Tra breve non ci saranno che pazzi dentro le nostre mura.
(A.Camus, La Peste)
Nell'industrioso Veneto, da anni, la panchina è divenuta il
simbolo surreale della cosiddetta emergenza sicurezza. Tutto ebbe
inizio nel 1997 quando Gentilini, il sindaco leghista di Treviso,
decise di far rimuovere alcune panchine pubbliche antistanti la
stazione per mettere fine alla permanenza di migranti in tale zona. Da
allora, tale misura è stata condivisa da molti altri sindaci di
ogni appartenenza politica e, in taluni casi, ha visto ulteriori
paradossali varianti come quella del sindaco anch'esso leghista di
Verona, Tosi, che ha optato per l'installazione di una separazione
metallica a metà delle panchine per togliere ai senza dimora
anche questo letto.
Probabilmente quest'avversione nei confronti delle panchine,
aldilà delle motivazioni contingenti, si sposa con alcune
caratteristiche dell'ideologia dominante oggi in questa regione.
Innanzi tutto, per una mentalità in cui il lavorare appare
l'elemento prevalente su ogni altro aspetto del vivere, la panchina in
quanto spazio di non lavoro diventa un problema e quindi
un'inammissibile devianza; così come, prima ancora
dell'eventualità che attorno ad essa possano svolgersi
attività illecite così come in qualsiasi altro luogo
pubblico, appare evidente che irrita il fatto stesso che possa esistere
un'occasione di incontro e socialità per un'umanità che
non si vuole neanche vedere.
In questo opprimente contesto, si inseriscono le notizie provenienti in
queste settimane da Padova, città che pur avendo
un'amministrazione di centrosinistra è divenuta famosa pure a
livello internazionale come la città dei muri.
Stavolta a creare il caso sono stati alcuni commercianti di tre piazze
cittadine (Mazzini, Conciapelli e Cavour) che hanno chiesto al Comune
di rimuovere le panchine dove "siedono sbandati e balordi che
allontanano la clientela". Eppure tale preoccupazione appare quanto
meno discutibile visto che proprio uno di questi bottegai ha dichiarato
a un quotidiano locale che le panchine "è inaccettabile che
siano sempre occupate da stranieri che le usano per mangiare e dormire.
A questo punto sarebbe molto meglio levarle: è preferibile una
piazza vuota che piena di senza dimora".
A tale considerazione, sempre il solito personaggio ne ha aggiunta
un'altra non meno significativa per sostenere che i negozianti della
zona non sono razzisti: "Noi registriamo la presenza di romeni e di
africani, ma non mancano gli italiani che sono maleducati alla pari
degli stranieri".
E visto che telecamere e ronde di polizia non possono togliere anche
dalle piazze questa "gente senza arte né parte" (espressione
usata da un fine cronista), alcuni commercianti aderenti al ComRes
hanno deciso di assoldare delle guardie private per perlustrare il
centro a scopo dimostrativo, al fine di "allontanare gli sbandati" e
"le persone poco raccomandabili" secondo una logica al di fuori di ogni
norma e competenza legale, visto e considerato che la gestione
dell'ordine pubblico non è ancora demandata a organismi privati
con la vocazione dell'arbitrio.
Una ronda mista, composta da una squadretta di cittadini, commercianti
e persino immobiliaristi, a loro volta scortati da due vigilantes della
Civis (30 euro all'ora), ha fatto il suo farsesco debutto di due ore
per le strade cittadine
Tale circostanza rientra però perfettamente nell'involuzione del
concetto postmoderno di polizia, configurato come cooperazione
partecipata tra cittadini zelanti e polizie pubbliche e private in una
sorta di generalizzazione della conversione poliziesca di ogni attore
attivo nel governo della società locale, secondo il modello di
controllo sociale già delineato nel 1961 da Jane Jacobs: "La
pace della città – delle strade e dei marciapiedi – non è
garantita principalmente dalla polizia, anche se la polizia è
necessaria; è garantita da un'intricata quasi inconscia rete di
controllo volontario esercitato della popolazione stessa sui propri
quartieri". Uno schema che da decenni negli Usa, in Francia e in Gran
Bretagna vede la privatizzazione degli spazi pubblici e la
bunkerizzazione di interi caseggiati, quartieri, periferie.
Dentro questa cornice, s'inserisce anche il ruolo assunto dalla
tecnologia legata alla sicurezza che ha visto lo sviluppo di progetti
di sorveglianza democraticamente partecipata, come l'introduzione di
diffusi sistemi di videosorveglianza affidati ai cittadini "perbene" in
collegamento con polizie private, locali o di stato.
E, a fianco della tele-vigilanza, si affianca adesso anche un nuovo
ruolo della comunicazione interattiva, come dimostra il progetto Padova
Security Channel, ovvero un canale satellitare interamente dedicato
alla sicurezza, promosso da alcune associazioni cittadine, da Sos
Padova ai Comitati Pescarotto e Stanga (quello del muro di Via Anelli)
con il supporto tecnico di alcune reti televisive locali note per il
loro continuo fomentare xenofobia e l'immediato appoggio politico delle
destre. Padova Security Channel, secondo i suoi sponsor, offrirà
24 ore su 24 ai cittadini la possibilità di denunciare,
discutere, documentare le situazioni di degrado e insicurezza, con
l'attivazione anche di web-cam fisse nonché dei filmati
realizzati dai cittadini, collegati pure ad un sito in rete, sul
copione sperimentato del Grande Fratello.
Nelle intenzione dei suoi ideatori, il canale dovrebbe essere
rilanciato pure all'estero, a partire dalla Libia dove pare siano
già stati presi contatti con un'emittente, con dichiarate
funzioni di deterrenza anti-immigrazione, scoraggiata dalle immagini
sulla sorte e le condizioni di vita dei migranti nella città del
Santo.
Lo spettacolo della discriminazione come propaganda del razzismo sociale.
Anti