Torniamo all'8 dicembre del 2005. Da quel giorno il movimento No Tav
è divenuto punto di riferimento ideale per i tanti che in questo
paese si battono per un ambiente più sano, per relazioni sociali
più giuste, per una pratica politica improntata all'agire in
prima persona, rifiutando le deleghe in bianco e le logiche del
Palazzo, segnate irrimediabilmente dalla volontà di conquista e
mantenimento del potere.
Accusati di essere "nimby", preoccupati solo del giardino di casa, i No
Tav hanno mostrato che il loro giardino era il mondo intero, svelando
la falsità della retorica del progresso e dell'interesse
generale, retorica che nasconde interessi ben particolari, interessi di
portafoglio, di guadagno a tutti i costi. Il movimento ha rivendicato
la salvaguardia dei beni comuni, della terra, dell'acqua, dell'aria, ma
soprattutto ha ripreso nelle proprie mani la facoltà di
decidere, espropriata dalla politica dei potenti per riconiugare la
politica nel senso della partecipazione diretta di tutti.
Ed ha fatto paura, perché di fronte alla violenza e
all'occupazione militare, ha eretto barricate, fatto scioperi e
blocchi, perché non si è fermato di fronte allo
sbarramento di sbirri dell'antisommossa che, l'8 dicembre 2005, al
Bivio dei Passeggeri impediva l'accesso alla provinciale per Venaus, ma
è andato oltre aggirando la polizia, scendendo la montagna,
abbattendo la rete.
Una rete fisica ma anche simbolica perché le migliaia di uomini,
donne e bambini che lo hanno fatto non si sono chiesti se quello che
facevano fosse legale perché sapevano che era legittimo,
perché sapevano che quello che il governo chiamava ordine era
solo il disordine di chi difende il diritto di pochi alla devastazione
ed al saccheggio del territorio, della vita, del futuro in Val Susa
come ovunque.
Nei mesi precedenti la resistenza al Tav aveva disegnato una della
pagine più belle degli ultimi anni, perché era riuscita a
coniugare radicalità degli obiettivi e delle pratiche con un
radicamento sociale tanto più forte, quanto più sapeva
esprimersi in modo diretto nelle assemblee popolari, nei coordinamenti
dei Comitati, nella quotidianità dell'incontro e dello scambio.
Dopo il fallimento della forza, prima Berlusconi e poi Prodi hanno
provato con l'astuzia, con la melassa, con il tempo che passa.
Dopo l'8 dicembre 2005 il governo decretò la tregua, una tregua
che era suo interesse stipulare, per far passare le olimpiadi dalla
valle No Tav. Probabilmente in quell'occasione il movimento perse una
preziosa occasione per cancellare il Tav dall'agenda dei governanti di
turno.
Gli amministratori locali che, l'indomani della rivolta, era il 10
dicembre del 2005, sottoscrissero a Roma la tregua con il governo,
offrirono alla Banda Berlusconi una via d'uscita da un'impasse
superabile solo con l'impiego massiccio e violento dell'esercito in
valle. Ve le immaginate le truppe di occupazione piazzate nei paesi
della Val Susa sotto l'occhio attento delle TV di tutto il mondo venute
a raccontare le Olimpiadi? Nemmeno Berlusconi e la sua masnada di
delinquenti e guerrafondai potevano permetterselo. Fu uno sbaglio non
capirlo e perdere così un'occasione unica. La rivolta della Val
Susa non fu solo la ripresa di Venaus, ma le due settimane di barricate
intorno all'area del futuro cantiere, e, dopo lo sgombero violento
della "libera repubblica", i due giorni di sciopero e blocchi di strade
e ferrovia che paralizzarono la Valle. Dopo la ripresa di Venaus le
truppe dello Stato si ritirarono ma la gente era ben decisa a
continuare la resistenza, a bloccare ancora le strade a fermare le
olimpiadi. La retorica della valle dove cittadini ed amministratori
agivano insieme e di concerto ha finito con il mettere la sordina al
fatto che i sindaci non guidarono la protesta ma ne furono trascinati.
Ferrentino si oppose sino all'ultimo alla ripresa di Venaus, cercando
senza successo di imporre un profilo decisamente più basso.
Migliaia e migliaia di persone in quei giorni appresero il gusto di
decidere in prima persona, di praticare la politica al basso, elidendo
le mediazioni istituzionali. Tutto ciò faceva paura,
perché incrinava la legittimità stessa delle istituzioni.
Di tutte le istituzioni. Così la via d'uscita fornita dal
governo Berlusconi venne accolta al volo dagli amministratori valsusini.
Gli amministratori sostennero la tesi che il tempo fosse alleato del
movimento e che accettare il tavolo politico di trattativa e quello
tecnico di verifica sulla necessità dell'opera, fosse una mossa
vantaggiosa. Il movimento, pur consapevole che l'Osservatorio retto
dall'ineffabile Mario Virano, fosse il cavallo di Troia del Tav, non
riuscì ad impedire la scelta dei sindaci di partecipare
attivamente ai lavori. Il rischio di una spaccatura con gli
amministratori e la mancanza di iniziative dirette sul territorio rese
difficile un'azione efficace di contrasto, nonostante contestazioni
anche clamorose nei confronti dell'Osservatorio. Come non citare la
volta che Virano, Ferrentino e soci vennero chiusi da un robusto
lucchetto dietro al cancello che chiude l'ingresso del giardino della
sede della Comunità Montana in via Trattenero a Bussoleno? Fuori
centinaia di No Tav esponevano lo striscione "No Tav, No Tavoli".
Il passaggio di consegne tra la Banda Berlusconi e la Banda Prodi non
segna alcuna inversione di tendenza. Il governo Prodi mette la Torino
Lyon tra i 12 punti cardinali del proprio programma. Una
priorità da realizzare a tutti i costi. Sebbene la gran parte
degli amministratori valsusini continuasse a raccontare la storiella
che l'Osservatorio guidato da Mario Virano, nel frattempo divenuto
anche Commissario straordinario per la realizzazione dell'opera,
dovesse prioritariamente valutare l'utilità della nuova linea e,
quindi, l'opportunità di realizzarla, le bugie hanno le gambe
corte e, di proverbio in proverbio, i nodi sono arrivati poco a poco al
pettine.
La prima scossa giunge il 13 giugno del 2007, quando i sindaci si
recarono a Roma per la riunione del tavolo politico sul Tav: il giorno
successivo i giornali titolarono che era stato raggiunto l'accordo per
la realizzazione dell'opera. I sindaci al loro ritorno negarono
l'accordo ma rifiutarono di smentire pubblicamente il comunicato
diffuso da Palazzo Chigi. Il governo, sostenendo di avere il sostegno
delle popolazioni interessate - tra i requisiti richiesti per ottenere
un finanziamento europeo - chiese ed ottenne i fondi per la
realizzazione della tratta transfrontaliera della Torino Lyon.
Il 20 luglio 2007, in occasione della consegna della richiesta di
finanziamento, i No Tav sfilano a migliaia a Chiomonte, dove pareva
volessero far passare il tunnel transfrontaliero di 52 km, ma il
movimento non va al di là di questa prima risposta. Le
componenti più moderate, così come certi "antagonisti"
che avevano legato le proprie fortune all'alleanza con i sindaci,
attendono il miracolo, sperano che alla fine Ferrentino&C. escano
dall'Osservatorio e rompano l'accerchiamento del movimento. I politici
di professione, gli uomini di potere, non possono non pagare dazio al
governo loro amico, pena la perdita di poltrone presenti e future. Poco
importa se sul piatto della bilancia sta il futuro, la salute la
libertà dei più.
Il governo Prodi conclude la propria stentata esistenza nel gennaio di
quest'anno. Tra i suoi ultimi atti convoca il tavolo sul Tav in cui
viene stabilito il percorso che avrebbe portato alla decisione sui
tracciati.
Le elezioni politiche segnano una vistosa inversione di tendenza nella
valle No Tav, dove i partiti del centro sinistra e della cosiddetta
sinistra radicale avevano incassato ampi consensi nel 2006:
l'astensionismo supera di due punti la media nazionale, le bianche e le
nulle sono anch'esse al di sopra del consueto, i partiti che avevano
sostenuto il governo Prodi vengono pesantemente sanzionati dai tanti
che li avevano votati perché dichiaratisi no tav.
Nel caos post elettorale 87 tra sindaci e amministratori si dissociano
dal percorso intrapreso dall'assemblea dei sindaci, un organismo
informale voluto da Ferrentino, e sottoscrivono un documento nel quale
chiedono la fuoriuscita dall'Osservatorio. L'iniziativa suscita grande
scalpore e molte, inutili, speranze in chi ancora ritiene
imprescindibile l'appoggio delle istituzioni locali. Tutto si esaurisce
in un'affollata assemblea a Bussoleno, forse perché andare oltre
avrebbe significato mettere in discussione la stabilità di
alcune giunte: agli 87 "coraggiosi" amministratori il fegato non basta.
Il nuovo governo, per bocca del ministro alle infrastrutture, il
nazionalalleato Matteoli, dichiara piena fiducia nell'Osservatorio e
nel suo presidente, confermando la volontà di andare avanti con
il percorso di concertazione intrapreso.
Il 29 giugno l'Osservatorio conclude i propri lavori. Tutti i giornali
titolano sull'accordo tra popolazione e governo per la realizzazione
del Tav. Ferrentino continua a negare dicendo che l'accordo è
sul "modus operandi e non sui tracciati". L'evoluzione semantica del
presidente della CMBVS oscilla tra il cabaret e la farsa ma non fa
ridere nessuno.
Spetterà ai No Tav il compito di ribaltare, con i fatti, tutti i tavoli. Prima che sia tardi.
m. m.