«Meglio clandestino che razzista», recita il manifesto
attaccato sul petto di uno dei tanti che c'era, in corteo con altri
10mila tra antirazzisti, aderenti a comunità immigrate,
militanti di associazioni, gruppi e partiti. Contro ogni forma di
razzismo. Contro tutti i razzisti. Come anarchici e anarchiche attivi
nei gruppi, nelle organizzazioni sindacali, nei coordinamenti
territoriali, abbiamo partecipato e manifestato per ribadire ancora una
volta che il razzismo è un'ideologia da combattere sempre e in
ogni luogo; che il razzismo è un sistema di idee frutto dei
mutamenti radicali che lo sviluppo economico produce, dei conflitti che
ne conseguono e della successiva necessità dei governi di
costruire un clima di influenza e gestione dello sviluppo economico
stesso e di conquista degli strumenti di potere per potervi accedere e
goderne privilegi e benefici. Privilegi e benefici fondati dunque sui
rapporti di dominio, separazione, distanziamento, esclusione e
sfruttamento. Come anarchici e come anarchiche abbiamo manifestato per
opporci ad ogni meccanismo che genera e produce forme di razzismo;
contro il razzismo che si diffonde e varia in vista dei vantaggi
economici che derivano dai processi di inferiorizzazione e
differenziazione volti a legalizzare subordinazione, violenza e
sfruttamento. I governi soffiano sul fuoco della paura della perdita
d'identità, dell'omologazione e dell'incertezza dell'essere
umano dell'era della globalizzazione; spingono verso un'affermazione
identitaria parossistica, verso nuove comunità organiche
declinate in termini "etnici".
La differenza culturale, l'appartenenza ad una comunità e il
sentirsi parte di una tradizione da un lato rassicurano gli uomini che
si trovano immersi in un divenire sempre più caotico, dall'altro
divengono forze che ristrutturano l'azione politica declinandola in
forma "etnica" e di essenzialismo culturale o addirittura di scontro di
civiltà. È in tale contesto che devono essere inquadrati
i neorazzismi e le nuove affermazioni identitarie, senza mai
tralasciare il primo dei leitmotiv della discriminazione, ovverosia lo
sfruttamento economico. Le affermazioni identitarie debbono essere
viste sempre all'interno di una ricerca di ordine e stabilità
politica indissociabile dalle scelte dell'economia: un ordine globale
che, per sua natura, non può non produrre "rifiuti umani"
(quelli in "esubero", "eccedenti", cioè la popolazione composta
da coloro per cui in alcuni spazi non c'è posto), un risultato
inevitabile del capitalismo che impone il suo ordine. Il
differenzialismo culturale viene così sfruttato non solo per
ragioni identitarie ma prima ancora per ragioni economiche; le
differenze, così vissute, cioè come immodificabili e
ineluttabili, divengono un potente strumento per determinare
discriminazioni di ogni natura su scala planetaria. Questa la nostra
denuncia, a Roma il 4 ottobre così come ovunque da sempre.
Perché nelle attuali manifestazioni razzistiche le componenti
etniche, culturali o religiose corrispondono all'appartenenza di classe
e alle domande del mercato. In questo scenario sono le scelte
economiche degli stati a mettere in atto politiche che comportano una
vera e propria esclusione e discriminazione di massa, contribuendo ad
incrementare razzismi e fenomeni di sfruttamento. Scelte a cui tutto
viene subordinato: la scienza, la tecnica, le istituzioni, i valori, il
passato storico, l'espansionismo militare. Scelte che plasmano tutti
gli ambiti della vita politica e sociale a tutti i livelli. Le nuove
espressioni razziste comportano indiscriminatamente molteplici
violazioni dei diritti fondamentali degli esseri umani come il diritto
alla vita, quello alla dignità e alla sicurezza nonché il
diritto alla salute, all'eguaglianza e i diritti a tutela del
lavoratore. L'attuale situazione si ricollega ad ampi processi di
mutamento sociale, tra cui le trasformazioni avvenute nel corso degli
anni '90 nell'Est europeo, la prepotente affermazione dell'economia di
mercato, una iniqua divisione del lavoro e della disponibilità
di risorse tra Nord e Sud del mondo, il riproporsi sullo scenario
internazionale di guerre preventive e permanenti che accrescono le
disuguaglianze sociali, etnicizzano i conflitti, militarizzano i
territori. Con queste riflessioni e con queste denunce abbiamo
partecipato alle iniziative antirazziste del 4 ottobre che si sono
registrate contemporaneamente a Roma, Caserta, Ancona e Parma. Per
queste ragioni condividiamo e appoggiamo appieno l'appello lanciato
dalla Commissione Antirazzista della FAI per la costituzione di
comitati antirazzisti in ogni città, perché la ragioni
dei migranti sono le nostre ragioni.
Comitati capaci di ricomporre il tessuto connettivo tra lavoratori e
lavoratrici migranti e non; comitati che abbiano le capacità per
elaborare e sostenere piattaforme di lotta comuni e condivise, per
trasformarsi in assemblee a tutti gli effetti aperte e permanenti,
autonome, solidali e a prassi libertaria. Comitati che sappiano agire
anche sul piano socio-educativo, attraverso cui diffondere elementi
fondanti il patrimonio culturale sviluppato e prodotto dai movimenti di
matrice anarchica e libertaria. È importante comprendere che i
pregiudizi e gli stereotipi si collocano sul piano
dell'intersoggettività, quel piano in cui si costruiscono quel
sapere e quelle conoscenze che ci permettono di relazionarci con
l'altro, in cui si individuano le modalità del rapporto con
l'altro, i valori che stabiliscono ciò che è comune ma
che, al contempo, possono definire pericolosamente ciò che viene
sentito come diverso. Ed è su questo aspetto su cui,
nell'attuale momento storico-politico più che mai, bisogna
lavorare. Quando la dimensione istituzionale/politica contribuisce a
definire stereotipi, pregiudizi e atteggiamenti razzisti, i mass media,
la politica, le religioni, le istituzioni formative e sociali non fanno
nient'altro che amplificarli, trasformando temi e problematiche con
forti valenze sociali in azioni discriminatorie legalizzate. Tutti
questi fattori agiscono in maniera integrata, si influenzano
reciprocamente, ognuno alimenta l'altro in una catena di attribuzioni
di responsabilità reciproche. Comprendere così il
fenomeno del razzismo ci permette di individuarlo meglio, di cogliere
le connessioni psicologiche, sociali e politiche. L'attivazione di
comitati antirazzisti territoriali a prassi libertaria può
quindi giocare un ruolo molto importante nelle lotte per rimuovere le
cause strutturali e istituzionalizzate del razzismo, così come
negli interventi centrati sulla modifica degli stereotipi, sull'aumento
della conoscenza reciproca, della cooperazione e della tolleranza,
sulla comprensione dei vantaggi del pluralismo culturale.
Edo