La morte di un immigrato tunisino dentro il cpt di Corso Brunelleschi a
Torino è di quelle che lasciano il segno. Il segno feroce di
un'epoca dove puoi morire come un cane, lasciato senza cure dentro una
galera per gente senza documenti.
La nostra cronaca si è fermata nella notte di martedì 27,
quando in cento, centocinquanta ci si è trovati davanti al cpt a
gridare la solidarietà e la rabbia per una morte indecente
perché evitabile.
Il filo della comunicazione con i reclusi intrecciato dopo l'assassinio
di Hassan non si è mai spezzato: le voci dei senza documenti
sono passate attraverso i muri, sono rimbalzate per la strada, sono
state trasmesse alla radio di movimento.
Il 29 mattina, siamo ormai a giovedì, i telefoni diventano
roventi: la polizia ha prelevato quattro reclusi per la deportazione.
Tra loro c'è Said il ragazzo che il venerdì precedente
aveva tentato la fuga e si era guadagnato un robusta dose di botte. Si
tratta di una espulsione anomala, partita a metà mattinata
mentre, di solito, questi lavori sporchi vengono effettuati nel
silenzio dell'alba.
Il motivo è chiaro: togliere di mezzo i testimoni scomodi e far
sparire in fretta un ragazzo che portava sul volto i segni della
democrazia.
Inizia subito una corsa un po' matta contro il tempo e la repressione.
Partono gli sms con i numeri di telefono del CPT e delle linee aeree,
che vengono subito intasati dalle chiamate dei tanti che rispondono
all'appello. Chi può e chi vuole corre davanti al nuovo ingresso
del CPT, in via Mazzarello. Siamo una decina o poco più. Piove a
dirotto, come quasi sempre in questa storia di Torino, troppo simile
alle storie di ogni dove, in questo tempo di guerra contro gli ultimi.
Troppo tardi. I quattro sono a Malpensa in attesa dell'imbarco forzato:
qualche chiamata dell'ultimo minuto, il fax di un avvocato che tenta in
extremis di fermare la deportazione, poi i telefoni tacciono e cala il
silenzio.
Sabato 31 è il giorno delle manifestazioni. In mattinata giunge
la notizia dell'ennesima violenza: due immigrati dentro al cpt vengono
pestati duramente dalla polizia. Uno viene denudato, ammanettato mani e
piedi e poi picchiato con i manganelli. Pare avessero cercato di
saltare il muro per riprendersi la libertà. Hanno avuto la loro
dose di democrazia.
Nel pomeriggio un corteo da piazza Sabotino organizzato da un centro
sociale della zona, il Gabrio, si dirige verso il Cpt, dove altri
antirazzisti, soprattutto anarchici, hanno programmato un presidio.
Trecento persone al corteo, una cinquantina al presidio. Numeri che
danno la misura di una lotta sempre più difficile contro
politiche razziste che vedono uno stretto intreccio tra violenza
fascista, ronde padane e repressione istituzionale.
Arduo anche trovare un terreno comune tra le varie anime
dell'opposizione sociale torinese: che marciano sempre più su
binari diversi e raramente convergenti. Sabato il corteo si è
fermato all'angolo tra corso Brunelleschi e via Monginevro, mentre il
presidio era ad un centinaio di metri. Cento metri pesanti. Per fortuna
molti di quelli che erano al corteo hanno deciso di non fermarsi
all'angolo ma di proseguire verso il presidio, piazzato in un punto
dove i reclusi potevano sentire le parole e la musica.
La sera dopo, all'assemblea antirazzista, riunita nella sede della FAI
in corso Palermo, si discutono gli eventi della settimana, si
programmano nuove iniziative, quando giunge una richiesta di aiuto da
parte di una famiglia di rom, accampata, dopo lo sgombero dell'area
"emergenza freddo" del comune a basse di Stura, in un campo lurido di
fronte alla Fiat Iveco. In un primo tempo le roulotte erano più
in basso, lontano dalla strada e dagli occhi dei razzisti, ma la piena
del fiume ha obbligato i rom a spostarle più in alto.
Decidiamo di trasferire l'assemblea da loro, nell'erba alta fradicia di
pioggia. Sorridono, offrono una birra, la nostra presenza allontana per
un po' la paura. Appena un'ora prima altri rom li avevano minacciati di
violenze perché voleva che sloggiassero, lasciando loro il
posto. La guerra tra poveri arriva anche lungo le rive della Stura, tra
i ratti e l'immondizia: la pressione dei razzisti e della polizia
è forte e sono sempre meno i rifugi accessibili ai rom.
Il giorno dopo ha ripreso a piovere. Tra le villette di via Zandonai a
Chieri, una zona residenziale alle porte di Torino, al numero 8
c'è quella di Antonio Baldacci, colonnello e medico della Croce
Rossa, responsabile del Cpt di Torino, che all'indomani della morte di
Hassan tra le mura della struttura da lui diretta, aveva dichiarato che
i suoi "ospiti" sono "clandestini abituati a dire bugie: mentono su
data di nascita, nazionalità, nome. Per loro è facile ed
abituale non dire la verità. Non vedo perché si debba
credere alle storie che raccontano. Vogliono solo creare il caos."
Baldacci è a capo di una struttura dove un uomo è morto
per mancanza di cure. Baldacci è un medico che di mestiere fa
l'aguzzino, gestendo una prigione per conto di un'organizzazione
umanitaria che tiene uomini e donne chiusi come cani. Trattati peggio.
Un gruppo di antirazzisti torinesi decide di raccontare ai suoi vicini
di casa chi sia il rispettabile medico della casa accanto. Si arriva
battendo pentole e coperchi, suonando fischietti e gridando slogan.
Intanto da una radio di movimento c'è chi fa la cronaca della
giornata e diffonde i numeri di telefono di Baldacci, in modo che tutti
gli antirazzisti possano chiamarlo per dirgli la loro. La radio
trasmette in diretta una telefonata al cpt: i reclusi esprimono a gran
voce la loro gioia nell'apprendere del "cacerolazo" a casa Baldacci.
Parliamo con i vicini che si affacciano curiosi dai giardinetti delle
loro ville, raccontiamo la storia di Hassan – Fathi, il tunisino morto
al cpt, raccontiamo di Said, pestato e deportato, dei due anonimi
picchiati a sangue sabato mattina. Parliamo dei tanti che vengono
imbottiti di psicofarmaci per farli stare "calmi", perché non
urlino la loro protesta, perché tacciano di fronte ai soprusi.
Baldacci non si fa vedere, forse è al CPT, forse è chiuso
in casa, dietro al cancello della sua bella villetta, dove ringhiano
due cani da guardia. Suo figlio chiama i carabinieri. Nel giro di
un'ora la via si riempie di uomini della polizia politica, la Digos,
tra cui tre funzionari in giacca e cravatta arrivati di corsa dalle
celebrazioni del 2 giugno. Evidentemente il fuori programma li ha colti
di sorpresa.
La protesta si protrae sino all'una, quando gli antirazzisti, gridando "assassino", si allontanano.
La lotta continua domani...
m. m.