A fine luglio un giornale di Modena, "l'Informazione", ha riportato
la notizia che durante la ricognizione di un ufficiale dell'esercito al
CPT di via Lamarmora in vista dell'assunzione del compito di
sorveglianza "esterna" un tunisino ha dato fuoco ai materassi della sua
cella. Pare che sia lo stesso immigrato che la settimana precedente
aveva appiccato il fuoco provocando 20.000 euro di danni alla struttura.
Il tunisino è poi stato trasferito al CPT di Torino.
Nel frattempo il baldo ufficiale dell'esercito, dopo aver assistito in
diretta all'ingresso nel CPT della polizia venuta a sedare il principio
di rivolta, pare abbia espresso diverse perplessità
sull'utilizzo dei soldati nel CPT: "Gli agenti di polizia, alla vista
del fumo, sono entrati nei blocchi, dunque non si tratterebbe solo di
presidiare la struttura dall'esterno" avrebbe confidato il militare
agli operatori della Misericordia.
Niente di troppo diverso da quello che i nostri ragazzi sono abituati a
fare durante le missioni di pace all'estero. A metà agosto i
soldati hanno iniziato il loro "lavoro" anche al CPT/CIE di Modena.
Euf.
L'8 agosto è stata sgomberata e demolita Libera: dopo 8 anni
di iniziative, vita comune e autogestione la casa che ospitava lo
spazio sociale Libera è stata violentemente sgomberata dalla
polizia per far posto ad un autodromo.
Sebbene da molti anni il Comune di Modena avesse stipulato un regolare
contratto di affitto con il Collettivo degli Agitati, che abitava
Libera, nondimeno con un cavillo burocratico il Comune ha annullato il
contratto e dato il via allo sgombero.
La decisione di costruire a Marzaglia un autodromo era ormai presa e
l'unico ostacolo era la volontà di resistenza dei compagni di
Libera, che da anni si oppongono con innumerevoli iniziative allo
sgombero della loro casa, alla fine di uno spazio sociale, alla
devastazione ambientale connessa ad un'opera utile solo agli interessi
dei soliti pochi.
L'8 di agosto sin dalla prima mattina ci sono state le avvisaglie che
lo sgombero era ormai prossimo. A Libera tutti erano pronti, sia gli
abitanti che si accingevano a resistere all'interno e sul tetto, sia i
solidali che si erano raccolti per dare appoggio. La scelta delle
assemblee di Libera era stata quella di fare una resistenza decisa ma
nonviolenta.
Intorno alle 11,30 numerose macchine della Digos arrivano in via Pomposiana e i vigili urbani chiudono l'accesso alla strada.
Nonostante i blocchi una sessantina di compagni raggiunge Libera per dare solidarietà attiva.
L'avvocato di Libera tenta senza successo un'ultima mediazione.
Intorno alle 2 del pomeriggio la polizia parte all'assalto della porta
posteriore e di quella di fronte. Compagni e giornalisti vengono
strattonati ed allontanati: la polizia entra e comincia a spaccare
tutto.
Sul tetto resistono incatenati quattro compagni; all'interno altri tre.
Intorno alle quattro di un afosissimo pomeriggio agostano nella pianura
modenese arrivano i pompieri con un camion con scala e cestello. Per
arrivare devono percorrere il lunghissimo viale di accesso alla casa,
dove li aspettano le barricate dei compagni, che vengono rimosse dalla
polizia che avanza manganellando sino alla casa mentre i compagni
resistono arretrando metro per metro. Numerosi compagni hanno sul corpo
i segni delle manganellate.
Un esponente della Digos e un vigile del fuoco salgono sino al tetto
per convincere i quattro ad arrendersi. Dopo un paio d'ore di inutili
trattative decidono di passare all'azione: tagliano le catene del primo
e poi lo caricano di forza sul carrello. Di lì a poco scendono
tutti, stremati dal caldo e dalla mancanza d'acqua loro negata ormai da
ore.
Ma il peggio deve ancora venire. All'interno ci sono ancora due
compagne ed un compagno: le compagne sono incatenate, il compagno ha
ancorato un braccio in un bidone di cemento. Le due compagne resistono
mentre una vigile ed poliziotto le afferra con brutalità: una di
loro grida perché uno sbirro la sta molestando palpandole i seni
e infilandole le mani nelle mutande.
Gli altri compagni assistono impotenti alla scena guardandola
attraverso una finestra, gridando il loro sdegno. Poi prendono
dell'acqua e la gettano sugli sbirri che stanno strattonando e
molestando le due compagne. La polizia carica duramente all'esterno: un
compagno dovrà andare all'ospedale perché una
manganellata gli ha aperto la testa, molti sono pesti e lividi.
Alla fine anche gli ultimi tre compagni vengono portati fuori: la casa è ormai vuota.
In serata Libera viene demolita. Della casa restano solo macerie, ma
chi la abitava e l'ha resa "Libera" è più che mai
determinato a lottare per gli spazi sociali e contro la devastazione
ambientale.
Nei giorni successivi i compagni decidono di fare un corteo sabato 20 settembre.
Ma. Ma.
Azione antirazzista in comune
30 luglio. A metà pomeriggio la prima e la quarta commissione
del Consiglio comunale torinese, riunite in seduta congiunta, dovevano
discutere la proposta del fascista Ravello e del leghista Carossa di
estendere a Torino il rilievo delle impronte digitali ai bambini rom.
Un gruppo di antirazzisti torinesi hanno deciso che era un'occasione da
non mancare per dire la propria. Consegnati, come d'obbligo, i
documenti alle vigili all'ingresso, gli antirazzisti sono andati alla
sala dell'Orologio, dove era prevista la riunione. Mentre si accingeva
a prendere la parola il fascista nazionalalleato Ravello, gli
antirazzisti hanno aperto uno striscione con la scritta "dai un dito a
Maroni". Il "dito" era rappresentato graficamente dal classico medio
levato in alto.
Uno striscione identico era stato sequestrato dalla Digos l'11 luglio
durante un presidio di fronte alla sede della Lega in largo Saluzzo.
Vengono distribuiti volantini e un piccolo flier con una bimba che
offre a Maroni il suo ditino medio. Insieme si grida "vergogna!". Ma i
razzisti, si sa, di vergogna ne hanno davvero poca e, per dirla tutta,
difettano anche di buone maniere. Gridano sguaiatamente invocando
l'intervento delle forze dell'ordine, si agitano, sudano. Carossa si
distingue nel promettere schiaffi ad un antirazzista, subito dopo aver
gridato che lui avrebbe ben saputo come adoperare tutte e cinque le
dita. Nella concitazione non si è compreso se volesse rivolgere
le sue gentili attenzioni ad un'altra antirazzista che lo invitava a
portare a Maroni il flier con la bimba o alla presidente che tardava a
far arrivare i marines. Arrivano minacce di denunce. Uno intima ad una
compagna "pulisci!", indicando i flier caduti a terra. "Ci vorrebbe ben
altro che una scopa per ripulire la merda morale di questa sala",
suggerisce la compagna in questione.
Carossa, Ravello ed altri fotografano gli antirazzisti e lo striscione: che vogliano farne avere una copia a Maroni?
Alla fine le truppe dello Stato, nelle vesti di alcuni vigili urbani,
arrivano e scippano lo striscione dalle mani degli antirazzisti. Giunge
poi la polizia che accompagna i compagni al piano terra per
l'identificazione di rito.
Carossa non pago si precipita in guardiola, si fa mostrare le fotocopie
delle carte di identità e confabula con la digos.
Ripresi i documenti gli antirazzisti vanno in via Garibaldi, aprono uno
striscione uguale a quello scippato dai vigili nella Sala dell'Orologio
e volantinano ai passanti. Arriva la digos e scippa il nuovo
striscione: gli antirazzisti continuano a volantinare ai passanti. Poco
prima che il presidio improvvisato si sciogliesse, la digos restituisce
lo striscione: forse con quel caldo non avevano voglia di scrivere un
altro verbale.
Corteo per Aiad Zakaria
Aiad aveva 15 anni. Viveva a Torino. Nel tardo pomeriggio del 2 agosto
muore annegato nel Po: il fiume si era gonfiato per un violento
temporale e l'abituale rifugio sulla riva si è trasformato in
una trappola mortale.
Ma non è stato il fiume ad ammazzare Aiad: lo ha ucciso una
legge razzista che nega ai poveri il diritto di muoversi e di vivere
dove vogliono. Aiad in quel pomeriggio di grandine e pioggia stava
fuggendo da una retata della guardia di finanza a caccia di "baby
pusher", di ragazzini che vendono il fumo ai Murazzi del Po ai
frequentatori della piazza dalla "movida più interessante
d'Europa".
Martedì 6 agosto a Torino piove ancora. Alle 18 nella zona della
ex stazione della Ciriè Lanzo in corso Giulio Cesare poco a poco
si raccolgono un centinaio di persone tra antirazzisti, amici di Aiad,
marocchini del quartiere. Un presidio perché la memoria di Aiad
non si perda subito come le acque del fiume che passa e va. Rabbia,
slogan, racconti di vita dal microfono e poi in strada per un corteo
improvvisato. Su verso il centro, ma in centro non si può andare
nemmeno in agosto, nemmeno per un ragazzino morto di "sicurezza":
allora il corteo gira per il quartiere e poi ritorna sui suoi passi,
pressato dalla polizia in assetto antisommossa, che spinge e provoca.
Una ragazza marocchina protesta per le foto insistite dei poliziotti e
subito vogliono ammanettarla: poi capiscono che non è il caso e
la lasciano.
In corso Giulio ancora sit in per una mezz'ora e poi via.
Il fiume si è portato via Aiad, l'ennesimo morto in questa
guerra ai poveri: per qualche ora un centinaio di persone ha ricordato
che c'è chi resiste alla barbarie, chi si mette in mezzo, chi
grida di fronte ad un assassinio di Stato.
Pestaggio e rivolta al CPT/CIE, antirazzista denunciato
Al CPT/CIE chi si ribella viene pestato, umiliato, espulso: l'ultimo
pestaggio, l'ultima rivolta è dello scorso 18 agosto, quando un
detenuto che protestava contro l'ennesimo sopruso viene picchiato e, in
risposta, per qualche ora i reclusi spaccano tutto.
Qualche giorno dopo Orbassano un antirazzista distribuisce volantini di
denuncia del pestaggio, dove è scritto "la polizia picchia".
Fermato dai carabinieri e portato in caserma viene insultato e
denunciato per "vilipendio". Gli viene detto che non si può
scrivere che "la polizia picchia" e passarla liscia.
Il sindaco e i bivacchi
Chiamparino, appena acquisiti i superpoteri concessi da Maroni, ha
emesso un'ordinanza contro i "bivacchi" nel popolare e mutietnico
quartiere di S. Salvario. Chi può permettersi di sedere nei
dehor dei bar si godrà il fresco delle serate, per gli altri,
per quelli delle moretti a un euro bevute su uno scalino in strada ecco
pronte le pattuglie. In nome della "sicurezza" un altro pezzetto di
libertà che se ne va.
Aldo Faraoni, il nuovo questore succeduto a Berrettoni, ha fatto la
sua dichiarazione di guerra, dicendo che l'immigrazione clandestina
è la maggiore emergenza cittadina. È arrivato il 25
agosto, pochi giorni dopo l'entrata in "servizio" dei militari della
Taurinense, che da qualche settimana pattugliano le zone "calde" della
città. A Porta Palazzo, dove vivono e lavorano molti immigrati,
oltre alla polizia, che già gira come truppa di occupazione,
adesso ci sono i soldati. Come a Kabul, come a Baghdad, come a
Mogadiscio.
Sabato 30 agosto, in una Torino ancora sonnecchiante di vacanze e
calura sin dalla prima mattina un gruppo di antirazzisti si è
dato appuntamento al mercato di Porta Palazzo. Gli alpini, presenti in
forze sino a pochi minuti prima, si sono rapidamente dileguati: forse
la polizia ha preferito che non si incontrassero con i manifestanti.
Armati di cartelli con la scritta "Sicuri da morire" e le immagini
delle imprese dei "nostri ragazzi" in missione di "polizia
internazionale" in Somalia, Iraq, Afganistan, gli antirazzisti, seguiti
a poca distanza da uomini e donne della Digos, hanno effettuato
numerosi comizi volanti attraverso l'ampia piazza del mercato. Un
compagno in divisa militare con tanto di chiave a molla sulla schiena
ed una compagna coperta da un drappo nero, con in mano fili elettrici
hanno ricordato le torture nei confronti dei prigionieri effettuate dai
militari italiani e dai loro alleati in missione di "pace".
A turno gli antirazzisti hanno improvvisato comizi volanti mentre
venivano mostrati i cartelli con le immagini di prigionieri di guerra
incaprettati, torturati con l'elettricità, teste mozzate ed
altri orrori che mostrano la guerra nella sua terrificante
normalità.
La gente ascoltava, qualcuno protestava, altri applaudivano, parecchi immigrati davano segni di palese apprezzamento.
Di comizio in comizio si è raggiunto il Balon dove è
partito un presidio di informazione andato avanti sino al primo
pomeriggio. Per l'intera giornata gli alpini non si sono fatti vedere
in zona.
In serata un gruppo di antirazzisti è andato al CPT/CIE ed ha
salutato i reclusi con mortaretti, fuochi artificiali e slogan.
Dall'interno gli immigrati hanno gridato in risposta la loro ansia di
libertà.
Domenica mattina al mercato abusivo gestito da immigrati che si svolge
ogni settimana all'angolo tra piazza della Repubblica e via Cottolengo
si sono nuovamente dati appuntamento gli antirazzisti con volantini e
con la mostra "Sicuri da morire", già portata in piazza il
giorno prima. Il sindaco Chiamparino all'inizio della settimana aveva
dichiarato di voler chiudere il mercato e ripristinare la
legalità.
Lo stato schiera le sue truppe, gli antirazzisti preparano la resistenza.
Per info e contatti con l'Assemblea Antirazzista di Torino assembleaantirazzistatorino@autistici.org; 338 6594361
Mort.
Certe disquisizioni sulla pacificazione nazionale e il presunto
"postfascismo" di Alleanza Nazionale appaiono per quello che sono
davanti all'evidenza di talune iniziative che, sotto le apparenze delle
ricorrenze storiche, ripropongono senza ombra di approccio critico
l'esperienza della Repubblica di Salò.
Un ultimo esempio ci viene fornito dalla "commemorazione dei franchi
tiratori" tenutasi l'11 agosto scorso (64° anniversario della
Liberazione di Firenze) presso il cimitero di Trespiano dove, tra
l'altro, sono sepolti numerosi antifascisti noti e meno noti.
La manifestazione era promossa da Azione Giovani e dal centro sociale
di destra Casaggì di via Maruffi, in collaborazione con Alleanza
Nazionale.
Nel manifesto di convocazione quelli che sono ancora ricordati come i
famigerati "cecchini" erano definiti come "Combattenti di Firenze,
difensori di una idea" e vi si sosteneva che questi "giovanissimi
combattenti per l'Italia, si opposero strenuamente all'invasione
alleata della città, resistendo eroicamente per giorni".
Proprio recentemente, in un'intervista, il terrorista fascista Mario
Tuti aveva dichiarato di aver invidiato la "bella morte" di quegli
ultimi repubblichini.
Le vicende di quell'agosto, in verità, videro invece un ruolo
dei repubblichini fiorentini assai meno epico, considerato che in
maggioranza erano già fuggiti a nord, tra cui i torturatori
della banda Carità tristemente nota per la propria
attività a Villa Triste.
Nelle intenzioni del capo delle Brigate Nere, Alessandro Pavolini, i
franchi tiratori che, a fianco dei reparti tedeschi e delle SS
italiane, avrebbero dovuto svolgere un ruolo di retroguardia contro le
truppe angloamericane dovevano essere un paio di centinaia, però
alla prova dei fatti i volontari furono alcune decine (tra cui pare
qualche donna) che, sparando dai tetti e da alcuni edifici, furono in
grado soltanto di ammazzare vigliaccamente diverse decine di inermi
civili alla ricerca di acqua nonché alcuni partigiani durante
l'insurrezione ma anche dopo che la città fu liberata.
Il popolo fiorentino, infatti, non sprecò per loro neanche una
lacrima quando, dopo essere stati stanati e catturati dagli
antifascisti in armi, vennero fucilati sommariamente: il loro presunto
onore patriottico era stato quello di seminare morte a tradimento e
senza scopo militare tra gli stessi concittadini, anche dopo la
ritirata dei soldati nazisti, per cui riabilitarne la memoria appare
tutti gli effetti un'offesa all'intera città che vide i
fiorentini protagonisti della propria liberazione.
Archivio antifa
Era appena terminato il concerto in ricordo di Renato Biagetti, un
giovane di sinistra ammazzato a coltellate da un fascista a Focene, sul
litorale romano, nell'estate di due anni fa. Tre compagni sono stati
aggrediti a coltellate da un gruppo di neofascisti: uno di loro ha
riportato profonde ferite ad una coscia.
Riportiamo di seguito il comunicato emesso dai compagni del gruppo "Cafiero" di Roma.
"Il gruppo anarchico 'Carlo Cafiero' apprende con rabbia dell'ennesima
vigliacca aggressione subita dai compagni del Laurentino 38 occupato.
Una aggressione che vuole essere una palese intimidazione a chi nel
movimento non vuole far cadere nel dimenticatoio la memoria delle
vittime dell'insensata cultura della violenza attuata e propugnata dai
neofascisti, come farebbe comodo ai mandanti e agli esecutori di queste
barbarie.
Come nella ormai consolidata prassi di queste squadre, chiara
dimostrazione della matrice, si è attentato alla vita degli
aggrediti approfittando del loro isolamento.
Prendiamo atto giorno dopo giorno dell'innalzamento del livello e
dell'entità dello scontro visibilmente cercato con continue
provocazioni ed aggressioni rilevando l'urgente necessità per il
movimento di doversi assicurare con i propri mezzi l'agibilità
degli spazi e la salvaguardia della vita degli individui.
Troviamo altresì doveroso ribadire il clima di impunità
in cui questi fatti si susseguono regolarmente ben lontani dal
preoccupare sia le cronache tanto solerti e puntuali nei temi della
sicurezza delle persone così come i noti volti della politica
che strepitano per qualsiasi atto a cui possano, con arzigogolati
espedienti retorici, mettere il bollino della 'violenza' lasciando
però i veri violenti liberi di colpire ed uccidere chi dissente,
magari facendo passare anche per colpevoli le vittime (come nel caso
del raid alla Sapienza).
Ai compagni feriti e a quelli incarcerati o processati per aver
salvaguardato la propria vita e quella altrui dai suddetti assassini va
quindi la nostra piena solidarietà resistente."
Ar.So.