbale. Ricordo con vivezza l'impressione che
mi fecero Failla e Marzocchi, in piedi sul palco a dirigere il caotico
traffico di quel pomeriggio. Ma, per compagni come loro, la tensione di
quelle giornate doveva essere poca cosa rispetto a quella vissuta nella
lotta antifascista e rivoluzionaria. Abituati come eravamo, a crederci
al centro del mondo, forti della nostra giovinezza e "purezza
rivoluzionaria" non avremmo nemmeno potuto immaginare che potessero
esistere persone che a quella per noi venerabile età fossero
ancora in grado di darci vere e proprie lezioni di vita e di etica.
Nella mia acerba ed entusiasta ingenuità, pensai che da vecchio
avrei voluto essere come loro.
Per il resto era tutto perfettamente organizzato, e anche quello fu
fonte di sorpresa. Appena fui accreditato mi si disse dove avrei potuto
alloggiare e mangiare e giovani compagni e compagne, tra loro le
sorelle Failla, provvedevano a sistemare ogni cosa. Se nel fuoco dello
scontro dialettico trasparivano tratti di reciproca sfiducia, fuori,
nelle strade, nelle trattorie, nel campeggio di Marina, i rapporti,
indubbiamente più distesi anche se politicamente sempre molto
"impegnati", permettevano una conoscenza più approfondita e
amicale. Io, da perfetto parvenu dell'anarchismo, mi limitavo a
osservare e ascoltare e, visto come poi sono andate le cose, direi che
il ruolo da spettatore non mi sia stato del tutto inutile.
Oggi, a distanza di tanti anni, posso anche pensare che le mie
impressioni non siano così esatte e fedeli come potrebbero
essere quelle di altri compagni che vissero più dall'interno
quelle giornate. Occupato come ero a sgranare gli occhi per osservare
meglio quel mondo nuovo, possono essermi sfuggiti aspetti altrettanto e
forse più importanti di quelli che mi sono rimasti impressi.
Credo di non sbagliare, però, se ancora penso che quell'incontro
internazionale non sia stato solo l'importante momento della vita
dell'anarchismo che tutti conosciamo, ma anche, e per me soprattutto,
una esperienza fondamentale per la "educazione sentimentale" di una
nuova generazione di compagni.
Massimo Ortalli