Umanità Nova, n.16 del 4 maggio 2008, anno 88

Veneto: sopra la panca la società crepa. Muri, sceriffi e web-cam


Tra breve non ci saranno che pazzi dentro le nostre mura.
(A.Camus, La Peste)

Nell'industrioso Veneto, da anni, la panchina è divenuta il simbolo surreale della cosiddetta emergenza sicurezza. Tutto ebbe inizio nel 1997 quando Gentilini, il sindaco leghista di Treviso, decise di far rimuovere alcune panchine pubbliche antistanti la stazione per mettere fine alla permanenza di migranti in tale zona. Da allora, tale misura è stata condivisa da molti altri sindaci di ogni appartenenza politica e, in taluni casi, ha visto ulteriori paradossali varianti come quella del sindaco anch'esso leghista di Verona, Tosi, che ha optato per l'installazione di una separazione metallica a metà delle panchine per togliere ai senza dimora anche questo letto.
Probabilmente quest'avversione nei confronti delle panchine, aldilà delle motivazioni contingenti, si sposa con alcune caratteristiche dell'ideologia dominante oggi in questa regione. Innanzi tutto, per una mentalità in cui il lavorare appare l'elemento prevalente su ogni altro aspetto del vivere, la panchina in quanto spazio di non lavoro diventa un problema e quindi un'inammissibile devianza; così come, prima ancora dell'eventualità che attorno ad essa possano svolgersi attività illecite così come in qualsiasi altro luogo pubblico, appare evidente che irrita il fatto stesso che possa esistere un'occasione di incontro e socialità per un'umanità che non si vuole neanche vedere.
In questo opprimente contesto, si inseriscono le notizie provenienti in queste settimane da Padova, città che pur avendo un'amministrazione di centrosinistra è divenuta famosa pure a livello internazionale come la città dei muri.
Stavolta a creare il caso sono stati alcuni commercianti di tre piazze cittadine (Mazzini, Conciapelli e Cavour) che hanno chiesto al Comune di rimuovere le panchine dove "siedono sbandati e balordi che allontanano la clientela". Eppure tale preoccupazione appare quanto meno discutibile visto che proprio uno di questi bottegai ha dichiarato a un quotidiano locale che le panchine "è inaccettabile che siano sempre occupate da stranieri che le usano per mangiare e dormire. A questo punto sarebbe molto meglio levarle: è preferibile una piazza vuota che piena di senza dimora".
A tale considerazione, sempre il solito personaggio ne ha aggiunta un'altra non meno significativa per sostenere che i negozianti della zona non sono razzisti: "Noi registriamo la presenza di romeni e di africani, ma non mancano gli italiani che sono maleducati alla pari degli stranieri".
E visto che telecamere e ronde di polizia non possono togliere anche dalle piazze questa "gente senza arte né parte" (espressione usata da un fine cronista), alcuni commercianti aderenti al ComRes hanno deciso di assoldare delle guardie private per perlustrare il centro a scopo dimostrativo, al fine di "allontanare gli sbandati" e "le persone poco raccomandabili" secondo una logica al di fuori di ogni norma e competenza legale, visto e considerato che la gestione dell'ordine pubblico non è ancora demandata a organismi privati con la vocazione dell'arbitrio.
Una ronda mista, composta da una squadretta di cittadini, commercianti e persino immobiliaristi, a loro volta scortati da due vigilantes della Civis (30 euro all'ora), ha fatto il suo farsesco debutto di due ore per le strade cittadine
Tale circostanza rientra però perfettamente nell'involuzione del concetto postmoderno di polizia, configurato come cooperazione partecipata tra cittadini zelanti e polizie pubbliche e private in una sorta di generalizzazione della conversione poliziesca di ogni attore attivo nel governo della società locale, secondo il modello di controllo sociale già delineato nel 1961 da Jane Jacobs: "La pace della città – delle strade e dei marciapiedi – non è garantita principalmente dalla polizia, anche se la polizia è necessaria; è garantita da un'intricata quasi inconscia rete di controllo volontario esercitato della popolazione stessa sui propri quartieri". Uno schema che da decenni negli Usa, in Francia e in Gran Bretagna vede la privatizzazione degli spazi pubblici e la bunkerizzazione di interi caseggiati, quartieri, periferie.
Dentro questa cornice, s'inserisce anche il ruolo assunto dalla tecnologia legata alla sicurezza che ha visto lo sviluppo di progetti di sorveglianza democraticamente partecipata, come l'introduzione di diffusi sistemi di videosorveglianza affidati ai cittadini "perbene" in collegamento con polizie private, locali o di stato.
E, a fianco della tele-vigilanza, si affianca adesso anche un nuovo ruolo della comunicazione interattiva, come dimostra il progetto Padova Security Channel, ovvero un canale satellitare interamente dedicato alla sicurezza, promosso da alcune associazioni cittadine, da Sos Padova ai Comitati Pescarotto e Stanga (quello del muro di Via Anelli) con il supporto tecnico di alcune reti televisive locali note per il loro continuo fomentare xenofobia e l'immediato appoggio politico delle destre. Padova Security Channel, secondo i suoi sponsor, offrirà 24 ore su 24 ai cittadini la possibilità di denunciare, discutere, documentare le situazioni di degrado e insicurezza, con l'attivazione anche di web-cam fisse nonché dei filmati realizzati dai cittadini, collegati pure ad un sito in rete, sul copione sperimentato del Grande Fratello.
Nelle intenzione dei suoi ideatori, il canale dovrebbe essere rilanciato pure all'estero, a partire dalla Libia dove pare siano già stati presi contatti con un'emittente, con dichiarate funzioni di deterrenza anti-immigrazione, scoraggiata dalle immagini sulla sorte e le condizioni di vita dei migranti nella città del Santo.
Lo spettacolo della discriminazione come propaganda del razzismo sociale.

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