Umanità Nova, n.29 del 21 settembre 2008, anno 88

Letture. Memorie d'agosto


La barricata chiude la strada ma apre la via. (scritta murale)

Le barricate dell’Oltretorrente e di Borgo Naviglio dell’agosto 1922 continuano ad essere un simbolo, oltre che un precedente politico e un riferimento storico dell’antifascismo: un simbolo che nell’ultimo decennio a Parma -e non solo- è tornato ad essere un’esperienza viva alla ricerca delle proprie radici e motivazioni sociali, tanto che ogni anno in città si tiene un’emozionante e interessante Festa delle Barricate proprio sul piazzale Inzani  che fu il cuore delle cinque giornate.
Un fondamentale contributo per rileggere, storicamente e politicamente, tutto questo, ossia come le Barricate sono state nel corso degli anni lette, interpretate, enfatizzate ma anche contese, sfruttate e distorte è il bel volume “Memorie d’agosto” che raccoglie gli studi di ben 17 ricercatori e ricercatrici, uscito nello scorso dicembre per le Edizioni Punto Rosso.
I saggi sono stati divisi in cinque sezioni (La memoria politica, La storiografia, Il mito di Guido Picelli, L’immagine fotografica, Le rappresentazioni), accompagnate da una ricca appendice di foto, comprese le riproduzioni di manifesti, lapidi e giornali.
La barricata, nella storia delle insorgenze popolari, ha da sempre rivestito un duplice significato: da un lato ci ha trasmesso l’immagine più immediata della sollevazione e della rottura dell’ordine vigente, un’immagine forte e suggestiva legata ad espressioni quali “alzare le barricate” o “correre alle barricate”; dall’altra, la storia militare ci insegna che, fin dai tempi della Comune di Parigi, per vincere le rivoluzioni le barricate non erano efficaci.
La barricata, infatti, è un mezzo statico di difesa, non uno strumento offensivo: è compagna dell’assediato, quasi mai dell’assediante.
La barricata è altresì legata ad un territorio periferico, dato che fin dall’Ottocento l’urbanistica aveva scongiurato tale minaccia progettando i centri cittadini con strade larghe dove fosse possibile impiegare la cavalleria o l’artiglieria per debellare le sommosse e demolire le barricate.
Eppure, a Parma in quel lontano agosto del ’22, le barricate conobbero anche il rovesciamento di questi assunti e persino le parti degli assediati e degli assedianti furono rivoltate.
Le squadre paramilitari fasciste giunsero a Parma per assediare e punire i disprezzati quartieri proletari ed invece si ritrovarono circondate da un nemico mobile e determinato che faceva fronte ovunque decidessero di attaccare.
I fascisti “pugnal tra i denti e le bombe a mano” erano intenzionati ad emulare le gesta guerriere dei reparti d’assalto, ed invece dovettero ritirarsi davanti un popolo d’arditi che non solo li aspettava dietro le barricate-trincee, ma era capace anche di prendere a sua volta l’iniziativa e di contrattaccare.
Inevitabile quindi che la memoria collettiva di tale fatto non abbia cessato di accompagnarsi all’utilizzo e alla riproposizione delle suggestioni ad esso legate, trasformandolo in epopea moderna e resistendo anche alla deliberata cancellazione tentata dal regime fascista..
Dalle barricate di Barcellona nel luglio ’36 che richiamarono in Spagna numerosi antifascisti parmensi, sino alla lotta armata contro i nazifascisti che per molti partigiani rappresentò la continuazione della guerra civile e di classe iniziata un ventennio prima dagli Arditi del popolo.
Dalle barricate dei tumulti di piazza contro il governo Tambroni a quelle che, a cavallo del decennio tra il 1968 e il 1977, testimoniarono l’incontro tra i conflitti di classe e l’attivismo della sinistra extraparlamentare.
Extraparlamentare, in quanto priva di rappresentanza in Parlamento, perché in parte orgogliosamente minoritaria e in parte antiaparlamentare per scelta rivoluzionaria.
Nessuna di queste situazioni ed esperienze avrebbe in verità potuto dirsi figlia coerente e lineare della vittoriosa lotta popolare di Parma, unica per vari aspetti, ma comunque i loro protagonisti hanno cercato e immaginato la loro discendenza in quegli avvenimenti, anche quando il presente vissuto strideva fortemente col passato evocato in buona o cattiva fede.
Le barricate di Parma, infatti, oltre che dall’antifascismo militante, per decenni sono state evocate dai partiti e dalle istituzioni a sostegno delle mobilitazioni più diverse: contro il totalitarismo, i governi democristiani, il terrorismo, la mafia… rischiando di essere svuotate della loro identità antagonista e appartenenza di classe, così come avvenuto per altre pagine-ricorrenze del movimento operaio, basti pensare al Primo Maggio o al 25 Aprile ormai ostaggio di tricolori e uniformi.
D’altro canto, mentre i dirigenti di partito cercavano di appropriarsi delle barricate di Parma, gli storici organici ignoravano o gettavano ombre sull’arditismo popolare che le aveva organizzate e animate, e i cosiddetti quadri intermedi erano quotidianamente impegnati a contrastare in ogni modo quanti, da sinistra, criticavano la politica sempre meno difendibile del partito, a partire proprio dall’azione antifascista ormai rivendicata soltanto dalla cosiddetta estrema sinistra.
In altre parole, venivano tessute le lodi delle barricate, ma disinnescandone un possibile impatto radicale nel presente pacificato o comunque ritenuto riformabile; con il conseguente indebito “arruolamento” democratico degli autentici protagonisti della barricate (socialisti, anarchici, comunisti, repubblicani, sindacalisti e popolari) il cui orizzonte era comunque stato quello di un’insurrezione armata contro i fascisti, ma anche fuori dalla legalità statale.
“Persino l’istintiva opposizione del popolo dei borghi -come ben evidenzia dall’amico William Gambetta- verso ogni forma di potere costituito assunse l’essenza della difesa delle istituzioni liberali e monarchiche.
Contemporaneamente, sparirono i riferimenti a due degli attori principali del movimento operaio parmense del primo dopoguerra: il sindacalismo rivoluzionario e l’anarchismo”. 
In parallelo con la rivisitazione del passato, veniva messo in atto un processo diffamatorio nei confronti dei gruppi della nuova sinistra e delle componenti del movimento operaio (anarchismo, bordighismo, consiliarismo, trotzkysmo…) da sempre avversate dal Pci. Infatti, basta riaprire le pagine de l’Unità degli anni Settanta, così come di certi testi scritti da storici “fedeli alla linea”, per ritrovare le puntuali quanto ingiuste accuse di “provocatori” e “diciannovisti” indirizzate ai militanti alla sinistra rivoluzionaria di allora che si scontravano con i neofascisti nelle piazze o davanti a scuole e fabbriche, subendo peraltro innumerevoli morti, feriti e detenuti.
Posizione questa che alimentava la teoria democristiana degli “opposti estremismi”, fatta propria anche da quella sedicente “maggioranza silenziosa” che raccoglieva i settori dell’anticomunismo più viscerale e della più retriva borghesia padronale.
Purtroppo, guardando al presente, neppure la dilagante affermazione culturale, ancor prima che elettorale, di questa stessa destra, sembra aver modificato l’atteggiamento di ciò che resta della sinistra parlamentare, disposta ad ogni compromesso, purché non sia l’opposizione sociale a ritrovare la volontà di lottare e a riprendere in mano la sua organizzazione.

emmerre


- A cura di Willliam Gambetta e Massimo Giuffredi, Memorie d’agosto. Letture delle Barricate antifasciste di Parma del 1922, Edizioni Punto Rosso, Milano 2007, pag. 301, ill. Euro 15.00





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