Umanità Nova, n.32 del 12 ottobre 2008, anno 88

il mediterraneo: una voragine


Le cronache degli sbarchi di immigrati sulle coste siciliane si sono arricchite, nei giorni scorsi, di un episodio curioso che nulla toglie alla drammatica situazione di chi rischia la vita per approdare alla frontiera meridionale della Fortezza Europa.
Nei primi di ottobre, infatti, cinquantuno ragazzi – tutti giovani magrebini di età compresa tra i venti e trent'anni – sono stati intercettati alla deriva nel Canale di Sicilia a bordo di una barca a vela, un bialberi di circa 16 metri, a 24 miglia a sud-ovest di Mazara del Vallo.
Dopo essere stati localizzati da un elicottero della Marina militare, sono stati  soccorsi da una motovedetta della Guardia costiera e dal motopesca "Santa Rita da Cascia" che ha materialmente rimorchiato l'imbarcazione fino al porto della cittadina siciliana. Le vele della barca erano danneggiate e senza alcuna luce di segnalazione accesa per una avaria elettrica.
Le cattive condizioni meteo, con forte vento di scirocco e mare forza 4-5, hanno sconsigliato il trasbordo degli immigrati. Non la classica bagnarola o il peschereccio malmesso, ma uno sloop in vetroresina i cui documenti di bordo sono stati sequestrati dagli uomini della Capitaneria di porto.
Una barca a vela, quindi, ben diversa da quelle che da alcuni anni solcano i mari della provincia di Trapani per via delle numerose regate organizzate dalla classe politica locale per la promozione turistica del territorio. Ma a dispetto di chi vorrebbe credere che il mare siciliano sia solo un campo di regata per ricchi armatori, la vicenda dei cinquantuno ragazzi magrebini sbarcati con una specie di veliero dimostra che, purtroppo, il Mediterraneo è una voragine in cui le persone rischiano sistematicamente la vita mettendosi al timone di imbarcazioni che funzionano male e senza la necessaria esperienza per affrontare la traversata. In questo caso, così come in altre occasioni analoghe, la solidarietà di chi lavora in mare ha superato la diffidenza e la paura di soccorrere immigrati alla deriva per via delle possibili ritorsioni repressive che si abbattono sui comandanti dei pescherecci italiani che decidono di venire in aiuto di natanti in difficoltà.
Spesso il timore di vedersi sequestrata l'imbarcazione (che assicura il sostentamento di intere famiglie) con l'infamante accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina può indurre molti equipaggi a voltarsi dall'altra parte quando si incrocia una "carretta" del mare. Per non parlare poi dei racconti di molti marittimi che, durante le battute di pesca, si sono ritrovati a tirar su insieme ai pesci anche resti di donne e uomini.
Esperienze che, soprattutto a Mazara – città in cui vivono migliaia di famiglie tunisine e magrebine assolutamente radicate nel territorio – segnano in modo profondo i lavoratori dei pescherecci che spesso e volentieri sono immigrati anch'essi.
L'estate siciliana degli sbarchi ha vissuto momenti difficili, come quando un peschereccio con 245 persone, tra cui nove bambini e venticinque donne, fu intercettato a 60 miglia a est di Portopalo di Capo Passero, in provincia di Siracusa, da un'unità della Guardia di finanza. O come quando sull'isola di Lampedusa arrivarono quasi 600 migranti, in quattro sbarchi consecutivi.
Tanto bastò all'ineffabile sindaco lampedusano, Bernardino De Rubeis, di proporre l'applicazione del filo spinato intorno al centro di detenzione dell'isola, per evitare che gli immigrati potessero scappare e farsi vedere in paese.
Ancora una volta, lo spauracchio della sicurezza veniva invocato insieme alla necessità di nascondere agli occhi dei facoltosi turisti lo spettacolo imbarazzante di un'umanità che fugge da persecuzioni e miseria e trova, qui nella civile Europa, una nuova repressione e una sconfortante miseria umana in chi detiene il potere.

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