Le cronache degli sbarchi di immigrati sulle coste siciliane si sono
arricchite, nei giorni scorsi, di un episodio curioso che nulla toglie
alla drammatica situazione di chi rischia la vita per approdare alla
frontiera meridionale della Fortezza Europa.
Nei primi di ottobre, infatti, cinquantuno ragazzi – tutti giovani
magrebini di età compresa tra i venti e trent'anni – sono stati
intercettati alla deriva nel Canale di Sicilia a bordo di una barca a
vela, un bialberi di circa 16 metri, a 24 miglia a sud-ovest di Mazara
del Vallo.
Dopo essere stati localizzati da un elicottero della Marina militare,
sono stati soccorsi da una motovedetta della Guardia costiera e
dal motopesca "Santa Rita da Cascia" che ha materialmente rimorchiato
l'imbarcazione fino al porto della cittadina siciliana. Le vele della
barca erano danneggiate e senza alcuna luce di segnalazione accesa per
una avaria elettrica.
Le cattive condizioni meteo, con forte vento di scirocco e mare forza
4-5, hanno sconsigliato il trasbordo degli immigrati. Non la classica
bagnarola o il peschereccio malmesso, ma uno sloop in vetroresina i cui
documenti di bordo sono stati sequestrati dagli uomini della
Capitaneria di porto.
Una barca a vela, quindi, ben diversa da quelle che da alcuni anni
solcano i mari della provincia di Trapani per via delle numerose regate
organizzate dalla classe politica locale per la promozione turistica
del territorio. Ma a dispetto di chi vorrebbe credere che il mare
siciliano sia solo un campo di regata per ricchi armatori, la vicenda
dei cinquantuno ragazzi magrebini sbarcati con una specie di veliero
dimostra che, purtroppo, il Mediterraneo è una voragine in cui
le persone rischiano sistematicamente la vita mettendosi al timone di
imbarcazioni che funzionano male e senza la necessaria esperienza per
affrontare la traversata. In questo caso, così come in altre
occasioni analoghe, la solidarietà di chi lavora in mare ha
superato la diffidenza e la paura di soccorrere immigrati alla deriva
per via delle possibili ritorsioni repressive che si abbattono sui
comandanti dei pescherecci italiani che decidono di venire in aiuto di
natanti in difficoltà.
Spesso il timore di vedersi sequestrata l'imbarcazione (che assicura il
sostentamento di intere famiglie) con l'infamante accusa di
favoreggiamento dell'immigrazione clandestina può indurre molti
equipaggi a voltarsi dall'altra parte quando si incrocia una "carretta"
del mare. Per non parlare poi dei racconti di molti marittimi che,
durante le battute di pesca, si sono ritrovati a tirar su insieme ai
pesci anche resti di donne e uomini.
Esperienze che, soprattutto a Mazara – città in cui vivono
migliaia di famiglie tunisine e magrebine assolutamente radicate nel
territorio – segnano in modo profondo i lavoratori dei pescherecci che
spesso e volentieri sono immigrati anch'essi.
L'estate siciliana degli sbarchi ha vissuto momenti difficili, come
quando un peschereccio con 245 persone, tra cui nove bambini e
venticinque donne, fu intercettato a 60 miglia a est di Portopalo di
Capo Passero, in provincia di Siracusa, da un'unità della
Guardia di finanza. O come quando sull'isola di Lampedusa arrivarono
quasi 600 migranti, in quattro sbarchi consecutivi.
Tanto bastò all'ineffabile sindaco lampedusano, Bernardino De
Rubeis, di proporre l'applicazione del filo spinato intorno al centro
di detenzione dell'isola, per evitare che gli immigrati potessero
scappare e farsi vedere in paese.
Ancora una volta, lo spauracchio della sicurezza veniva invocato
insieme alla necessità di nascondere agli occhi dei facoltosi
turisti lo spettacolo imbarazzante di un'umanità che fugge da
persecuzioni e miseria e trova, qui nella civile Europa, una nuova
repressione e una sconfortante miseria umana in chi detiene il potere.
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