Umanità Nova, n.38 del 23 novembre 2008, anno 88

Tra cooptazione e protesta


Le mobilitazioni contro lo smantellamento del sistema di istruzione superiore e universitario hanno portato alla luce angoli visuali nascosti ai più. Questo, al di là degli eventuali risultati tangibili e delle contraddizioni mostrate dalle proteste, è sicuramente un dato di merito che si aggiunge ad un'altra valutazione positiva, basilare: la volontà di opporsi, il rifiuto di piegare la testa.
Ora, è risaputo che gli atenei sono "popolati" di dottorandi e ricercatori, figure di precari che spesso con il proprio lavoro permettono il funzionamento di tutta la macchina universitaria.
Nelle università di Napoli dottorandi e ricercatori hanno dato vita a una rete il cui obiettivo è di far ritirare i provvedimenti voluti da Tremonti, Brunetta e Gelmini con il decreto 112, trasformatosi nelle legge 133 il 6 agosto scorso. L'ultimo passo, questo, di un processo di smantellamento del sistema pubblico che i governi di centrodestra e di centrosinistra hanno portato avanti senza sosta negli ultimi quindici anni. "Riforme" su "riforme" volte a ridisegnare i rapporti tra capitale e lavoro, tagliando salari e spese sociali, diffondendo ovunque precarietà.
Un processo che ha investito anche la scuola e l'università, posti-chiave da "occupare" per educare le future élites e abituare al lavoro gli sfruttati di domani. In questo senso vanno inquadrate le trasformazioni del sistema dell'istruzione a partire dalla riforma Berlinguer via via fino all'introduzione dei crediti formativi e del "3+2" e al proliferare di università private e convenzioni che hanno reso gli atenei degli "esamifici".
Per sopperire alle nuove esigenze didattiche – dovute alla moltiplicazioni dei corsi e dei curricula – è utilizzato il lavoro precario di dottorandi e ricercatori: il precario della ricerca vive così una situazione ambigua: ben di rado fa veramente ricerca; il suo lavoro – poco o per nulla pagato – è quello di esaminare studenti, correggere tesi, colmare le mancanze della didattica, correggere bozze, fare fotocopie, svolgere lavoro di segreteria ecc.
È però allo stesso tempo un elemento in attesa di cooptazione, che aspira a entrare in una corporazione di privilegiati e per ottenere ciò è disposto a tutto. Questo è il punto centrale che, a mio parere, dottorandi e ricercatori "in lotta" non vogliono cogliere: l'ambiguità c'è ed è forte e investe la sfera dell'etica: il precario della ricerca in molti casi sacrifica una dimensione collettiva, di condivisione delle proprie "disgrazie" con i colleghi, per seguire pedissequamente il proprio professore (spesso barone) e portargli le borse nel migliore dei modi.
La situazione di disagio c'è ed è forte, ma – a parte lodevoli eccezioni- c'è anche un certo vittimismo combinato ad un individualismo sfrenato: gomiti larghi e gomitate … fino alla cattedra!
Bisognerà dunque disfarsi di tali comportamenti se si vuole condurre una lotta incisiva e far sì che essa non sia un fuoco di paglia.
Una battaglia, questa, sempre più necessaria: l'università italiana ha il minor numero di dottori di ricerca e ricercatori in Europa ed è bene ricordare che se il Paese spende meno dell'1% in ricerca ne spende più del 2% in armamenti. Con i provvedimenti del governo lo smantellamento dell'università raggiunge un punto di non ritorno. Non c'è più bisogno di imporre crediti e innovazioni didattiche, dal momento che gli atenei si vedranno costretti a cercare finanziamenti dalle aziende. La legge 133 infatti, come è orami risaputo, impone il blocco delle assunzioni, il taglio ai fondi di finanziamento ordinario (con immaginabili conseguenze, tra le quali l'aumento delle rette), la possibilità di trasformare le università in fondazioni di diritto privato.
È ovvio che a fronte di tutto ciò non è possibile nessuna concertazione: da vent'anni le peggiori trasformazioni del mercato del lavoro e dell'istruzione sono state portate avanti con il palese appoggio dei sindacati confederali, delle associazioni studentesche, di quelle dei dottorandi.
Rivendicando il fatto che l'università italiana si regge sul lavoro di sessantamila precari - oltre la metà di tutti gli addetti alla didattica e alla ricerca - la rete dei dottorandi e ricercatori di Napoli si propone di aprire una discussione con tutti i precari per contrastare l'asservimento del pubblico agli interessi del privato e di Confindustria, per bloccare le "riforme" e per mettere in discussione la gestione finanziaria degli atenei e le politiche di cooptazione. Al di là della complessità del quadro e delle contraddizioni di cui si è detto, un tentativo meritevole e necessario.

Per info:
http://rete-dottorandi-ricercatori.noblogs.org

Antonio Senta


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