Ho ancora negli occhi l'immagine di quel fascistello allampanato,
con una maglietta a righe sgargianti che, a capo di una decina di suoi
commilitoni armati di spranghe e bastoni, fronteggiava, spavaldo, gli
studenti che protestavano a Piazza Navona. I poliziotti lo chiamavano
cameratescamente Francesco e aspettavano pazienti che attuasse la
provocazione per proteggerne la fuga.
Nulla di nuovo sotto il cielo. Di episodi del genere è
costellata la vita politica di questo disgraziato Paese da almeno
ottant'anni, un lasso di tempo nel corso del quale si sono
moltiplicati, talvolta con successo, i tentativi di attuare regimi
autoritari che riducessero i cittadini della comunità a meri
esecutori di ordini perentori.
La crisi della borghesia, l'assenza di un forte movimento operaio, il
prevalere dei caratteri più deteriori dell'egoismo capitalistico
sono certamente i motivi scatenanti di fenomeni squadristici come
quello che ho descritto e dei molti altri che si verificano ovunque in
Italia, ultimo il tentativo di devastare gli studi RAI di via Teulada,
dalla cui redazione erano stati raccolti e trasmessi i particolari
illuminanti degli eventi di Piazza Navona.
Ma sbaglierebbe grossolanamente chi attribuisse a questi fatti la
valenza di episodi sporadici, attribuibili alle iniziative di pochi
esaltati. Nella realtà essi hanno origine nell'anima profonda di
una borghesia imprenditoriale e burocratica che ha nel suo dna
l'istanza di coltivare i privilegi, reali o presunti, che le derivano
da un sistema senza regole, da un territorio governato da una rete
clientelare egemonizzata dalla delinquenza organizzata, da una classe
politica incolta e velleitaria, eticamente inesistente.
È in questo quadro che vanno analizzati i conati di fascismo che
si manifestano in ogni angolo del nostro Paese: è nell'istanza
mai sopita di risolvere ogni problema, politico, economico e sociale,
mortificando le esigenze dei lavoratori e delle piccole attività
produttive ed esaltando gli egoismi di quei pochi che detengono le leve
del potere economico e decisionale.
In questi giorni è tornato alla ribalta dei mezzi di
comunicazione di massa la figura del famigerato Licio Gelli, e non
è un caso.
Chi conosce il programma della sua setta massonica "Programma 2" sa
bene da dove hanno origine molte delle iniziative di governo di
Berlusconi. Intanto, il carattere peculiare del suo modo di intendere
la funzione monocratica di primo ministro: come Mussolini, la sua
preoccupazione preliminare è stata quella di circondarsi, non di
collaboratori che lo aiutassero a governare, ma di servi che
ripetessero acriticamente e ossessivamente le sue parole d'ordine.
Così come i quadrunviri del fascismo degli anni Venti, i
Cicchetto, i Capezzone, i Bonaiuti e gli Schifani ricoprono con cariche
più o meno istituzionali le miserie delle loro logore palandrane
da lacchè, mentre il loro mentore persegue un programma ben
preciso, tutt'altro che estemporaneo, tracciato proprio dalla P2 di
Licio Gelli.
Proviamo a sintetizzarne i punti più importanti.
Intanto il disegno di ricondurre al potere politico (monocratico) tutti
i poteri che nella Costituzione repubblicana sono designati come
"poteri separati". Il Legislativo, con il parlamento, è,
infatti, ridotto a mera cassa di risonanza dei diktat del Capo e
di una maggioranza bulgara chiamata a legiferare quotidianamente
soprattutto per non rendere perseguibili i suoi membri dai rigori della
legge. Il lodo Alfano che affranca, per tutta la durata del loro
mandato, le quattro più alte cariche dello Stato dalle
conseguenze di reati commessi anche prima dell'assunzione della carica,
e il lodo Consolo, che giunge ad ipotizzare un tribunale speciale per i
reati commessi dai ministri in carica, sono mirabili esemplificazioni
del regime che si intende istaurare. L'Esecutivo (il governo),
è nelle mani di squallidi personaggi che lo indirizzano verso
gli obiettivi stabiliti dal Capo, finalizzati alla progressiva
riduzione dei diritti civili e del diritto al dissenso. Il
Giudiziario, con la moltiplicazione nel CSM dei membri nominati
dal parlamento a scapito dei giudici togati, riconduce all'arbitrio
dell'esecutivo l'intero assetto del sistema penale e civile italiano.
Particolarmente pericoloso il progetto di rendere elettivo il ruolo del
Pubblico Ministero e di abolire l'obbligatorietà dell'azione
penale, con la conseguenza che sarebbe il governo e non più il
magistrato a decidere quali reati perseguire e quali no.
Tutto questo è previsto nel programma gelliano, questo e molto
d'altro. Per esempio le operazioni in corso per mettere il bavaglio a
quel poco di stampa indipendente che ancora resiste e le manovre
attuate, d'intesa con la Confindustria, per svuotare il ruolo del
sindacato, costringendolo all'angolo angusto del "così o
niente". Esemplare in questo senso è la contrattazione della CAI
nella vertenza con i dipendenti dell'Alitalia.
Bene, compagni, il panorama che emerge da quel che abbiamo tentato di
descrivere, con il corollario inevitabile di violenze, anche di stampo
razzista, che si moltiplicano un po' dovunque, è il panorama di
un regime neofascista che tenta di instaurarsi nella comunità
nazionale.
È il pericolo principale che caratterizza la nostra contemporaneità, e sarebbe irresponsabile sottovalutarlo.
Disporsi a difesa dell'esistente non serve. Occorre, soprattutto per
noi anarchici, un approfondimento delle ragioni attuali della nostra
presenza, in un contesto tanto degradato e denso di pericolose derive.
A tale approfondimento non possiamo sottrarci, pena la disgregazione
del nostro tessuto militante e, ancora peggio, del nostro esistere come
testimonianza delle ineludibili istanze di libertà, di
eguaglianza e di solidarietà dell'uomo.
Antonio Cardella