Umanità Nova, n.37 del 16 novembre 2008, anno 88

Obiettivo regime


Ho ancora negli occhi l'immagine di quel fascistello allampanato, con una maglietta a righe sgargianti che, a capo di una decina di suoi commilitoni armati di spranghe e bastoni, fronteggiava, spavaldo, gli studenti che protestavano a Piazza Navona. I poliziotti lo chiamavano cameratescamente Francesco e aspettavano pazienti che attuasse la provocazione per proteggerne la fuga.
Nulla di nuovo sotto il cielo. Di episodi del genere è costellata la vita politica di questo disgraziato Paese da almeno ottant'anni, un lasso di tempo nel corso del quale si sono moltiplicati, talvolta con successo, i tentativi di attuare regimi autoritari che riducessero i cittadini della comunità a meri esecutori di ordini perentori.
La crisi della borghesia, l'assenza di un forte movimento operaio, il prevalere dei caratteri più deteriori dell'egoismo capitalistico sono certamente i motivi scatenanti di fenomeni squadristici come quello che ho descritto e dei molti altri che si verificano ovunque in Italia, ultimo il tentativo di devastare gli studi RAI di via Teulada, dalla cui redazione erano stati raccolti e trasmessi i particolari illuminanti degli eventi di Piazza Navona.
Ma sbaglierebbe grossolanamente chi attribuisse a questi fatti la valenza di episodi sporadici, attribuibili alle iniziative di pochi esaltati. Nella realtà essi hanno origine nell'anima profonda di una borghesia imprenditoriale e burocratica che ha nel suo dna l'istanza di coltivare i privilegi, reali o presunti, che le derivano da un sistema senza regole, da un territorio governato da una rete clientelare egemonizzata dalla delinquenza organizzata, da una classe politica incolta e velleitaria, eticamente inesistente.
È in questo quadro che vanno analizzati i conati di fascismo che si manifestano in ogni angolo del nostro Paese: è nell'istanza mai sopita di risolvere ogni problema, politico, economico e sociale, mortificando le esigenze dei lavoratori e delle piccole attività produttive ed esaltando gli egoismi di quei pochi che detengono le leve del potere economico e decisionale.
In questi giorni è tornato alla ribalta dei mezzi di comunicazione di massa la figura del famigerato Licio Gelli, e non è un caso.
Chi conosce il programma della sua setta massonica "Programma 2" sa bene da dove hanno origine molte delle iniziative di governo di Berlusconi. Intanto, il carattere peculiare del suo modo di intendere la funzione monocratica di primo ministro: come Mussolini, la sua preoccupazione preliminare è stata quella di circondarsi, non di collaboratori che lo aiutassero a governare, ma di servi che ripetessero acriticamente e ossessivamente le sue parole d'ordine. Così come i quadrunviri del fascismo degli anni Venti, i Cicchetto, i Capezzone, i Bonaiuti e gli Schifani ricoprono con cariche più o meno istituzionali le miserie delle loro logore palandrane da lacchè, mentre il loro mentore persegue un programma ben preciso, tutt'altro che estemporaneo, tracciato proprio dalla P2 di Licio Gelli.
Proviamo a sintetizzarne i punti più importanti.
Intanto il disegno di ricondurre al potere politico (monocratico) tutti i poteri che nella Costituzione repubblicana sono designati come "poteri separati". Il Legislativo, con il parlamento, è, infatti,  ridotto a mera cassa di risonanza dei diktat del Capo e di una maggioranza bulgara chiamata a legiferare quotidianamente soprattutto per non rendere perseguibili i suoi membri dai rigori della legge. Il lodo Alfano che affranca, per tutta la durata del loro mandato, le quattro più alte cariche dello Stato dalle conseguenze di reati commessi anche prima dell'assunzione della carica, e il lodo Consolo, che giunge ad ipotizzare un tribunale speciale per i reati commessi dai ministri in carica, sono mirabili esemplificazioni del regime che si intende istaurare.  L'Esecutivo (il governo), è nelle mani di squallidi personaggi che lo indirizzano verso gli obiettivi stabiliti dal Capo, finalizzati alla progressiva riduzione dei diritti civili e del diritto al dissenso. Il Giudiziario,  con la moltiplicazione nel CSM dei membri nominati dal parlamento a scapito dei giudici togati, riconduce all'arbitrio dell'esecutivo l'intero assetto del sistema penale e civile italiano. Particolarmente pericoloso il progetto di rendere elettivo il ruolo del Pubblico Ministero e di abolire l'obbligatorietà dell'azione penale, con la conseguenza che sarebbe il governo e non più il magistrato a decidere quali reati perseguire e quali no. 
Tutto questo è previsto nel programma gelliano, questo e molto d'altro. Per esempio le operazioni in corso per mettere il bavaglio a quel poco di stampa indipendente che ancora resiste e le manovre attuate, d'intesa con la Confindustria, per svuotare il ruolo del sindacato, costringendolo all'angolo angusto del "così o niente". Esemplare in questo senso è la contrattazione della CAI nella vertenza con i dipendenti dell'Alitalia.
Bene, compagni, il panorama che emerge da quel che abbiamo tentato di descrivere, con il corollario inevitabile di violenze, anche di stampo razzista, che si moltiplicano un po' dovunque, è il panorama di un regime neofascista che tenta di instaurarsi nella comunità nazionale.
È il pericolo principale che caratterizza la nostra contemporaneità, e sarebbe irresponsabile sottovalutarlo.
Disporsi a difesa dell'esistente non serve. Occorre, soprattutto per noi anarchici, un approfondimento delle ragioni attuali della nostra presenza, in un contesto tanto degradato e denso di pericolose derive. A tale approfondimento non possiamo sottrarci, pena la disgregazione del nostro tessuto militante e, ancora peggio, del nostro esistere come testimonianza delle ineludibili istanze di libertà, di eguaglianza e di solidarietà dell'uomo.  

Antonio Cardella

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