Tra i segnali positivi di queste ultime settimane vi è senza
dubbio il moltiplicarsi di iniziative intorno alla manifestazione
nazionale del 22 novembre a Roma contro la violenza sulle donne,
autorganizzata dalla rete delle Sommosse (vedi http://flat.noblogs.org)
per ribadire che la violenza maschile nasce in famiglia, all'interno
delle mura domestiche, e non è un problema di ordine pubblico,
ma di ordine culturale e politico.
Già un anno fa, il 24 novembre 2007, oltre 150.000 donne –
operaie, precarie, disoccupate, casalinghe, studentesse – invadevano
Roma «per dire NO alla VIOLENZA MASCHILE e ai tentativi di
strumentalizzare la violenza sulle donne per legittimare politiche
securitarie e repressive». Proprio l'organizzazione orizzontale e
dal basso di quella mobilitazione faceva emergere come elemento
irrinunciabile delle pratiche femministe il carattere antistituzionale,
autorganizzato, libertario e separatista. Di là dalla cacciata
dal corteo di deputate e ministre, la forza ideale di questa
manifestazione è stata quella di aver coniugato il tema della
violenza a tutto campo (nella famiglia, nel lavoro, nelle politiche
securitarie e xenofobe) proponendo uno sguardo complessivo e non
settoriale e mistificante.
Sono le questioni affrontate successivamente nella due giorni tenutasi
a Roma il 23 e 24 febbraio 2008: oltre 400 femministe e lesbiche da
tutt'Italia si incontrano affrontando in otto tavoli di discussione le
strategie di resistenza contro lo stato patriarcale e le forme di lotta
per trasformare il mondo autoritario in cui viviamo. Nel documento
finale quell'assemblea esprimeva un NO forte e chiaro alle continue
strumentalizzazioni da parte dei sindacati istituzionali e di partiti
che sostengono politiche familiste e di controllo sui corpi delle donne.
Ed è in questo percorso che si situa la manifestazione del 22
novembre: non si tratta solo di denunciare la violenza maschile, spesso
consumata tra le pareti domestiche, ma di mettere in questione
l'ideologia del familismo, la deriva autoritaria sessista e razzista,
l'attacco alle donne sul posto di lavoro, le discriminazioni
strutturali che ne minano l'indipendenza economica, le leggi
criminalizzanti contro le prostitute, la cultura dell'odio e
dell'intolleranza xenofoba. Oggi lo Stato ha bisogno del doppio lavoro
delle donne: sul posto di lavoro e in famiglia, come fattore di tenuta
interna di una società che sta andando in pezzi. Stato e Chiesa
vorrebbero fare della famiglia un ammortizzatore non solo della crisi
economica, ma anche della crisi di "senso" di un mondo che si scopre
fragile, brutale, degradato, a rischio. La crescente violenza maschile
sulle donne non è dunque solo un dato di cronaca: essa deriva
dalla volontà di far accettare alle donne un ruolo predefinito,
di funzionalizzarle al sistema, di ingabbiarle entro un rinnovato
blocco sociale reazionario, con lo scopo di filtrare, controllare,
eliminare i conflitti.
Di fatto, le recenti direttive europee e nazionali sulla famiglia
costituiscono un attacco violento contro l'autodeterminazione delle
donne. A ciò occorre rispondere con forza, unite, solidali, in
un fronte comune a partire dalle specifiche situazioni: scuola,
fabbrica, università, casa, ufficio. E, in tal senso, è
necessario esprimere la nostra solidarietà a tutte le donne che
oggi stanno subendo attacchi padronali – dall'Alitalia all'Ilva di
Taranto e alla Perla di Bologna – per creare momenti di lotta comuni,
sia nelle piazze, sia con campagne di opinione e di boicottaggio.
Per tutte queste ragioni la manifestazione del 22 novembre è un
passaggio cruciale. Non solo «Non pagheremo noi la vostra
crisi!», ma non ci piegheremo ai vostri progetti perché
«Siamo tutte cittadine del mondo» e metteremo «Sabbia
e non olio nel motore del capitalismo».
Cassandre felsinee