La barricata chiude la strada ma apre la via. (scritta murale)
Le barricate dell’Oltretorrente e di Borgo Naviglio dell’agosto 1922
continuano ad essere un simbolo, oltre che un precedente politico e un
riferimento storico dell’antifascismo: un simbolo che nell’ultimo
decennio a Parma -e non solo- è tornato ad essere un’esperienza
viva alla ricerca delle proprie radici e motivazioni sociali, tanto che
ogni anno in città si tiene un’emozionante e interessante Festa
delle Barricate proprio sul piazzale Inzani che fu il cuore delle
cinque giornate.
Un fondamentale contributo per rileggere, storicamente e politicamente,
tutto questo, ossia come le Barricate sono state nel corso degli anni
lette, interpretate, enfatizzate ma anche contese, sfruttate e distorte
è il bel volume “Memorie d’agosto” che raccoglie gli studi di
ben 17 ricercatori e ricercatrici, uscito nello scorso dicembre per le
Edizioni Punto Rosso.
I saggi sono stati divisi in cinque sezioni (La memoria politica, La
storiografia, Il mito di Guido Picelli, L’immagine fotografica, Le
rappresentazioni), accompagnate da una ricca appendice di foto,
comprese le riproduzioni di manifesti, lapidi e giornali.
La barricata, nella storia delle insorgenze popolari, ha da sempre
rivestito un duplice significato: da un lato ci ha trasmesso l’immagine
più immediata della sollevazione e della rottura dell’ordine
vigente, un’immagine forte e suggestiva legata ad espressioni quali
“alzare le barricate” o “correre alle barricate”; dall’altra, la storia
militare ci insegna che, fin dai tempi della Comune di Parigi, per
vincere le rivoluzioni le barricate non erano efficaci.
La barricata, infatti, è un mezzo statico di difesa, non uno
strumento offensivo: è compagna dell’assediato, quasi mai
dell’assediante.
La barricata è altresì legata ad un territorio
periferico, dato che fin dall’Ottocento l’urbanistica aveva scongiurato
tale minaccia progettando i centri cittadini con strade larghe dove
fosse possibile impiegare la cavalleria o l’artiglieria per debellare
le sommosse e demolire le barricate.
Eppure, a Parma in quel lontano agosto del ’22, le barricate conobbero
anche il rovesciamento di questi assunti e persino le parti degli
assediati e degli assedianti furono rivoltate.
Le squadre paramilitari fasciste giunsero a Parma per assediare e
punire i disprezzati quartieri proletari ed invece si ritrovarono
circondate da un nemico mobile e determinato che faceva fronte ovunque
decidessero di attaccare.
I fascisti “pugnal tra i denti e le bombe a mano” erano intenzionati ad
emulare le gesta guerriere dei reparti d’assalto, ed invece dovettero
ritirarsi davanti un popolo d’arditi che non solo li aspettava dietro
le barricate-trincee, ma era capace anche di prendere a sua volta
l’iniziativa e di contrattaccare.
Inevitabile quindi che la memoria collettiva di tale fatto non abbia
cessato di accompagnarsi all’utilizzo e alla riproposizione delle
suggestioni ad esso legate, trasformandolo in epopea moderna e
resistendo anche alla deliberata cancellazione tentata dal regime
fascista..
Dalle barricate di Barcellona nel luglio ’36 che richiamarono in Spagna
numerosi antifascisti parmensi, sino alla lotta armata contro i
nazifascisti che per molti partigiani rappresentò la
continuazione della guerra civile e di classe iniziata un ventennio
prima dagli Arditi del popolo.
Dalle barricate dei tumulti di piazza contro il governo Tambroni a
quelle che, a cavallo del decennio tra il 1968 e il 1977,
testimoniarono l’incontro tra i conflitti di classe e l’attivismo della
sinistra extraparlamentare.
Extraparlamentare, in quanto priva di rappresentanza in Parlamento,
perché in parte orgogliosamente minoritaria e in parte
antiaparlamentare per scelta rivoluzionaria.
Nessuna di queste situazioni ed esperienze avrebbe in verità
potuto dirsi figlia coerente e lineare della vittoriosa lotta popolare
di Parma, unica per vari aspetti, ma comunque i loro protagonisti hanno
cercato e immaginato la loro discendenza in quegli avvenimenti, anche
quando il presente vissuto strideva fortemente col passato evocato in
buona o cattiva fede.
Le barricate di Parma, infatti, oltre che dall’antifascismo militante,
per decenni sono state evocate dai partiti e dalle istituzioni a
sostegno delle mobilitazioni più diverse: contro il
totalitarismo, i governi democristiani, il terrorismo, la mafia…
rischiando di essere svuotate della loro identità antagonista e
appartenenza di classe, così come avvenuto per altre
pagine-ricorrenze del movimento operaio, basti pensare al Primo Maggio
o al 25 Aprile ormai ostaggio di tricolori e uniformi.
D’altro canto, mentre i dirigenti di partito cercavano di appropriarsi
delle barricate di Parma, gli storici organici ignoravano o gettavano
ombre sull’arditismo popolare che le aveva organizzate e animate, e i
cosiddetti quadri intermedi erano quotidianamente impegnati a
contrastare in ogni modo quanti, da sinistra, criticavano la politica
sempre meno difendibile del partito, a partire proprio dall’azione
antifascista ormai rivendicata soltanto dalla cosiddetta estrema
sinistra.
In altre parole, venivano tessute le lodi delle barricate, ma
disinnescandone un possibile impatto radicale nel presente pacificato o
comunque ritenuto riformabile; con il conseguente indebito
“arruolamento” democratico degli autentici protagonisti della barricate
(socialisti, anarchici, comunisti, repubblicani, sindacalisti e
popolari) il cui orizzonte era comunque stato quello di un’insurrezione
armata contro i fascisti, ma anche fuori dalla legalità statale.
“Persino l’istintiva opposizione del popolo dei borghi -come ben
evidenzia dall’amico William Gambetta- verso ogni forma di potere
costituito assunse l’essenza della difesa delle istituzioni liberali e
monarchiche.
Contemporaneamente, sparirono i riferimenti a due degli attori
principali del movimento operaio parmense del primo dopoguerra: il
sindacalismo rivoluzionario e l’anarchismo”.
In parallelo con la rivisitazione del passato, veniva messo in atto un
processo diffamatorio nei confronti dei gruppi della nuova sinistra e
delle componenti del movimento operaio (anarchismo, bordighismo,
consiliarismo, trotzkysmo…) da sempre avversate dal Pci. Infatti, basta
riaprire le pagine de l’Unità degli anni Settanta, così
come di certi testi scritti da storici “fedeli alla linea”, per
ritrovare le puntuali quanto ingiuste accuse di “provocatori” e
“diciannovisti” indirizzate ai militanti alla sinistra rivoluzionaria
di allora che si scontravano con i neofascisti nelle piazze o davanti a
scuole e fabbriche, subendo peraltro innumerevoli morti, feriti e
detenuti.
Posizione questa che alimentava la teoria democristiana degli “opposti
estremismi”, fatta propria anche da quella sedicente “maggioranza
silenziosa” che raccoglieva i settori dell’anticomunismo più
viscerale e della più retriva borghesia padronale.
Purtroppo, guardando al presente, neppure la dilagante affermazione
culturale, ancor prima che elettorale, di questa stessa destra, sembra
aver modificato l’atteggiamento di ciò che resta della sinistra
parlamentare, disposta ad ogni compromesso, purché non sia
l’opposizione sociale a ritrovare la volontà di lottare e a
riprendere in mano la sua organizzazione.
emmerre
- A cura di Willliam Gambetta e Massimo Giuffredi, Memorie d’agosto.
Letture delle Barricate antifasciste di Parma del 1922, Edizioni Punto
Rosso, Milano 2007, pag. 301, ill. Euro 15.00