Era la notte tra il cinque e il sei dicembre 2005, una fredda notte
di un inverno che si annunciava gelido. Il sonno venne rotto da
migliaia di telefonate ed sms che avvertivano che il presidio di Venaus
era stato attaccato dalla polizia. In pochi minuti, tra le migliaia di
attivisti No Tav, circolò la notizia che poche ore dopo sarebbe
rimbalzata sui maggiori organi di informazione: la gente pestata a
sangue, le tende e la baracca della pro loco demolita, un anziano in
gravi condizioni.
La lunga resistenza dei No Tav culminata nella settimana di barricate a
Venaus arrivava ad una drammatica svolta: il governo aveva deciso
l'azione di forza per sgomberare chi, nella neve, circondava l'area
dell'ex cantiere Sitaf ed occupava i terreni destinati ad esproprio per
la costruzione del tunnel geognostico di 10 km. Il tunnel, propedeutico
allo scavo delle due canne della galleria di 52 km, cuore della nuova
linea ad Alta Velocità tra Torino e Lyon, era un atto di guerra
ad una popolazione che da oltre 15 anni si batteva contro un'opera
inutile, costosissima, devastante per l'ambiente e il territorio.
Quella notte dormirono in pochi: allacciati gli scarponi si misero in
mezzo a strade e autostrade, bloccarono treni, scioperarono dal lavoro,
affrontando la polizia che si muoveva come truppa di occupazione lungo
tutta la bassa Val Susa.
Due giorni dopo una grande marcia popolare partì da Susa alla
volta di Venaus: la polizia distribuì un po' di manganellate al
bivio dei Passeggeri, da dove si dipana la provinciale che porta al
paesino della Val Cenischia, ma nessuno si fermò. Lungo i
sentieri impervi e ghiacciati, dopo aver superato il blocco, si
aggirò la polizia e si scese al cantiere. La rete arancio venne
giù, la polizia sparò lacrimogeni che il vento disperse,
poi, con la coda tra le gambe andarono via.
Non sono più tornati.
La parola tornò alla politica, la prosecuzione, con mezzi più subdoli, della guerra.
Erano in gioco interessi enormi: da lì a poco sarebbe partito il
baraccone olimpico e gli sponsor non pagano uno spettacolo con
barricate e blocchi. Nonostante la ritirata delle truppe dello Stato la
gente era ben decisa a continuare la resistenza, a bloccare ancora le
strade, a fermare le olimpiadi. La retorica della valle dove cittadini
ed amministratori agivano insieme e di concerto ha finito con il
mettere la sordina al fatto che i sindaci non guidarono la protesta ma
ne furono trascinati. Il presidente della Comunità Montana Bassa
Val Susa, Ferrentino si oppose sino all'ultimo alla ripresa di Venaus,
cercando senza successo di imporre un profilo decisamente più
basso. Migliaia e migliaia di persone in quei giorni appresero il gusto
di decidere in prima persona, di praticare la politica dal basso,
elidendo le mediazioni istituzionali. Tutto ciò faceva paura,
perché incrinava la legittimità stessa delle istituzioni.
Di tutte le istituzioni. Così la via d'uscita fornita dal
governo Berlusconi venne accolta al volo dagli amministratori valsusini.
Il tavolo sul Tav nacque il giorno dopo la ripresa di Venaus: gli
amministratori furono chiamati a Roma per aprire la trattativa.
L'Osservatorio tecnico venne affidato alla direzione di Mario Virano,
già uomo Sitaf, un esperto di pubbliche relazioni, la persona
adatta al tempo della vaselina, spalmata a piene mani per ammorbidire
una resistenza popolare diffusa.
Poi cambiò il governo e l'idillio tra gli amministratori della
Bassa Val Susa e Virano divenne sempre più stretto. Metro dopo
metro aravano il terreno per il Tav.
Sono stati anni difficili. Nel movimento ha prevalso a lungo
l'incertezza: i sindaci sostenevano che la trattativa serviva a
prendere tempo, che il Tav non si sarebbe fatto mai. Il governo ed il
suo nuovo ministro alle infrastrutture, Antonio Di Pietro, erano in
genere meno accomodanti e alternavano le blandizie alle minacce. A
lungo è prevalsa la paura di perdere la "terza gamba" del
treppiede che costituisce l'insieme del movimento. Molti temevano che
le prime due gambe, la popolazione e i comitati, non avrebbero retto se
fosse venuta meno l'intesa con gli amministratori locali, eletti con
programmi inequivocabilmente No Tav. Nonostante fosse chiaro a tutti
che il mantenere in piedi il tavolo di trattativa avrebbe legittimato
la Torino Lyon, tuttavia il processo di emancipazione dalla tutela
istituzionale non si è mai compiuto del tutto. Eppure, quaderno
dopo quaderno, l'Osservatorio costruiva un percorso che ha consentito
al governo Prodi di chiedere ed ottenere un grosso finanziamento
dall'Unione Europea. Ben 667 milioni di euro sono stati destinati alla
tratta transfrontaliera della Torino Lyon. La raccolta di 32.000 firme
contro il Tav "senza se e senza ma" è stata una risposta debole
alla presentazione della richiesta di finanziamento all'Unione Europea
presentata nell'estate del 2007.
Non sono tuttavia mancati i segnali in controtendenza: dalla marcia
promossa dalla componente libertaria del movimento a Chiomonte il 20
luglio 2007 sino al corteo di quest'estate a S. Antonino che ha visto
migliaia di No Tav ancora in piazza.
Il 17 giugno di quest'anno i tecnici della Comunità montana
Bassa Val Susa hanno presentato le loro "suggestioni" sul futuro della
Val Susa attraversata dal Tav, chiamando la nuova linea "F.A.R.E." –
Ferrovie Alpine Ragionevoli ed Efficienti. In altre parole è
caduta qualsiasi opposizione all'opera nel suo complesso, sono state
accantonate le ragioni del movimento che la considera inutile, dannosa,
un costo insostenibile per la comunità.
Il movimento, anche nelle sue componenti più moderate, deve
prendere atto che la "terza gamba" è andata persa. Forse, a ben
guardare, non c'è mai stata sino in fondo. Chi ha vissuto questo
movimento nelle sue fasi cruciali sa che troppe volte, ai tempi della
valle unita tra sindaci e popolazione, i No Tav hanno spinto in piazza
a calci nel sedere i loro amministratori. Nel 2005 è avvenuto
più di una volta. Di questi tempi, nelle assemblee e nei
coordinamenti No Tav, sono stati in molti a ricordarlo, consapevoli che
il futuro di questo movimento, il futuro di tanti di noi, è
nelle nostre mani. Senza deleghe, senza tutele, senza padrini.
L'Osservatorio Virano ha concluso i lavori il 29 giugno, avviando il
percorso finale di decisione sui tracciati. Il tempo stringe,
perché il finanziamento UE dipende da fattori quali la
presentazione dei progetti e il consenso della popolazione.
All'inizio di novembre Berlusconi ha annunciato il ricorso alla forza contro chi cercherà di bloccare i lavori.
In tanti hanno cominciato ad oliare gli scarponi. È finito il tempo delle chiacchiere.
Il movimento torna in strada il 6 dicembre bel saldo sulle sue due gambe.
La scommessa, forte, è di essere in tanti a ribadire che il Tav
non passerà. Né con le buone né con le cattive.
Re. Em