Umanità Nova, n.13 del 13 aprile 2008, anno 88

Wojtila. L'aureola può attendere


Se qualcuno avesse dei dubbi su come la Chiesa riesca a mascherare la propria doppiezza di fondo, mostrando un volto misericordioso nel momento stesso in cui rifila una pugnalata alle spalle, giudichi da quanto è stato detto recentemente nel terzo anniversario della morte di Wojtila.
Versione ufficiale è vulgata popolare: Wojtila era un santo, un mistico, un grande uomo e un grande innovatore, faceva miracoli a man bassa ed è stato grande comunicatore e grande papa. Lettura fra le righe: Wojtila era sicuramente un po' strano, pregava sdraiato per terra gridando come un ossesso, comunicatore certamente, però adesso basta con i coretti da stadio e le ole, avrà fatto tutti i miracoli del mondo, ma "santo subito!" non se ne parla proprio!
Come si sa, non passa giorno che Ratzinger non elogi pubblicamente il suo predecessore, elencandone i meriti senza comunque mai dimenticarne, benevolmente, le molte stranezze. Figura quanto mai preziosa per il processo di riavvicinamento delle masse cattoliche alle gerarchie, dopo i difficili anni del rispettoso ma oggettivo distacco degli anni settanta, figura però anche un po' troppo ingombrante in quel processo di razionalizzazione della fede (se così si può dire) perseguita con teutonica determinazione dal papa tedesco. E così, accanto alle inevitabili e doverose manifestazioni di stima e tiepida venerazione, non si fa mai mancare l'occasione per ridimensionare il carisma che sicuramente Karol ancora esercita su miriadi di fedeli. E come si è appena accennato, anche in maniera piuttosto grottesca.
Ecco, quindi, l'esaltazione del suo misticismo, merce rara e dunque preziosa al giorno d'oggi, la cui forza dirompente viene però attenuata e, se vogliamo, banalizzata, dalle irriverenti spiegazioni di come si manifestasse: "C'erano occasioni in cui non si sapeva dove era e lo si ritrovava in cappella dove era andato quando tutti lo credevano a letto... una volta erano disperati perché non lo trovavano neanche in cappella dove c'erano le luci spente. Infine sarà lì che lo trovano, invisibile perché disteso a terra... si poteva pensare che stesse conversando con qualcuno invece parlava ad alta voce con il Signore, cioè dialogava con Dio...". Balza agli occhi come la descrizione di questo misticismo possa essere facilmente interpretata, da chi non abbia la fede ma un po' di scettiche cognizioni sanitarie, come evidente manifestazione di debolezza senile, il ché, anche se potrebbe renderci più umano quell'uomo, contrasta però decisamente con le presunte prove della sua santità. E che questa interpretazione delle dichiarazioni del postulatore della causa di beatificazione, sicuramente espresse con l'imprimatur papale, non sia una maliziosa forzatura, lo dimostra l'iter della causa stessa, che sta trovando difficoltà fino a poco fa del tutto imprevedibili.
A dispetto, infatti, della emotiva richiesta post mortem di concludere in tempi brevissimi le procedure per la santificazione, richiesta che sembrava avere trovato benevola accoglienza anche nelle alte stanze vaticane (mai contraddire la folla quando è un po' troppo surriscaldata!), oggi le cose vanno molto a rilento, ben più a rilento, ad esempio, di altri procedimenti (vedi Teresa di Calcutta) che avevano invece stravolto le secolari procedure ecclesiastiche.
Il gesuita Peter Gumpel, che da quasi mezzo secolo si occupa di cause dei santi ed è patrocinatore di Pio XII, afferma che i tempi saranno lunghi, molto lunghi, si parla addirittura di 40-50 anni, tanto più che "dopo la morte di Wojtila ci fu subito un movimento di massa con cori organizzati" e questa cosa, alquanto strana, lo seccò moltissimo. Fatta la necessaria tara all'appartenenza di Gumpel alla razza dei gesuiti, persone da trattare con le molle, è evidente che la sua autorevole affermazione, rilasciata proprio nel terzo anniversario della morte di Wojtila in coincidenza con le rinnovate richieste di beatificazione, non può essere voce dal sen fuggita, ma la corretta interpretazione di quello che Ratzinger pensa ma, almeno per il momento, non può dire: "santo subito nein, santo dopo... vedremo".
A questo punto ci si potrebbe chiedere cosa interessino a un anarchico agnostico le pratiche santificatrici d'Oltretevere, ma dato che viviamo in un paese che spesso sembra una dependance vaticana, non fa male cercare di capire, per quanto possibile, cosa passa per la testa del prete. In questo caso, se non sbaglio, direi che Ratzinger e il suo entourage stiano cercando di dare ulteriore impulso al tentativo di riportare la Chiesa, e di conseguenza la politica papale, al centro del dibattito etico, morale e culturale del paese. E per ottenere ciò, è necessario mostrare un aspetto raziocinante e "terreno", un po' più credibile dello spettacolare misticismo, troppo spesso confinante con la gigioneria e la guitteria, con cui si proponeva Wojtila.
Quindi, quella che sembrerebbe solo una bega interna alle gerarchie ecclesiastiche, appare invece come un'accelerazione della strategia vaticana di pesante intrusione nella nostra società. E questo, se permettete, interessa anche a MoM.

MoM

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