Umanità Nova, n.15 del 27 aprile 2008, anno 88

Ratzi negli USA. Tra preti pedofili e radicalismo evangelico


Mentre la chiesa cattolica americana è ancora nell'occhio del ciclone, travolta dallo scandalo dei quattromila preti pedofili e dalla batosta economica dovuta al risarcimento delle vittime, le chiese evangeliche, al contrario, continuano ad espandersi nella modernissima America, trascinate dal proprio fondamentalismo radicale che si traduce in uno zelo missionario che non conosce requie.
Questa la situazione che Ratzinger si trova ad affrontare in questi giorni di visita negli USA, in un viaggio che sembra tutto giocato sul compromesso diplomatico di facciata e il tentativo, neanche tanto nascosto, di rilanciare una traballante chiesa cattolica, lacerata dagli scandali, appunto, e dalle richieste progressiste di una parte dell'episcopato e del clero.
La strategia si basa su due direttive: denuncia della pedofilia del clero e del relativismo dei protestanti.
Per quanto riguarda il primo problema, Ratzinger sembra proseguire la strada intrapresa con il prete pedofilo Marcial Marciel, fondatore dei "Legionari di Cristo", attraverso la denuncia pubblica dell'errore commesso dai sacerdoti e, quindi, l'abbandono di fatto della strategia adottata con il "crimen sollicitationis".
In passato, infatti, Benedetto ha preferito la solita procedura dello spostamento di sede dei sacerdoti pedofili e delle pressioni nei confronti dei familiari delle giovani vittime, affinché non denunciassero pubblicamente pratiche sessuali che sempre di più si affermano come strutturali all'interno del clero cattolico.
Adesso, invece, fallita miseramente la via della minimizzazione, grazie alle denunce di genitori coraggiosi e di vittime degli abusi, il papa sceglie la strada delle denuncia pubblica, e gioca la carta del mea culpa.
Ratzinger assicura che i preti riconosciuti pedofili saranno costretti ad abbandonare il proprio ministero (si spera senza che questo avvenga finalmente alla luce del sole), che i vescovi e sacerdoti negli USA non abbandoneranno le vittime (non stentiamo a crederlo), ma faranno il possibile per aiutare, assistere, guarire, frase che immagino per le vittime possa suonare come una minaccia.
I direttori spirituali dei seminari avranno cura di selezionare con attenzione i candidati e "solo le persone sane", così afferma testualmente il papa sull'aereo che lo sta portando in America, saranno ammesse al sacerdozio.
Non ci aspettavamo certo che il papa attaccasse la precedente politica omertosa della chiesa cattolica in fatto di pedofilia, ma il mea culpa americano, anche se arrivato quando già lo scandalo pedofilia aveva travolto la chiesa, è già l'ammissione del fatto che in questo caso non si è trattato della "debolezza" di qualche sacerdote isolato, ma di un fatto molto più grave, che ha coinvolto una percentuale consistente del clero. Anne Burke della Commissione d'Indagine Nazionale sugli scandali sessuali istituita dalla Chiesa Cattolica Statunitense, ha dichiarato: "Abbiamo scoperto che non si è trattato di un fatto epidemico, con più casi in una diocesi che in altre, ma di un fatto endemico, con le stesse percentuali di molestie sessuali sui minori in ogni diocesi".
I rimedi proposti da Benedetto XVI puntano l'attenzione "a monte", cioè al momento della scelta dei candidati al sacerdozio, i quali dovranno affrontare sei anni di seminario.
Il problema che non viene sottolineato, perché metterebbe in questione la scelta del celibato già contestata dalla parte più progressista del clero USA, è quello dell'anomalia della vita di seminario.
Per molti ragazzi, giovani e destinati "per natura" ad una normale vita sessuale, la scelta della reclusione forzata in seminario e di una vita di castità non può che essere foriera di repressioni e perversioni. Il papa, sempre attento a definire dato "naturale" ciò che invece attiene alla cultura (come il matrimonio), da questo orecchio non ci sente. Il celibato non può che essere la scelta di una minoranza. Per tutti gli altri sacerdoti sarà sicuramente un compromesso che scaturirà per tanti nell'abbandono della vita consacrata e per gli altri nel compromesso del "concubinato" segreto. E della pedofilia.
Rispetto alle chiese evangeliche americane, invece, Benedetto XVI sceglie la via dell'attacco frontale, nel tentativo di dare vita ad una riscossa dei cattolici.
Le comunità evangeliche, infatti, per quanto lacerate da divisioni e da una pratica spontaneista (ma non esattamente caotica) che favorisce la continua nascita di nuove "chiese", mostrano nel Nord, come nel Sud America una marcia in più rispetto ai cattolici. In particolare l'esperienza pentecostale, che attraversa trasversalmente le chiese evangeliche, ha permesso una ventata di fanatismo irrazionalistico tra i cristiani americani, tradottasi in una pratica dell'evangelizzazione militante che i cattolici non sono in grado assolutamente di emulare. I pentecostali, infatti, si impegnano in prima persona nella testimonianza della fede, operano miracoli attraverso preghiere di guarigione, pregano nelle lingue degli angeli, fomentano guerre sante contro i musulmani, si legano ai politici più reazionari fino a controllare la stessa Casa Bianca, hanno un circuito di televisioni attraverso le quali predicatori deliranti sparlano a milioni di persone, spingendole al fanatismo crociato che caratterizza la politica made in USA.
L'esperienza pentecostale è quanto di meno liberale si possa immaginare, intrisa com'è di una teologia fondamentalista che fa dell'esperienza spirituale isterica la base della relazione con il divino. I cristiani "rinati" si caratterizzano per un'avversità istintiva nei confronti di ogni forma di intellettualismo religioso, fattore che ha decretato la crisi dell'esperienza liberale del protestantesimo americano. Solo per inciso, da questo punto di vista risulta quanto meno forzato il tentativo fatto da alcuni giornalisti (Maurizio Molinari, per esempio) di accreditare le tesi di Toqueville sul positivo rapporto tra stato laico e chiese americane. Non credo affatto che in passato questa dialettica positiva ci sia stata: i Padri Fondatori americani fuggivano dalle persecuzioni religiose per ricostituire però, in America, chiese fondamentaliste e calviniste nel Nord, simili quanto a chiusura mentale alle chiese anglicane del Sud.
Dal rifiuto dei modelli calvinista e anglicano nascono le chiese moderate (quelle del Centro, caratterizzate ancora oggi da un certo democratismo "newyorkese" e basate sulla libertà di coscienza) mentre dallo strapotere dei fondamentalisti nascono le persecuzioni feroci nei confronti dei nativi americani, che invece i cristiani liberali del Centro trattarono con maggior rispetto.
Se probabilmente non è possibile citare come esempio positivo i compromessi fatti nel passato per far coesistere esperienze religiose così diverse e antagoniste (con buona pace di Tocqueville), sicuramente non è possibile oggi, alla luce del tentativo di egemonia culturale dei pentecostali, continuare a parlare di un buon sistema di relazione tra stato laico e chiese. Lo stato laico di Tocqueville, che a parole Benedetto XVI apprezza, non è probabilmente mai esistito se non nella propaganda degli estimatori del modello religioso e politico americano, certo non esiste oggi, quando gli evangelicals e i protestanti in genere hanno in mano la Casa Bianca e guidano, con ogni mezzo necessario, le crociate dei cristiani rinati contro musulmani, atei, scienziati, dissidenti.
La proposta americana di Ratzinger, per quanto intellettualmente sia l'ennesimo colpo basso tirato al dialogo ecumenico, non sembra all'altezza della situazione quanto a praticabilità.
Parlando della divisione dei cristiani, infatti, il papa non lesina qualche affondo ai fratelli protestanti e alla presenza di 250 rappresentanti di una decina di confessioni cristiane Benedetto ha affermato quanto segue: "Miei cari amici, la forza del kerygma (l'annuncio cristiano, il suo nucleo di verità) non ha perso nulla del suo interiore dinamismo. Pur tuttavia dobbiamo chiederci se il suo pieno vigore non sia stato attenuato da un approccio relativistico alla dottrina cristiana simile a quello che troviamo nelle ideologie secolarizzate, che, con il sostenere che solo la scienza è "oggettiva", relegano completamente la religione nella sfera soggettiva del sentimento dell'individuo. Le scoperte scientifiche e le loro realizzazioni attraverso l'ingegno umano offrono senza dubbio all'umanità nuove possibilità di miglioramento. Questo non significa, tuttavia, che il "conoscibile" sia limitato a ciò che è empiricamente verificabile, né che la religione sia confinata al regno mutevole della "esperienza personale".
L'attacco è all'esperienza protestante, frazionata in una serie di denominazioni. L'attacco è, inoltre e come al solito, al dialogo ecumenico che evidentemente il papa ritiene troppo pluralista e poco utile a mettere in luce la "centralità" di un cattolicesimo saccheggiato dal dinamismo pentecostale.
Eccezionale l'accostamento tra evangelici e scienza: entrambi relegano la religione nella sfera privata.
Eppure il giudizio del pontefice è assolutamente ingeneroso verso i protestanti rinati. Uniti in associazioni potentissime (la National Association of evangelicals riunisce 60 denominazioni e rappresenta milioni di protestanti americani), questi sono in grado di parlare spesso ad una sola voce alla nazione americana, ottenendo ampi consensi e continua visibilità, altro che sfera privata. La proposta di Ratzinger non sembra all'altezza, dicevo, perché basata solo sulla sua solita ossessione, il relativismo, condita da ricette regressive che hanno già tagliato le gambe all'ala più americana della chiesa cattolica, quella dei movimenti spiritualisti.
Ad essi Ratzinger vorrebbe sostituire il tradizionalismo della liturgia e la negazione di tutte le forme dinamiche di propaganda cristiana (in primis quella musicale, che dagli anni '70 in poi è stata veicolo di eccezionale richiamo tra i giovani della "messa beat" e che viene praticamente sostituita della musica sacra tradizionale). Il pontefice cade nella tentazione di dare lezioni ai vincenti, non riuscendo a cogliere gli ingredienti fondamentali del successo dei fondamentalisti americani, cioè quella capacità tutta luterana di legarsi ai principi, arricchita però da linguaggi duttili e popolari, da una predicazione immediata che parla al cuore della gente, da una capacità di stare effettivamente in mezzo alle persone e non solo attraverso la forza dei politici (comunque conquistata). Anche questi, in ogni caso, sono retaggi luterani.
A tutto ciò il papa pensa di poter contrapporre la messa in latino, l'intellettualismo esasperato, il formalismo della pratica e della comunicazione religiosa, la mortificazione intellettualoide dei movimenti giovanili. Proposte reazionarie che forse possono entusiasmare un'Italia che riscopre sempre più la sua latente anima clerico-fascista, ma che probabilmente non ha la forza di sostituirsi al gospel vitale, irrazionale, anti-intellettuale e inter-razziale che anima il fondamentalismo missionario e colonialista degli USA.

Paolo Iervese

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