Se ti rivasse notizia che sono
morto, non dire che sono morto per la Patria, ma che sono morto per i
signori, cioè per i richi che sono stati la causa di tanti
buoni giovani, la colpa della sua morte. [Lettera di un soldato, aprile 1917]
In questo anno, tra le tante ricorrenze storiche (1948, 1968, 1978…),
vi è pure quella della fine della Grande Guerra. Facile
prevedere che, a distanza di novanta anni, soprattutto in occasione del
4 novembre, non mancheranno i tentativi di unire alle rievocazioni di
quella immane tragedia l'immutabile retorica patriottica unita alla
rinnovata propaganda militarista.
Per questo, non è forse inutile, ricordare l'altra faccia del
primo conflitto mondiale, ossia quello misconosciuto della rivolta
umana e sociale contro la guerra.
L'orrore racchiuso nei numeri a cinque zeri, riguardanti le vittime di
quell'evento bellico i cui nomi restano, in ogni più piccola
frazione, incisi sui gelidi monumenti ai caduti, sembra dissolversi in
una dimensione della memoria sempre più lontana e irreale, come
se quella tragedia appartenesse alla storia di un altro pianeta,
nonostante abbia investito violentemente il passato di ogni famiglia e
di ogni comunità.
Ma se dei massacrati noti e ignoti sui campi di battaglia viene
riconosciuto e consacrato, loro malgrado, l'eroismo e il sacrificio per
la nazione; a coloro che si ribellarono al militarismo e disertarono
quella strage proletaria che incrementò i profitti dei
capitalisti, resta al contrario la condanna all'oblio e all'esecrazione
nazionale: fucilati ieri, inammissibili oggi.
A fine guerra risultavano emesse 870.000 denunce per indisciplina,
resa al nemico, mutilazione volontaria, renitenza, diserzione, etc.,
con circa 15.000 condanne all'ergastolo e circa 800 condanne a morte
eseguite. Imprecisato invece il numero delle esecuzioni sommarie, ma
comunque nell'ordine delle migliaia.
Sia in Francia che in Gran Bretagna, fu eseguito un numero assai
inferiore di condanne capitali, nonostante, la più lunga
partecipazione al conflitto e il maggior numero di soldati impegnati.
In alcune zone, specie dove erano forti i sentimenti antimilitaristi, i
disertori avevano persino formato gruppi e bande, sostenute dalla
popolazione. Fu il caso, ad esempio, di una comunità di
disertori di Imola, autodenominati Fratelli Ciliegia, che si erano dati
alla macchia nei dintorni della città, sfuggendo alle retate di
agenti e carabinieri.
Per questo, a tutti coloro che continuano a rifiutare l'arruolamento
delle coscienze e l'oscena propaganda delle guerre giuste, e persino
umanitarie, offriamo una selezione di testimonianze di
volontà, individuali e collettive, contro quello che proprio un
soldato al fronte definì come "immenso impero, regno della
morte".
Volontà riscontrabili nei documenti emessi in gran copia dai
comandi e dai tribunali militari, ossessionati di scoprire e reprimere
ferocemente ogni insubordinazione tra i soldati stanchi della guerra,
perseguendo con particolare accanimento i sospetti sovversivi che si
annidavano nelle trincee. Si trattava di socialisti e anarchici che,
fedeli ai principi dell'internazionalismo, non avevano smesso di
pensare e sperare che lo spontaneo disfattismo esistente tra le truppe,
sovente giunto alla sedizione armata, si trasformasse in una
rivoluzione che, come avvenuto in Russia, imponesse la pace ai governi.
Peraltro, come si apprende attraverso la corrispondenza dal fronte o
dalla prigionia, numerosi soldati divennero rivoluzionari, proprio in
conseguenza della loro lacerante presa di coscienza per gli orrori
vissuti.
In una cartolina, scritta dal un soldato in zona di guerra e
intercettata dalla censura, viene scoperto il pensiero di tanti: "Pace!
Viva la rivoluzione russa",
Persino un giovane ufficiale prigioniero, in una lettera, scritta nel
dicembre 1917 dal campo di Mauthausen (destinato a divenire lager
nazista), scriveva: "non vedo l'ora di essere in Italia per iscrivermi
al partito anarchico".
Fin dall'inizio delle ostilità, i comandi ebbero a fare i conti
con l'avversione popolare alla guerra; già nel maggio 1915, a
pochi giorni dall'entrata in guerra, i carabinieri fanno fuoco su
reparti in rivolta della Brigata Ancona "costituiti da elementi non
buoni: da soldati della provincia di Firenze, travagliati dagli
apostolati socialisti e anarchici". Emblematico il comunicato di
Emanuele Filiberto di Savoia, dopo la fucilazione di alcuni fanti del
93° reggimento, in occasione della prima battaglia dell'Isonzo, nel
giugno 1915: "data speciale situazione quel reggimento con numerosi
richiamati anarchici distretto Ancona. Alcuni di questi oggi tentarono
sventolare bandiera bianca et furono fucilati".
Nel luglio 1915, ben undici soldati del reggimento cavalleggeri Padova
vengono condannati a pene detentive tra i 5 e i 20 anni, per propaganda
sovversiva; i condannati avevano costituito una cellula clandestina
anarchica, ironicamente battezzata come Gruppo dei Grufoli, in contatto
con la stampa libertaria.
Nello stesso mese, due bersaglieri, un bracciante della provincia di
Bologna e un carrettiere della provincia di Ravenna, vengono
incriminati e condannati a 20 anni di reclusione, per avere
affisso su un albero un manifesto scritto a mano di contenuto
antimilitarista e internazionalista, in cui si poteva leggere: "Da
Masetti dobbiamo prendere scuola".
Nel settembre 1916, un fante originario di Udine viene condannato a
quattro mesi di carcere per aver scritto una lettera al padre in cui si
chiedeva "Come si può approvare questa guerra che più che
barbara è stupida, di una stupidità grottesca, colossale,
e vogliono farla credere civile, e come una lotta pel diritto, mentre
invece è un cumulo di ingordigie e di interessi di pochi a danno
del popolo che soffre e paga col miglior sangue?" concludendo che "non
bastava il socialismo legalitario per abbattere questa società
malsana, ma occorreva il socialismo anarchico".
Nel maggio 1917, il tribunale militare condanna per tradimento a 15
anni di galera un geniere milanese: operaio iscritto al partito
socialista aveva diffuso tra i commilitoni alcune copie stampate
dell'appello Ai popoli che la guerra rovina e uccide, stilato dalla II
conferenza socialista internazionale di Zimmerwald.
Nel maggio 1917, un soldato della provincia di Parma viene condannato a
22 anni di prigione; anch'egli operaio, aveva più volte rivolto
discorsi contro il militarismo ai compagni d'armi, invitandolo a fare
uso della forza per far cessare la guerra.
Nel giugno 1917, un'ennesima rivolta viene punita con la fucilazione di
undici soldati del 117° reggimento che prima d'essere uccisi
gridano: "Abbasso la bandiera, abbasso la patria, abbasso l'Italia,
vigliacchi, assassini, viva l'anarchia, etc".
Nel novembre 1917, un geniere di Torino viene condannato all'ergastolo
per tradimento: aveva svolto propaganda contro la guerra, raccogliendo
soldi per finanziare un giornale che "propugnava la pace ad ogni costo".
Dopo la disfatta di Caporetto, nella 5ª Armata che aveva raccolto
quanto era rimasto della 2ª, vengono emanate disposizioni per il
ritiro delle bombe a mano e delle munizioni, onde prevenire altre
rivolte, e vengono infiltrati carabinieri per sorvegliare i sovversivi.
Nel luglio 1917, due fanti della provincia di Alessandria -un muratore
e un contadino- vengono condannati a 16 e 5 anni di reclusione militare
per subornazione alla rivolta, per avere più volte incitato con
discorsi e scritti altri soldati a mettere fine alla guerra facendo la
rivoluzione.
Nell'agosto 1917, un facchino ravennate, soldato dell'83° fanteria,
con precedenti penali sia comuni che d'ordine politico, viene
condannato a 16 anni di prigione militare per subornazione, dopo che
aveva fatto discorsi a favore della diserzione e della rivolta.
Nello stesso mese, una quindicina di fanti, quasi tutti di Vicenza e
Cremona, aderenti in gran parte al partito socialista, vengono
condannati a pene comprese tra 15 e 1 anno di carcere militare per
numerose imputazioni legate all'attività di propaganda
sovversiva contro la guerra.
Agli inizi del 1918 un soldato viene condannato all'ergastolo per
tradimento in quanto propagandista dell'Avanti! e per aver raccolto
fondi per il quotidiano del Partito socialista che, peraltro, aveva
scelto la linea del né aderire né sabotare.
Nella primavera del 1918, si registrano tre distinte pesantissime
condanne del tribunale militare persino contro arditi dei reparti
d'assalto; i reati sono: espressioni di codardia, diserzione,
disfattismo e rifiuto d'obbedienza.
Nel maggio 1918, il tribunale militare emette una condanna a due mesi
di reclusione contro un contadino di Trapani, artigliere del
21° reggimento, reo di aver diffuso una canzonetta ritenuta
disfattista. Le strofe incriminate appaiono quasi ingenue, ma vengono
ritenute ugualmente pericolose per gli esiti della guerra e le sorti
della patria.
emmerre