Umanità Nova, n.21 dell'8 giugno 2008, anno 88

Torino: tra repressione e resistenza. Ai due lati di un muro


La morte di un immigrato tunisino dentro il cpt di Corso Brunelleschi a Torino è di quelle che lasciano il segno. Il segno feroce di un'epoca dove puoi morire come un cane, lasciato senza cure dentro una galera per gente senza documenti.
La nostra cronaca si è fermata nella notte di martedì 27, quando in cento, centocinquanta ci si è trovati davanti al cpt a gridare la solidarietà e la rabbia per una morte indecente perché evitabile.
Il filo della comunicazione con i reclusi intrecciato dopo l'assassinio di Hassan non si è mai spezzato: le voci dei senza documenti sono passate attraverso i muri, sono rimbalzate per la strada, sono state trasmesse alla radio di movimento.
Il 29 mattina, siamo ormai a giovedì, i telefoni diventano roventi: la polizia ha prelevato quattro reclusi per la deportazione. Tra loro c'è Said il ragazzo che il venerdì precedente aveva tentato la fuga e si era guadagnato un robusta dose di botte. Si tratta di una espulsione anomala, partita a metà mattinata mentre, di solito, questi lavori sporchi vengono effettuati nel silenzio dell'alba.
Il motivo è chiaro: togliere di mezzo i testimoni scomodi e far sparire in fretta un ragazzo che portava sul volto i segni della democrazia.
Inizia subito una corsa un po' matta contro il tempo e la repressione. Partono gli sms con i numeri di telefono del CPT e delle linee aeree, che vengono subito intasati dalle chiamate dei tanti che rispondono all'appello. Chi può e chi vuole corre davanti al nuovo ingresso del CPT, in via Mazzarello. Siamo una decina o poco più. Piove a dirotto, come quasi sempre in questa storia di Torino, troppo simile alle storie di ogni dove, in questo tempo di guerra contro gli ultimi. Troppo tardi. I quattro sono a Malpensa in attesa dell'imbarco forzato: qualche chiamata dell'ultimo minuto, il fax di un avvocato che tenta in extremis di fermare la deportazione, poi i telefoni tacciono e cala il silenzio.
Sabato 31 è il giorno delle manifestazioni. In mattinata giunge la notizia dell'ennesima violenza: due immigrati dentro al cpt vengono pestati duramente dalla polizia. Uno viene denudato, ammanettato mani e piedi e poi picchiato con i manganelli. Pare avessero cercato di saltare il muro per riprendersi la libertà. Hanno avuto la loro dose di democrazia.
Nel pomeriggio un corteo da piazza Sabotino organizzato da un centro sociale della zona, il Gabrio, si dirige verso il Cpt, dove altri antirazzisti, soprattutto anarchici, hanno programmato un presidio. Trecento persone al corteo, una cinquantina al presidio. Numeri che danno la misura di una lotta sempre più difficile contro politiche razziste che vedono uno stretto intreccio tra violenza fascista, ronde padane e repressione istituzionale.
Arduo anche trovare un terreno comune tra le varie anime dell'opposizione sociale torinese: che marciano sempre più su binari diversi e raramente convergenti. Sabato il corteo si è fermato all'angolo tra corso Brunelleschi e via Monginevro, mentre il presidio era ad un centinaio di metri. Cento metri pesanti. Per fortuna molti di quelli che erano al corteo hanno deciso di non fermarsi all'angolo ma di proseguire verso il presidio, piazzato in un punto dove i reclusi potevano sentire le parole e la musica.
La sera dopo, all'assemblea antirazzista, riunita nella sede della FAI in corso Palermo, si discutono gli eventi della settimana, si programmano nuove iniziative, quando giunge una richiesta di aiuto da parte di una famiglia di rom, accampata, dopo lo sgombero dell'area "emergenza freddo" del comune a basse di Stura, in un campo lurido di fronte alla Fiat Iveco. In un primo tempo le roulotte erano più in basso, lontano dalla strada e dagli occhi dei razzisti, ma la piena del fiume ha obbligato i rom a spostarle più in alto.
Decidiamo di trasferire l'assemblea da loro, nell'erba alta fradicia di pioggia. Sorridono, offrono una birra, la nostra presenza allontana per un po' la paura. Appena un'ora prima altri rom li avevano minacciati di violenze perché voleva che sloggiassero, lasciando loro il posto. La guerra tra poveri arriva anche lungo le rive della Stura, tra i ratti e l'immondizia: la pressione dei razzisti e della polizia è forte e sono sempre meno i rifugi accessibili ai rom.
Il giorno dopo ha ripreso a piovere. Tra le villette di via Zandonai a Chieri, una zona residenziale alle porte di Torino, al numero 8 c'è quella di Antonio Baldacci, colonnello e medico della Croce Rossa, responsabile del Cpt di Torino, che all'indomani della morte di Hassan tra le mura della struttura da lui diretta, aveva dichiarato che i suoi "ospiti" sono "clandestini abituati a dire bugie: mentono su data di nascita, nazionalità, nome. Per loro è facile ed abituale non dire la verità. Non vedo perché si debba credere alle storie che raccontano. Vogliono solo creare il caos."
Baldacci è a capo di una struttura dove un uomo è morto per mancanza di cure. Baldacci è un medico che di mestiere fa l'aguzzino, gestendo una prigione per conto di un'organizzazione umanitaria che tiene uomini e donne chiusi come cani. Trattati peggio.
Un gruppo di antirazzisti torinesi decide di raccontare ai suoi vicini di casa chi sia il rispettabile medico della casa accanto. Si arriva battendo pentole e coperchi, suonando fischietti e gridando slogan. Intanto da una radio di movimento c'è chi fa la cronaca della giornata e diffonde i numeri di telefono di Baldacci, in modo che tutti gli antirazzisti possano chiamarlo per dirgli la loro. La radio trasmette in diretta una telefonata al cpt: i reclusi esprimono a gran voce la loro gioia nell'apprendere del "cacerolazo" a casa Baldacci. Parliamo con i vicini che si affacciano curiosi dai giardinetti delle loro ville, raccontiamo la storia di Hassan – Fathi, il tunisino morto al cpt, raccontiamo di Said, pestato e deportato, dei due anonimi picchiati a sangue sabato mattina. Parliamo dei tanti che vengono imbottiti di psicofarmaci per farli stare "calmi", perché non urlino la loro protesta, perché tacciano di fronte ai soprusi. Baldacci non si fa vedere, forse è al CPT, forse è chiuso in casa, dietro al cancello della sua bella villetta, dove ringhiano due cani da guardia. Suo figlio chiama i carabinieri. Nel giro di un'ora la via si riempie di uomini della polizia politica, la Digos, tra cui tre funzionari in giacca e cravatta arrivati di corsa dalle celebrazioni del 2 giugno. Evidentemente il fuori programma li ha colti di sorpresa.
La protesta si protrae sino all'una, quando gli antirazzisti, gridando "assassino", si allontanano.
La lotta continua domani...

m. m.

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