Se qualcuno avesse dei dubbi su come la Chiesa riesca a mascherare la
propria doppiezza di fondo, mostrando un volto misericordioso nel
momento stesso in cui rifila una pugnalata alle spalle, giudichi da
quanto è stato detto recentemente nel terzo anniversario della
morte di Wojtila.
Versione ufficiale è vulgata popolare: Wojtila era un santo, un
mistico, un grande uomo e un grande innovatore, faceva miracoli a man
bassa ed è stato grande comunicatore e grande papa. Lettura fra
le righe: Wojtila era sicuramente un po' strano, pregava sdraiato per
terra gridando come un ossesso, comunicatore certamente, però
adesso basta con i coretti da stadio e le ole, avrà fatto tutti
i miracoli del mondo, ma "santo subito!" non se ne parla proprio!
Come si sa, non passa giorno che Ratzinger non elogi pubblicamente il
suo predecessore, elencandone i meriti senza comunque mai dimenticarne,
benevolmente, le molte stranezze. Figura quanto mai preziosa per il
processo di riavvicinamento delle masse cattoliche alle gerarchie, dopo
i difficili anni del rispettoso ma oggettivo distacco degli anni
settanta, figura però anche un po' troppo ingombrante in quel
processo di razionalizzazione della fede (se così si può
dire) perseguita con teutonica determinazione dal papa tedesco. E
così, accanto alle inevitabili e doverose manifestazioni di
stima e tiepida venerazione, non si fa mai mancare l'occasione per
ridimensionare il carisma che sicuramente Karol ancora esercita su
miriadi di fedeli. E come si è appena accennato, anche in
maniera piuttosto grottesca.
Ecco, quindi, l'esaltazione del suo misticismo, merce rara e dunque
preziosa al giorno d'oggi, la cui forza dirompente viene però
attenuata e, se vogliamo, banalizzata, dalle irriverenti spiegazioni di
come si manifestasse: "C'erano occasioni in cui non si sapeva dove era
e lo si ritrovava in cappella dove era andato quando tutti lo credevano
a letto... una volta erano disperati perché non lo trovavano
neanche in cappella dove c'erano le luci spente. Infine sarà
lì che lo trovano, invisibile perché disteso a terra...
si poteva pensare che stesse conversando con qualcuno invece parlava ad
alta voce con il Signore, cioè dialogava con Dio...". Balza agli
occhi come la descrizione di questo misticismo possa essere facilmente
interpretata, da chi non abbia la fede ma un po' di scettiche
cognizioni sanitarie, come evidente manifestazione di debolezza senile,
il ché, anche se potrebbe renderci più umano quell'uomo,
contrasta però decisamente con le presunte prove della sua
santità. E che questa interpretazione delle dichiarazioni del
postulatore della causa di beatificazione, sicuramente espresse con
l'imprimatur papale, non sia una maliziosa forzatura, lo dimostra
l'iter della causa stessa, che sta trovando difficoltà fino a
poco fa del tutto imprevedibili.
A dispetto, infatti, della emotiva richiesta post mortem di concludere
in tempi brevissimi le procedure per la santificazione, richiesta che
sembrava avere trovato benevola accoglienza anche nelle alte stanze
vaticane (mai contraddire la folla quando è un po' troppo
surriscaldata!), oggi le cose vanno molto a rilento, ben più a
rilento, ad esempio, di altri procedimenti (vedi Teresa di Calcutta)
che avevano invece stravolto le secolari procedure ecclesiastiche.
Il gesuita Peter Gumpel, che da quasi mezzo secolo si occupa di cause
dei santi ed è patrocinatore di Pio XII, afferma che i tempi
saranno lunghi, molto lunghi, si parla addirittura di 40-50 anni, tanto
più che "dopo la morte di Wojtila ci fu subito un movimento di
massa con cori organizzati" e questa cosa, alquanto strana, lo
seccò moltissimo. Fatta la necessaria tara all'appartenenza di
Gumpel alla razza dei gesuiti, persone da trattare con le molle,
è evidente che la sua autorevole affermazione, rilasciata
proprio nel terzo anniversario della morte di Wojtila in coincidenza
con le rinnovate richieste di beatificazione, non può essere
voce dal sen fuggita, ma la corretta interpretazione di quello che
Ratzinger pensa ma, almeno per il momento, non può dire: "santo
subito nein, santo dopo... vedremo".
A questo punto ci si potrebbe chiedere cosa interessino a un anarchico
agnostico le pratiche santificatrici d'Oltretevere, ma dato che viviamo
in un paese che spesso sembra una dependance vaticana, non fa male
cercare di capire, per quanto possibile, cosa passa per la testa del
prete. In questo caso, se non sbaglio, direi che Ratzinger e il suo
entourage stiano cercando di dare ulteriore impulso al tentativo di
riportare la Chiesa, e di conseguenza la politica papale, al centro del
dibattito etico, morale e culturale del paese. E per ottenere
ciò, è necessario mostrare un aspetto raziocinante e
"terreno", un po' più credibile dello spettacolare misticismo,
troppo spesso confinante con la gigioneria e la guitteria, con cui si
proponeva Wojtila.
Quindi, quella che sembrerebbe solo una bega interna alle gerarchie
ecclesiastiche, appare invece come un'accelerazione della strategia
vaticana di pesante intrusione nella nostra società. E questo,
se permettete, interessa anche a MoM.
MoM