Mentre la chiesa cattolica americana è ancora nell'occhio del
ciclone, travolta dallo scandalo dei quattromila preti pedofili e dalla
batosta economica dovuta al risarcimento delle vittime, le chiese
evangeliche, al contrario, continuano ad espandersi nella modernissima
America, trascinate dal proprio fondamentalismo radicale che si traduce
in uno zelo missionario che non conosce requie.
Questa la situazione che Ratzinger si trova ad affrontare in questi
giorni di visita negli USA, in un viaggio che sembra tutto giocato sul
compromesso diplomatico di facciata e il tentativo, neanche tanto
nascosto, di rilanciare una traballante chiesa cattolica, lacerata
dagli scandali, appunto, e dalle richieste progressiste di una parte
dell'episcopato e del clero.
La strategia si basa su due direttive: denuncia della pedofilia del clero e del relativismo dei protestanti.
Per quanto riguarda il primo problema, Ratzinger sembra proseguire la
strada intrapresa con il prete pedofilo Marcial Marciel, fondatore dei
"Legionari di Cristo", attraverso la denuncia pubblica dell'errore
commesso dai sacerdoti e, quindi, l'abbandono di fatto della strategia
adottata con il "crimen sollicitationis".
In passato, infatti, Benedetto ha preferito la solita procedura dello
spostamento di sede dei sacerdoti pedofili e delle pressioni nei
confronti dei familiari delle giovani vittime, affinché non
denunciassero pubblicamente pratiche sessuali che sempre di più
si affermano come strutturali all'interno del clero cattolico.
Adesso, invece, fallita miseramente la via della minimizzazione, grazie
alle denunce di genitori coraggiosi e di vittime degli abusi, il papa
sceglie la strada delle denuncia pubblica, e gioca la carta del mea
culpa.
Ratzinger assicura che i preti riconosciuti pedofili saranno costretti
ad abbandonare il proprio ministero (si spera senza che questo avvenga
finalmente alla luce del sole), che i vescovi e sacerdoti negli USA non
abbandoneranno le vittime (non stentiamo a crederlo), ma faranno il
possibile per aiutare, assistere, guarire, frase che immagino per le
vittime possa suonare come una minaccia.
I direttori spirituali dei seminari avranno cura di selezionare con
attenzione i candidati e "solo le persone sane", così afferma
testualmente il papa sull'aereo che lo sta portando in America, saranno
ammesse al sacerdozio.
Non ci aspettavamo certo che il papa attaccasse la precedente politica
omertosa della chiesa cattolica in fatto di pedofilia, ma il mea culpa
americano, anche se arrivato quando già lo scandalo pedofilia
aveva travolto la chiesa, è già l'ammissione del fatto
che in questo caso non si è trattato della "debolezza" di
qualche sacerdote isolato, ma di un fatto molto più grave, che
ha coinvolto una percentuale consistente del clero. Anne Burke della
Commissione d'Indagine Nazionale sugli scandali sessuali istituita
dalla Chiesa Cattolica Statunitense, ha dichiarato: "Abbiamo scoperto
che non si è trattato di un fatto epidemico, con più casi
in una diocesi che in altre, ma di un fatto endemico, con le stesse
percentuali di molestie sessuali sui minori in ogni diocesi".
I rimedi proposti da Benedetto XVI puntano l'attenzione "a monte",
cioè al momento della scelta dei candidati al sacerdozio, i
quali dovranno affrontare sei anni di seminario.
Il problema che non viene sottolineato, perché metterebbe in
questione la scelta del celibato già contestata dalla parte
più progressista del clero USA, è quello dell'anomalia
della vita di seminario.
Per molti ragazzi, giovani e destinati "per natura" ad una normale vita
sessuale, la scelta della reclusione forzata in seminario e di una vita
di castità non può che essere foriera di repressioni e
perversioni. Il papa, sempre attento a definire dato "naturale"
ciò che invece attiene alla cultura (come il matrimonio), da
questo orecchio non ci sente. Il celibato non può che essere la
scelta di una minoranza. Per tutti gli altri sacerdoti sarà
sicuramente un compromesso che scaturirà per tanti
nell'abbandono della vita consacrata e per gli altri nel compromesso
del "concubinato" segreto. E della pedofilia.
Rispetto alle chiese evangeliche americane, invece, Benedetto XVI
sceglie la via dell'attacco frontale, nel tentativo di dare vita ad una
riscossa dei cattolici.
Le comunità evangeliche, infatti, per quanto lacerate da
divisioni e da una pratica spontaneista (ma non esattamente caotica)
che favorisce la continua nascita di nuove "chiese", mostrano nel Nord,
come nel Sud America una marcia in più rispetto ai cattolici. In
particolare l'esperienza pentecostale, che attraversa trasversalmente
le chiese evangeliche, ha permesso una ventata di fanatismo
irrazionalistico tra i cristiani americani, tradottasi in una pratica
dell'evangelizzazione militante che i cattolici non sono in grado
assolutamente di emulare. I pentecostali, infatti, si impegnano in
prima persona nella testimonianza della fede, operano miracoli
attraverso preghiere di guarigione, pregano nelle lingue degli angeli,
fomentano guerre sante contro i musulmani, si legano ai politici
più reazionari fino a controllare la stessa Casa Bianca, hanno
un circuito di televisioni attraverso le quali predicatori deliranti
sparlano a milioni di persone, spingendole al fanatismo crociato che
caratterizza la politica made in USA.
L'esperienza pentecostale è quanto di meno liberale si possa
immaginare, intrisa com'è di una teologia fondamentalista che fa
dell'esperienza spirituale isterica la base della relazione con il
divino. I cristiani "rinati" si caratterizzano per un'avversità
istintiva nei confronti di ogni forma di intellettualismo religioso,
fattore che ha decretato la crisi dell'esperienza liberale del
protestantesimo americano. Solo per inciso, da questo punto di vista
risulta quanto meno forzato il tentativo fatto da alcuni giornalisti
(Maurizio Molinari, per esempio) di accreditare le tesi di Toqueville
sul positivo rapporto tra stato laico e chiese americane. Non credo
affatto che in passato questa dialettica positiva ci sia stata: i Padri
Fondatori americani fuggivano dalle persecuzioni religiose per
ricostituire però, in America, chiese fondamentaliste e
calviniste nel Nord, simili quanto a chiusura mentale alle chiese
anglicane del Sud.
Dal rifiuto dei modelli calvinista e anglicano nascono le chiese
moderate (quelle del Centro, caratterizzate ancora oggi da un certo
democratismo "newyorkese" e basate sulla libertà di coscienza)
mentre dallo strapotere dei fondamentalisti nascono le persecuzioni
feroci nei confronti dei nativi americani, che invece i cristiani
liberali del Centro trattarono con maggior rispetto.
Se probabilmente non è possibile citare come esempio positivo i
compromessi fatti nel passato per far coesistere esperienze religiose
così diverse e antagoniste (con buona pace di Tocqueville),
sicuramente non è possibile oggi, alla luce del tentativo di
egemonia culturale dei pentecostali, continuare a parlare di un buon
sistema di relazione tra stato laico e chiese. Lo stato laico di
Tocqueville, che a parole Benedetto XVI apprezza, non è
probabilmente mai esistito se non nella propaganda degli estimatori del
modello religioso e politico americano, certo non esiste oggi, quando
gli evangelicals e i protestanti in genere hanno in mano la Casa Bianca
e guidano, con ogni mezzo necessario, le crociate dei cristiani rinati
contro musulmani, atei, scienziati, dissidenti.
La proposta americana di Ratzinger, per quanto intellettualmente sia
l'ennesimo colpo basso tirato al dialogo ecumenico, non sembra
all'altezza della situazione quanto a praticabilità.
Parlando della divisione dei cristiani, infatti, il papa non lesina
qualche affondo ai fratelli protestanti e alla presenza di 250
rappresentanti di una decina di confessioni cristiane Benedetto ha
affermato quanto segue: "Miei cari amici, la forza del kerygma
(l'annuncio cristiano, il suo nucleo di verità) non ha perso
nulla del suo interiore dinamismo. Pur tuttavia dobbiamo chiederci se
il suo pieno vigore non sia stato attenuato da un approccio
relativistico alla dottrina cristiana simile a quello che troviamo
nelle ideologie secolarizzate, che, con il sostenere che solo la
scienza è "oggettiva", relegano completamente la religione nella
sfera soggettiva del sentimento dell'individuo. Le scoperte
scientifiche e le loro realizzazioni attraverso l'ingegno umano offrono
senza dubbio all'umanità nuove possibilità di
miglioramento. Questo non significa, tuttavia, che il "conoscibile" sia
limitato a ciò che è empiricamente verificabile,
né che la religione sia confinata al regno mutevole della
"esperienza personale".
L'attacco è all'esperienza protestante, frazionata in una serie
di denominazioni. L'attacco è, inoltre e come al solito, al
dialogo ecumenico che evidentemente il papa ritiene troppo pluralista e
poco utile a mettere in luce la "centralità" di un cattolicesimo
saccheggiato dal dinamismo pentecostale.
Eccezionale l'accostamento tra evangelici e scienza: entrambi relegano la religione nella sfera privata.
Eppure il giudizio del pontefice è assolutamente ingeneroso
verso i protestanti rinati. Uniti in associazioni potentissime (la
National Association of evangelicals riunisce 60 denominazioni e
rappresenta milioni di protestanti americani), questi sono in grado di
parlare spesso ad una sola voce alla nazione americana, ottenendo ampi
consensi e continua visibilità, altro che sfera privata. La
proposta di Ratzinger non sembra all'altezza, dicevo, perché
basata solo sulla sua solita ossessione, il relativismo, condita da
ricette regressive che hanno già tagliato le gambe all'ala
più americana della chiesa cattolica, quella dei movimenti
spiritualisti.
Ad essi Ratzinger vorrebbe sostituire il tradizionalismo della liturgia
e la negazione di tutte le forme dinamiche di propaganda cristiana (in
primis quella musicale, che dagli anni '70 in poi è stata
veicolo di eccezionale richiamo tra i giovani della "messa beat" e che
viene praticamente sostituita della musica sacra tradizionale). Il
pontefice cade nella tentazione di dare lezioni ai vincenti, non
riuscendo a cogliere gli ingredienti fondamentali del successo dei
fondamentalisti americani, cioè quella capacità tutta
luterana di legarsi ai principi, arricchita però da linguaggi
duttili e popolari, da una predicazione immediata che parla al cuore
della gente, da una capacità di stare effettivamente in mezzo
alle persone e non solo attraverso la forza dei politici (comunque
conquistata). Anche questi, in ogni caso, sono retaggi luterani.
A tutto ciò il papa pensa di poter contrapporre la messa in
latino, l'intellettualismo esasperato, il formalismo della pratica e
della comunicazione religiosa, la mortificazione intellettualoide dei
movimenti giovanili. Proposte reazionarie che forse possono
entusiasmare un'Italia che riscopre sempre più la sua latente
anima clerico-fascista, ma che probabilmente non ha la forza di
sostituirsi al gospel vitale, irrazionale, anti-intellettuale e
inter-razziale che anima il fondamentalismo missionario e colonialista
degli USA.
Paolo Iervese