Umanità Nova, n.18 del 18 maggio 2008, anno 88

A braccetto con il governo. Cgil, Cisl e Uil sulla riforma della contrattazione


Si affermerà che nessuno vuole cancellare il contratto nazionale, esattamente come così si diceva quando è cominciato il processo di smantellamento della scala mobile. Purtroppo la logica è la stessa di allora.
Se ci sediamo al tavolo accettando un'impostazione che dice che per guadagnare di più bisogna dare più produttività e questa la si deve recuperare in azienda, è inevitabile che si finisca per ridimensionare il già tenue ruolo del contratto nazionale a favore non della contrattazione aziendale, ma del salario individuale. Se poi si pensa che la contrattazione territoriale possa aumentare salari e poteri, coprendo i buchi vecchi e nuovi del contratto nazionale, allora le esperienze del contratto dei lavoratori agricoli e degli artigiani ci dicono che è vero esattamente il contrario e che la contrattazione territoriale verrà istituita solo se porterà alle gabbie salariali.
Dal "Documento presentato da Giorgio Cremaschi e Dino Greco al Direttivo della Cgil del 7 maggio 2008"

Quello che colpisce, leggendo le prese di posizione della sinistra CGIL, è la piena condivisibilità di quanto affermano nel merito delle scelte del sindacato di appartenenza e la pertinace mancanza di consequenzialità dal punto di vista delle scelte generali dei suoi esponenti.
Se, infatti, con le ultime prese di posizione, la CGIL ha, in un sol colpo, deciso di attenuare le tradizionali differenze rispetto alla CISL e, soprattutto, assunto come propria la posizione di Confindustria e del governo, non è ragionevole supporre che il gruppo dirigente di questo sindacato sia impazzito. È, al contrario evidente, che la CGIL ritiene inevitabile l'ennesimo scambio fra concessioni alle controparti e garanzie per il proprio apparato, per un verso, e che fa proprio l'orientamento generale del Partito Democratico sulla necessità di un'opposizione "ragionevole" per l'altro.
Lasciando, per ora da parte le sofferenze di questo settore della burocrazia sindacale è opportuno entrare nel merito delle novità che dovremo affrontare nel prossimo periodo.
Come è noto, il 7 maggio 2008, CGIL-CISL-UIL hanno approvato un importante documento "Linee di riforma della struttura della contrattazione".
È bene ricordare, per evitare forzature interpretative, che si tratta della proposta di parte sindacale sul tema e che il prodotto finale del confronto con il padronato ed il governo potrebbe essere significativamente diverso, in peggio ca va sans dire.
La prima considerazione da fare è sin banale ma è bene farla, come la nuova maggioranza parlamentare ha prodotto a gran velocità un esecutivo, altrettanto velocemente la burocrazia sindacale ha scelto l'unità al proprio interno nei rapporti con il governo e con il padronato.
Fatto salvo che vi potrebbero essere rovesciamenti di prospettiva anche abbastanza rapidi, questa scelta dimostra la volontà della CGIL di evitare il ripetersi dello scenario 2001 – 2006 con CISL ed UIL dialoganti con il governo delle destre e la CGIL a produrre animazione sociale. Che questa scelta sia in relazione con la probabile solidità dell'attuale maggioranza parlamentare pare sin troppo evidente. Insomma sembra che Epifani e C. abbiano deciso che, se non possono combattere governo e confindustria, è opportuno farseli amici.
A questo giro CGIL-CISL-UIL parlano, come si suol dire, con una voce sola e lo fanno su questioni rilevanti.
Molto sinteticamente:
Si ipotizza un modello contrattuale basato su di un contratto nazionale debole e su di un aumento di rilevanza della cosiddetta contrattazione di secondo livello, quella aziendale che si immagina però articolabile mediante l'introduzione di diverse forme contrattuali quale quella territoriale. In astratto, un ruolo maggiore della contrattazione aziendale non è un male visto che è quella sulla quale i lavoratori hanno maggiore possibilità di incidere direttamente. Se consideriamo, però, il fatto che i contratti aziendali sono inesistenti per la grande maggioranza delle imprese e per la maggioranza dei lavoratori e lo stato attuale dei rapporti i forza fra le classi, è evidente che la riforma della quale ragioniamo non farebbe che ratificare e rafforzare l'attuale tendenza a contratti nazionali miserevoli. L'ipotetica contrattazione territoriale della quale parla il documento sembra alludere singolarmente alle gabbie salariali invocate dai leghisti. È comunque chiaro che i nostri eroi fanno proprie le richieste di confindustria e propongono al padronato quello che il padronato voleva sentirsi proporre;
La detassazione degli straordinari, poi, è, nei fatti, un regalo al padronato visto che implica una riduzione secca del costo degli straordinari ed un cedimento alla logica dello scambio secco fra retribuzioni e prolungamento nei fatti dell'orario di lavoro. Questo senza calcolare la ricaduta di questo taglio delle tasse sul welfare. In estrema sintesi, le imprese che fanno profitti e che ne hanno l'esigenza "concederanno" straordinari con l'effetto di accrescere la differenza di retribuzione reale fra i lavoratori;
Sempre in quest'ottica, CGIL-CISL-UIL propongono il passaggio dall'attuale tempistica contrattuale, quadriennio normativo a biennio economico, al triennio. In pratica propongono di fare i contratti, per la parte economica, ogni tre anni anziché ogni due. Naturalmente prevedono orribili sanzioni per chi non ottemperi a questi tempi ma, celie a parte, se oggi un contratto si chiude con un secco ritardo, portando i tempi da due a tre anni, il ritardo non potrà che accrescersi e, in ogni caso, per i lavoratori la dilatazione dei tempi di chiusura dei contratti è oggettivamente un danno.
D'altro canto, i nostri eroi non mancando di fantasia e rigore e, di conseguenza, propongono di ridurre seccamente il numero degli attuali contratti. In apparenza una riforma ovvia, in realtà un sistema per omogeneizzare i contratti al ribasso.
Sulle questioni che riguardano i lavoratori vi sarebbe non poco da dire. Vale però la pena di domandarsi perché CGIL-CISL-UIL facciano questa proposta e, soprattutto, cosa si attendano in cambio.
In estrema sintesi, pare evidente che si propongono di garantirsi quel monopolio della rappresentanza che hanno conquistato in decenni di concertazione. La proposta, infatti, affida alla contrattazione, e quindi a loro stessi, la definizione della delicata materia dei diritti e delle libertà sindacali, accresce i privilegi ed i finanziamenti ai sindacati concertativi, scambia, come di consuetudine, diritti dei lavoratori con diritti ed interessi delle organizzazione che pretendono di rappresentarli.
Di conseguenza, la denuncia puntuale di questa proposta sarà, nel prossimo periodo, assolutamente necessaria.

Cosimo Scarinzi

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