A più di un mese dall’inizio delle proteste nel settore dell’istruzione è possibile proporre, con tutti i limiti del caso, qualche spunto di riflessione su quello che sta accadendo.
Riassumiamo, brevemente, i provvedimenti che hanno scatenato la
protesta. La legge di bilancio 133 “Tremonti”, approvata in Agosto,
contiene misure che prevedono: il taglio progressivo del Fondo di
Finanziamento Ordinario, il denaro erogato annualmente dallo stato alle
università, già assottigliato dalla legge 126, quella che
ha tolto l’ICI sulla prima casa; la riduzione del turn over del
personale, sia docente che tecnico-amministrativo, in ragione di una
sola riassunzione per ogni cinque pensionamenti; la possibilità
per le Università di trasformarsi in fondazioni, cioè di
diventare enti privati, ai quali verranno trasferiti tutti i loro beni.
Il decreto Gelmini (DL 137), convertito in legge il 29 ottobre scorso,
prevede: il ripristino del maestro unico e l’abolizione del tempo pieno
nelle elementari; il taglio di 130 mila posti di lavoro (maestri e
personale non docente) in 5 anni; la reintroduzione del grembiule,
della bocciatura per chi prende 5 in condotta e altre amenità.
In entrambi i casi si tratta di provvedimenti che proseguono il processo di trasformazione del sistema della pubblica istruzione italiana, indirizzandolo (soprattutto nel settore universitario) verso la completa privatizzazione. Dall’isola di Lipari alla frazione di Monticello Amiata, sono state migliaia le iniziative organizzate in queste settimane contro la 133 e la 137. Manifestazioni di tipo tradizionale (cortei, occupazioni...) o più nuove (lezioni in piazza, critical mass...), che hanno portato in piazza centinaia di migliaia di persone come non si vedeva da tempo. Le folle che stanno riempiendo paesi e città non sono composte solo da studenti, sarebbe scontato, ma anche da docenti, ricercatori, impiegati e intere famiglie. Questa trasversalità nella partecipazione alle proteste ha portato magnifici rettori ad arringare migliaia di studenti in assemblea e attempati professori a fare dichiarazioni bellicose. Nonostante gli interessi reali delle diverse categorie coinvolte non siano coincidenti, si è formato - almeno in apparenza - una sorta di “fronte unico” che ha trovato come principali parole d’ordine la protesta contro i tagli e la salvaguardia del carattere pubblico dell’istruzione.
A dire il vero, almeno per l’Università, c’è qualcuno che “bara”. Nel marzo scorso è stata lanciata dai rettori di 12 atenei l’associazione per la qualità delle università (“Aquis”), una sorta di patto di rappresentanza che dovrebbe raccogliere le Università più “produttive e virtuose” al fine di proporre al Governo nuove strategie per migliorare l’intero sistema. Secondo i suoi promotori, il numero degli atenei che soddisfano quei requisiti è circa un terzo del totale. Questa è una iniziativa che sembra fatta apposta per rispondere alle richieste avanzate da Confindustria nel periodo pre-elettorale, che aveva proposto di “premiare” con maggiori finanziamenti solo alcuni atenei e che prospetta un futuro nel quale ci saranno Università di serie A e di serie B.
Dal canto suo, il ceto parlamentare, dove il numero di professori universitari non è piccolo, continua ad affermare di voler approvare dei meccanismi che premino le università migliori a scapito di quelle scadenti. Come questo obiettivo verrà perseguito lo sapremo quando verrà presentata la proposta di riforma da tempo annunciata. Sempre in campo politico, il PD ha trovato nelle proteste un comodo sistema per mimare una opposizione inesistente: con la faccia più tosta di questo mondo i “democratici” stanno protestando contro le Fondazioni che sono state un’invenzione del Governo D’Alema e contro la distruzione dell’istruzione pubblica iniziata dal ministro Berlinguer. Quando si dice la coerenza.
La protesta è stata accolta, in generale, con estrema benevolenza dai media a eccezione di quei pochi schierati apertamente con il Governo. I giornalisti hanno immediatamente cavalcato l’”onda”, hanno fatto i rituali ed inutili paragoni con il ‘68, il ‘77 e la pantera e negli ultimi giorni sono ricomparsi persino articoli sul tema della violenza/non violenza e sul pericolo costituito dagli “opposti estremismi”. Proprio a questo proposito, la destra ex-neo-fascista, forse per evitare di dover scrivere fra quaranta anni di aver perso una occasione (come hanno fatto quest’anno ricordando il ‘68), si è convenientemente sdoppiata: in parte sta al Governo e in parte in piazza, anche se quest’ultima non ha deciso ancora se partecipare ai cortei per protestare o per picchiare gli studenti. Dal canto suo la sinistra extraparlamentare, in tutte le sue numerose incarnazioni, è presente all’interno delle proteste anche se con un’attitudine ancora legata ai vecchi modelli di “movimento” e non sempre adatta alla situazione attuale.
Dopo l’approvazione del decreto Gelmini e dopo che il Governo ha
fatto chiaramente intendere di non voler retrocedere dalle decisioni
prese, la situazione è arrivata a un punto di svolta. Chi oggi
protesta ha davanti la prospettiva una lotta di lunga durata, con tutti
i problemi che questo comporta, costellata dalle trappole del
riformismo, tipo i referendum e la situazione economica attuale non
promette certamente un futuro più roseo. L’aspetto sicuramente
più positivo di quello che sta accadendo è quello di
sempre: le proteste sono una palestra che permette alle persone di
imparare a organizzarsi, a coordinarsi, a ragionare con la propria
testa e magari a produrre una critica politica che, quando riesce a
superare la contingenza e investe tutto il sistema, potrebbe portare ad
un salto di qualità. Dalla protesta alla lotta.
Pepsy