Umanità Nova, n.32 del 12 ottobre 2008, anno 88

Migranti in piazza


«Meglio clandestino che razzista», recita il manifesto attaccato sul petto di uno dei tanti che c'era, in corteo con altri 10mila tra antirazzisti, aderenti a comunità immigrate, militanti di associazioni, gruppi e partiti. Contro ogni forma di razzismo. Contro tutti i razzisti. Come anarchici e anarchiche attivi nei gruppi, nelle organizzazioni sindacali, nei coordinamenti territoriali, abbiamo partecipato e manifestato per ribadire ancora una volta che il razzismo è un'ideologia da combattere sempre e in ogni luogo; che il razzismo è un sistema di idee frutto dei mutamenti radicali che lo sviluppo economico produce, dei conflitti che ne conseguono e della successiva necessità dei governi di costruire un clima di influenza e gestione dello sviluppo economico stesso e di conquista degli strumenti di potere per potervi accedere e goderne privilegi e benefici. Privilegi e benefici fondati dunque sui rapporti di dominio, separazione, distanziamento, esclusione e sfruttamento. Come anarchici e come anarchiche abbiamo manifestato per opporci ad ogni meccanismo che genera e produce forme di razzismo; contro il razzismo che si diffonde e varia in vista dei vantaggi economici che derivano dai processi di inferiorizzazione e differenziazione volti a legalizzare subordinazione, violenza e sfruttamento. I governi soffiano sul fuoco della paura della perdita d'identità, dell'omologazione e dell'incertezza dell'essere umano dell'era della globalizzazione; spingono verso un'affermazione identitaria parossistica, verso nuove comunità organiche declinate in termini "etnici".
La differenza culturale, l'appartenenza ad una comunità e il sentirsi parte di una tradizione da un lato rassicurano gli uomini che si trovano immersi in un divenire sempre più caotico, dall'altro divengono forze che ristrutturano l'azione politica declinandola in forma "etnica" e di essenzialismo culturale o addirittura di scontro di civiltà. È in tale contesto che devono essere inquadrati i neorazzismi e le nuove affermazioni identitarie, senza mai tralasciare il primo dei leitmotiv della discriminazione, ovverosia lo sfruttamento economico. Le affermazioni identitarie debbono essere viste sempre all'interno di una ricerca di ordine e stabilità politica indissociabile dalle scelte dell'economia: un ordine globale che, per sua natura, non può non produrre "rifiuti umani" (quelli in "esubero", "eccedenti", cioè la popolazione composta da coloro per cui in alcuni spazi non c'è posto), un risultato inevitabile del capitalismo che impone il suo ordine. Il differenzialismo culturale viene così sfruttato non solo per ragioni identitarie ma prima ancora per ragioni economiche; le differenze, così vissute, cioè come immodificabili e ineluttabili, divengono un potente strumento per determinare discriminazioni di ogni natura su scala planetaria. Questa la nostra denuncia, a Roma il 4 ottobre così come ovunque da sempre. Perché nelle attuali manifestazioni razzistiche le componenti etniche, culturali o religiose corrispondono all'appartenenza di classe e alle domande del mercato. In questo scenario sono le scelte economiche degli stati a mettere in atto politiche che comportano una vera e propria esclusione e discriminazione di massa, contribuendo ad incrementare razzismi e fenomeni di sfruttamento. Scelte a cui tutto viene subordinato: la scienza, la tecnica, le istituzioni, i valori, il passato storico, l'espansionismo militare. Scelte che plasmano tutti gli ambiti della vita politica e sociale a tutti i livelli. Le nuove espressioni razziste comportano indiscriminatamente molteplici violazioni dei diritti fondamentali degli esseri umani come il diritto alla vita, quello alla dignità e alla sicurezza nonché il diritto alla salute, all'eguaglianza e i diritti a tutela del lavoratore. L'attuale situazione si ricollega ad ampi processi di mutamento sociale, tra cui le trasformazioni avvenute nel corso degli anni '90 nell'Est europeo, la prepotente affermazione dell'economia di mercato, una iniqua divisione del lavoro e della disponibilità di risorse tra Nord e Sud del mondo, il riproporsi sullo scenario internazionale di guerre preventive e permanenti che accrescono le disuguaglianze sociali, etnicizzano i conflitti, militarizzano i territori. Con queste riflessioni e con queste denunce abbiamo partecipato alle iniziative antirazziste del 4 ottobre che si sono registrate contemporaneamente a Roma, Caserta, Ancona e Parma. Per queste ragioni condividiamo e appoggiamo appieno l'appello lanciato dalla Commissione Antirazzista della FAI per la costituzione di comitati antirazzisti in ogni città, perché la ragioni dei migranti sono le nostre ragioni.
Comitati capaci di ricomporre il tessuto connettivo tra lavoratori e lavoratrici migranti e non; comitati che abbiano le capacità per elaborare e sostenere piattaforme di lotta comuni e condivise, per trasformarsi in assemblee a tutti gli effetti aperte e permanenti, autonome, solidali e a prassi libertaria. Comitati che sappiano agire anche sul piano socio-educativo, attraverso cui diffondere elementi fondanti il patrimonio culturale sviluppato e prodotto dai movimenti di matrice anarchica e libertaria. È importante comprendere che i pregiudizi e gli stereotipi si collocano sul piano dell'intersoggettività, quel piano in cui si costruiscono quel sapere e quelle conoscenze che ci permettono di relazionarci con l'altro, in cui si individuano le modalità del rapporto con l'altro, i valori che stabiliscono ciò che è comune ma che, al contempo, possono definire pericolosamente ciò che viene sentito come diverso. Ed è su questo aspetto su cui, nell'attuale momento storico-politico più che mai, bisogna lavorare. Quando la dimensione istituzionale/politica contribuisce a definire stereotipi, pregiudizi e atteggiamenti razzisti, i mass media, la politica, le religioni, le istituzioni formative e sociali non fanno nient'altro che amplificarli, trasformando temi e problematiche con forti valenze sociali in azioni discriminatorie legalizzate. Tutti questi fattori agiscono in maniera integrata, si influenzano reciprocamente, ognuno alimenta l'altro in una catena di attribuzioni di responsabilità reciproche. Comprendere così il fenomeno del razzismo ci permette di individuarlo meglio, di cogliere le connessioni psicologiche, sociali e politiche. L'attivazione di comitati antirazzisti territoriali a prassi libertaria può quindi giocare un ruolo molto importante nelle lotte per rimuovere le cause strutturali e istituzionalizzate del razzismo, così come negli interventi centrati sulla modifica degli stereotipi, sull'aumento della conoscenza reciproca, della cooperazione e della tolleranza, sulla comprensione dei vantaggi del pluralismo culturale.

Edo




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