Le mobilitazioni contro lo smantellamento del sistema di istruzione
superiore e universitario hanno portato alla luce angoli visuali
nascosti ai più. Questo, al di là degli eventuali
risultati tangibili e delle contraddizioni mostrate dalle proteste,
è sicuramente un dato di merito che si aggiunge ad un'altra
valutazione positiva, basilare: la volontà di opporsi, il
rifiuto di piegare la testa.
Ora, è risaputo che gli atenei sono "popolati" di dottorandi e
ricercatori, figure di precari che spesso con il proprio lavoro
permettono il funzionamento di tutta la macchina universitaria.
Nelle università di Napoli dottorandi e ricercatori hanno dato
vita a una rete il cui obiettivo è di far ritirare i
provvedimenti voluti da Tremonti, Brunetta e Gelmini con il decreto
112, trasformatosi nelle legge 133 il 6 agosto scorso. L'ultimo passo,
questo, di un processo di smantellamento del sistema pubblico che i
governi di centrodestra e di centrosinistra hanno portato avanti senza
sosta negli ultimi quindici anni. "Riforme" su "riforme" volte a
ridisegnare i rapporti tra capitale e lavoro, tagliando salari e spese
sociali, diffondendo ovunque precarietà.
Un processo che ha investito anche la scuola e l'università,
posti-chiave da "occupare" per educare le future élites e
abituare al lavoro gli sfruttati di domani. In questo senso vanno
inquadrate le trasformazioni del sistema dell'istruzione a partire
dalla riforma Berlinguer via via fino all'introduzione dei crediti
formativi e del "3+2" e al proliferare di università private e
convenzioni che hanno reso gli atenei degli "esamifici".
Per sopperire alle nuove esigenze didattiche – dovute alla
moltiplicazioni dei corsi e dei curricula – è utilizzato il
lavoro precario di dottorandi e ricercatori: il precario della ricerca
vive così una situazione ambigua: ben di rado fa veramente
ricerca; il suo lavoro – poco o per nulla pagato – è quello di
esaminare studenti, correggere tesi, colmare le mancanze della
didattica, correggere bozze, fare fotocopie, svolgere lavoro di
segreteria ecc.
È però allo stesso tempo un elemento in attesa di
cooptazione, che aspira a entrare in una corporazione di privilegiati e
per ottenere ciò è disposto a tutto. Questo è il
punto centrale che, a mio parere, dottorandi e ricercatori "in lotta"
non vogliono cogliere: l'ambiguità c'è ed è forte
e investe la sfera dell'etica: il precario della ricerca in molti casi
sacrifica una dimensione collettiva, di condivisione delle proprie
"disgrazie" con i colleghi, per seguire pedissequamente il proprio
professore (spesso barone) e portargli le borse nel migliore dei modi.
La situazione di disagio c'è ed è forte, ma – a parte
lodevoli eccezioni- c'è anche un certo vittimismo combinato ad
un individualismo sfrenato: gomiti larghi e gomitate … fino alla
cattedra!
Bisognerà dunque disfarsi di tali comportamenti se si vuole
condurre una lotta incisiva e far sì che essa non sia un fuoco
di paglia.
Una battaglia, questa, sempre più necessaria:
l'università italiana ha il minor numero di dottori di ricerca e
ricercatori in Europa ed è bene ricordare che se il Paese spende
meno dell'1% in ricerca ne spende più del 2% in armamenti. Con i
provvedimenti del governo lo smantellamento dell'università
raggiunge un punto di non ritorno. Non c'è più bisogno di
imporre crediti e innovazioni didattiche, dal momento che gli atenei si
vedranno costretti a cercare finanziamenti dalle aziende. La legge 133
infatti, come è orami risaputo, impone il blocco delle
assunzioni, il taglio ai fondi di finanziamento ordinario (con
immaginabili conseguenze, tra le quali l'aumento delle rette), la
possibilità di trasformare le università in fondazioni di
diritto privato.
È ovvio che a fronte di tutto ciò non è possibile
nessuna concertazione: da vent'anni le peggiori trasformazioni del
mercato del lavoro e dell'istruzione sono state portate avanti con il
palese appoggio dei sindacati confederali, delle associazioni
studentesche, di quelle dei dottorandi.
Rivendicando il fatto che l'università italiana si regge sul
lavoro di sessantamila precari - oltre la metà di tutti gli
addetti alla didattica e alla ricerca - la rete dei dottorandi e
ricercatori di Napoli si propone di aprire una discussione con tutti i
precari per contrastare l'asservimento del pubblico agli interessi del
privato e di Confindustria, per bloccare le "riforme" e per mettere in
discussione la gestione finanziaria degli atenei e le politiche di
cooptazione. Al di là della complessità del quadro e
delle contraddizioni di cui si è detto, un tentativo meritevole
e necessario.
Per info:
http://rete-dottorandi-ricercatori.noblogs.org
Antonio Senta