Si affermerà che nessuno vuole
cancellare il contratto nazionale, esattamente come così si
diceva quando è cominciato il processo di smantellamento della
scala mobile. Purtroppo la logica è la stessa di allora.
Se ci sediamo al tavolo accettando
un'impostazione che dice che per guadagnare di più bisogna dare
più produttività e questa la si deve recuperare in
azienda, è inevitabile che si finisca per ridimensionare il
già tenue ruolo del contratto nazionale a favore non della
contrattazione aziendale, ma del salario individuale. Se poi si pensa
che la contrattazione territoriale possa aumentare salari e poteri,
coprendo i buchi vecchi e nuovi del contratto nazionale, allora le
esperienze del contratto dei lavoratori agricoli e degli artigiani ci
dicono che è vero esattamente il contrario e che la
contrattazione territoriale verrà istituita solo se
porterà alle gabbie salariali.
Dal "Documento presentato da Giorgio Cremaschi e Dino Greco al Direttivo della Cgil del 7 maggio 2008"
Quello che colpisce, leggendo le prese di posizione della sinistra
CGIL, è la piena condivisibilità di quanto affermano nel
merito delle scelte del sindacato di appartenenza e la pertinace
mancanza di consequenzialità dal punto di vista delle scelte
generali dei suoi esponenti.
Se, infatti, con le ultime prese di posizione, la CGIL ha, in un sol
colpo, deciso di attenuare le tradizionali differenze rispetto alla
CISL e, soprattutto, assunto come propria la posizione di Confindustria
e del governo, non è ragionevole supporre che il gruppo
dirigente di questo sindacato sia impazzito. È, al contrario
evidente, che la CGIL ritiene inevitabile l'ennesimo scambio fra
concessioni alle controparti e garanzie per il proprio apparato, per un
verso, e che fa proprio l'orientamento generale del Partito Democratico
sulla necessità di un'opposizione "ragionevole" per l'altro.
Lasciando, per ora da parte le sofferenze di questo settore della
burocrazia sindacale è opportuno entrare nel merito delle
novità che dovremo affrontare nel prossimo periodo.
Come è noto, il 7 maggio 2008, CGIL-CISL-UIL hanno approvato un
importante documento "Linee di riforma della struttura della
contrattazione".
È bene ricordare, per evitare forzature interpretative, che si
tratta della proposta di parte sindacale sul tema e che il prodotto
finale del confronto con il padronato ed il governo potrebbe essere
significativamente diverso, in peggio ca va sans dire.
La prima considerazione da fare è sin banale ma è bene
farla, come la nuova maggioranza parlamentare ha prodotto a gran
velocità un esecutivo, altrettanto velocemente la burocrazia
sindacale ha scelto l'unità al proprio interno nei rapporti con
il governo e con il padronato.
Fatto salvo che vi potrebbero essere rovesciamenti di prospettiva anche
abbastanza rapidi, questa scelta dimostra la volontà della CGIL
di evitare il ripetersi dello scenario 2001 – 2006 con CISL ed UIL
dialoganti con il governo delle destre e la CGIL a produrre animazione
sociale. Che questa scelta sia in relazione con la probabile
solidità dell'attuale maggioranza parlamentare pare sin troppo
evidente. Insomma sembra che Epifani e C. abbiano deciso che, se non
possono combattere governo e confindustria, è opportuno farseli
amici.
A questo giro CGIL-CISL-UIL parlano, come si suol dire, con una voce sola e lo fanno su questioni rilevanti.
Molto sinteticamente:
Si ipotizza un modello contrattuale basato su di un contratto nazionale
debole e su di un aumento di rilevanza della cosiddetta contrattazione
di secondo livello, quella aziendale che si immagina però
articolabile mediante l'introduzione di diverse forme contrattuali
quale quella territoriale. In astratto, un ruolo maggiore della
contrattazione aziendale non è un male visto che è quella
sulla quale i lavoratori hanno maggiore possibilità di incidere
direttamente. Se consideriamo, però, il fatto che i contratti
aziendali sono inesistenti per la grande maggioranza delle imprese e
per la maggioranza dei lavoratori e lo stato attuale dei rapporti i
forza fra le classi, è evidente che la riforma della quale
ragioniamo non farebbe che ratificare e rafforzare l'attuale tendenza a
contratti nazionali miserevoli. L'ipotetica contrattazione territoriale
della quale parla il documento sembra alludere singolarmente alle
gabbie salariali invocate dai leghisti. È comunque chiaro che i
nostri eroi fanno proprie le richieste di confindustria e propongono al
padronato quello che il padronato voleva sentirsi proporre;
La detassazione degli straordinari, poi, è, nei fatti, un regalo
al padronato visto che implica una riduzione secca del costo degli
straordinari ed un cedimento alla logica dello scambio secco fra
retribuzioni e prolungamento nei fatti dell'orario di lavoro. Questo
senza calcolare la ricaduta di questo taglio delle tasse sul welfare.
In estrema sintesi, le imprese che fanno profitti e che ne hanno
l'esigenza "concederanno" straordinari con l'effetto di accrescere la
differenza di retribuzione reale fra i lavoratori;
Sempre in quest'ottica, CGIL-CISL-UIL propongono il passaggio
dall'attuale tempistica contrattuale, quadriennio normativo a biennio
economico, al triennio. In pratica propongono di fare i contratti, per
la parte economica, ogni tre anni anziché ogni due. Naturalmente
prevedono orribili sanzioni per chi non ottemperi a questi tempi ma,
celie a parte, se oggi un contratto si chiude con un secco ritardo,
portando i tempi da due a tre anni, il ritardo non potrà che
accrescersi e, in ogni caso, per i lavoratori la dilatazione dei tempi
di chiusura dei contratti è oggettivamente un danno.
D'altro canto, i nostri eroi non mancando di fantasia e rigore e, di
conseguenza, propongono di ridurre seccamente il numero degli attuali
contratti. In apparenza una riforma ovvia, in realtà un sistema
per omogeneizzare i contratti al ribasso.
Sulle questioni che riguardano i lavoratori vi sarebbe non poco da
dire. Vale però la pena di domandarsi perché
CGIL-CISL-UIL facciano questa proposta e, soprattutto, cosa si
attendano in cambio.
In estrema sintesi, pare evidente che si propongono di garantirsi quel
monopolio della rappresentanza che hanno conquistato in decenni di
concertazione. La proposta, infatti, affida alla contrattazione, e
quindi a loro stessi, la definizione della delicata materia dei diritti
e delle libertà sindacali, accresce i privilegi ed i
finanziamenti ai sindacati concertativi, scambia, come di consuetudine,
diritti dei lavoratori con diritti ed interessi delle organizzazione
che pretendono di rappresentarli.
Di conseguenza, la denuncia puntuale di questa proposta sarà, nel prossimo periodo, assolutamente necessaria.
Cosimo Scarinzi