Umanità Nova, n.25 del 13 luglio 2008, anno 88

No Tav: dall'8 dicembre 2005 al 29 giugno 2008. Strategia di logoramento


Torniamo all'8 dicembre del 2005. Da quel giorno il movimento No Tav è divenuto punto di riferimento ideale per i tanti che in questo paese si battono per un ambiente più sano, per relazioni sociali più giuste, per una pratica politica improntata all'agire in prima persona, rifiutando le deleghe in bianco e le logiche del Palazzo, segnate irrimediabilmente dalla volontà di conquista e mantenimento del potere.
Accusati di essere "nimby", preoccupati solo del giardino di casa, i No Tav hanno mostrato che il loro giardino era il mondo intero, svelando la falsità della retorica del progresso e dell'interesse generale, retorica che nasconde interessi ben particolari, interessi di portafoglio, di guadagno a tutti i costi. Il movimento ha rivendicato la salvaguardia dei beni comuni, della terra, dell'acqua, dell'aria, ma soprattutto ha ripreso nelle proprie mani la facoltà di decidere, espropriata dalla politica dei potenti per riconiugare la politica nel senso della partecipazione diretta di tutti.
Ed ha fatto paura, perché di fronte alla violenza e all'occupazione militare, ha eretto barricate, fatto scioperi e blocchi, perché non si è fermato di fronte allo sbarramento di sbirri dell'antisommossa che, l'8 dicembre 2005, al Bivio dei Passeggeri impediva l'accesso alla provinciale per Venaus, ma è andato oltre aggirando la polizia, scendendo la montagna, abbattendo la rete.
Una rete fisica ma anche simbolica perché le migliaia di uomini, donne e bambini che lo hanno fatto non si sono chiesti se quello che facevano fosse legale perché sapevano che era legittimo, perché sapevano che quello che il governo chiamava ordine era solo il disordine di chi difende il diritto di pochi alla devastazione ed al saccheggio del territorio, della vita, del futuro in Val Susa come ovunque.
Nei mesi precedenti la resistenza al Tav aveva disegnato una della pagine più belle degli ultimi anni, perché era riuscita a coniugare radicalità degli obiettivi e delle pratiche con un radicamento sociale tanto più forte, quanto più sapeva esprimersi in modo diretto nelle assemblee popolari, nei coordinamenti dei Comitati, nella quotidianità dell'incontro e dello scambio.
Dopo il fallimento della forza, prima Berlusconi e poi Prodi hanno provato con l'astuzia, con la melassa, con il tempo che passa.
Dopo l'8 dicembre 2005 il governo decretò la tregua, una tregua che era suo interesse stipulare, per far passare le olimpiadi dalla valle No Tav. Probabilmente in quell'occasione il movimento perse una preziosa occasione per cancellare il Tav dall'agenda dei governanti di turno.
Gli amministratori locali che, l'indomani della rivolta, era il 10 dicembre del 2005, sottoscrissero a Roma la tregua con il governo, offrirono alla Banda Berlusconi una via d'uscita da un'impasse superabile solo con l'impiego massiccio e violento dell'esercito in valle. Ve le immaginate le truppe di occupazione piazzate nei paesi della Val Susa sotto l'occhio attento delle TV di tutto il mondo venute a raccontare le Olimpiadi? Nemmeno Berlusconi e la sua masnada di delinquenti e guerrafondai potevano permetterselo. Fu uno sbaglio non capirlo e perdere così un'occasione unica. La rivolta della Val Susa non fu solo la ripresa di Venaus, ma le due settimane di barricate intorno all'area del futuro cantiere, e, dopo lo sgombero violento della "libera repubblica", i due giorni di sciopero e blocchi di strade e ferrovia che paralizzarono la Valle. Dopo la ripresa di Venaus le truppe dello Stato si ritirarono ma la gente era ben decisa a continuare la resistenza, a bloccare ancora le strade a fermare le olimpiadi. La retorica della valle dove cittadini ed amministratori agivano insieme e di concerto ha finito con il mettere la sordina al fatto che i sindaci non guidarono la protesta ma ne furono trascinati. Ferrentino si oppose sino all'ultimo alla ripresa di Venaus, cercando senza successo di imporre un profilo decisamente più basso. Migliaia e migliaia di persone in quei giorni appresero il gusto di decidere in prima persona, di praticare la politica al basso, elidendo le mediazioni istituzionali. Tutto ciò faceva paura, perché incrinava la legittimità stessa delle istituzioni. Di tutte le istituzioni. Così la via d'uscita fornita dal governo Berlusconi venne accolta al volo dagli amministratori valsusini.
Gli amministratori sostennero la tesi che il tempo fosse alleato del movimento e che accettare il tavolo politico di trattativa e quello tecnico di verifica sulla necessità dell'opera, fosse una mossa vantaggiosa. Il movimento, pur consapevole che l'Osservatorio retto dall'ineffabile Mario Virano, fosse il cavallo di Troia del Tav, non riuscì ad impedire la scelta dei sindaci di partecipare attivamente ai lavori. Il rischio di una spaccatura con gli amministratori e la mancanza di iniziative dirette sul territorio rese difficile un'azione efficace di contrasto, nonostante contestazioni anche clamorose nei confronti dell'Osservatorio. Come non citare la volta che Virano, Ferrentino e soci vennero chiusi da un robusto lucchetto dietro al cancello che chiude l'ingresso del giardino della sede della Comunità Montana in via Trattenero a Bussoleno? Fuori centinaia di No Tav esponevano lo striscione "No Tav, No Tavoli".

Il passaggio di consegne tra la Banda Berlusconi e la Banda Prodi non segna alcuna inversione di tendenza. Il governo Prodi mette la Torino Lyon tra i 12 punti cardinali del proprio programma. Una priorità da realizzare a tutti i costi. Sebbene la gran parte degli amministratori valsusini continuasse a raccontare la storiella che l'Osservatorio guidato da Mario Virano, nel frattempo divenuto anche Commissario straordinario per la realizzazione dell'opera, dovesse prioritariamente valutare l'utilità della nuova linea e, quindi, l'opportunità di realizzarla, le bugie hanno le gambe corte e, di proverbio in proverbio, i nodi sono arrivati poco a poco al pettine.
La prima scossa giunge il 13 giugno del 2007, quando i sindaci si recarono a Roma per la riunione del tavolo politico sul Tav: il giorno successivo i giornali titolarono che era stato raggiunto l'accordo per la realizzazione dell'opera. I sindaci al loro ritorno negarono l'accordo ma rifiutarono di smentire pubblicamente il comunicato diffuso da Palazzo Chigi. Il governo, sostenendo di avere il sostegno delle popolazioni interessate - tra i requisiti richiesti per ottenere un finanziamento europeo - chiese ed ottenne i fondi per la realizzazione della tratta transfrontaliera della Torino Lyon.
Il 20 luglio 2007, in occasione della consegna della richiesta di finanziamento, i No Tav sfilano a migliaia a Chiomonte, dove pareva volessero far passare il tunnel transfrontaliero di 52 km, ma il movimento non va al di là di questa prima risposta. Le componenti più moderate, così come certi "antagonisti" che avevano legato le proprie fortune all'alleanza con i sindaci, attendono il miracolo, sperano che alla fine Ferrentino&C. escano dall'Osservatorio e rompano l'accerchiamento del movimento. I politici di professione, gli uomini di potere, non possono non pagare dazio al governo loro amico, pena la perdita di poltrone presenti e future. Poco importa se sul piatto della bilancia sta il futuro, la salute la libertà dei più.
Il governo Prodi conclude la propria stentata esistenza nel gennaio di quest'anno. Tra i suoi ultimi atti convoca il tavolo sul Tav in cui viene stabilito il percorso che avrebbe portato alla decisione sui tracciati.
Le elezioni politiche segnano una vistosa inversione di tendenza nella valle No Tav, dove i partiti del centro sinistra e della cosiddetta sinistra radicale avevano incassato ampi consensi nel 2006: l'astensionismo supera di due punti la media nazionale, le bianche e le nulle sono anch'esse al di sopra del consueto, i partiti che avevano sostenuto il governo Prodi vengono pesantemente sanzionati dai tanti che li avevano votati perché dichiaratisi no tav.
Nel caos post elettorale 87 tra sindaci e amministratori si dissociano dal percorso intrapreso dall'assemblea dei sindaci, un organismo informale voluto da Ferrentino, e sottoscrivono un documento nel quale chiedono la fuoriuscita dall'Osservatorio. L'iniziativa suscita grande scalpore e molte, inutili, speranze in chi ancora ritiene imprescindibile l'appoggio delle istituzioni locali. Tutto si esaurisce in un'affollata assemblea a Bussoleno, forse perché andare oltre avrebbe significato mettere in discussione la stabilità di alcune giunte: agli 87 "coraggiosi" amministratori il fegato non basta.
Il nuovo governo, per bocca del ministro alle infrastrutture, il nazionalalleato Matteoli, dichiara piena fiducia nell'Osservatorio e nel suo presidente, confermando la volontà di andare avanti con il percorso di concertazione intrapreso.
Il 29 giugno l'Osservatorio conclude i propri lavori. Tutti i giornali titolano sull'accordo tra popolazione e governo per la realizzazione del Tav. Ferrentino continua a negare dicendo che l'accordo è sul "modus operandi e non sui tracciati". L'evoluzione semantica del presidente della CMBVS oscilla tra il cabaret e la farsa ma non fa ridere nessuno.
Spetterà ai No Tav il compito di ribaltare, con i fatti, tutti i tavoli. Prima che sia tardi.

m. m.

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