Il 22 novembre Luigi se ne è andato.
Il suo corpo è stato cremato al cimitero monumentale di Torino.
Ad accompagnarlo nell'ultimo viaggio diverse bandiere rossonere,
portate da compagni di tutte le età. Più che novantenne
(nato nel 1915) era da qualche anno ricoverato in una casa di cura.
Negli ultimi tempi aveva perso la lucidità.
Di famiglia contadina, originario dell'Acquese (basso Alessandrino),
era approdato all'anarchismo nel dopoguerra, diceva di aver sentito per
la prima volta nominare Bakunin, Kropotkin e il loro pensiero da un
soldato russo che si era unito alla sua banda partigiana (a riprova che
nemmeno sotto il tallone di Stalin le idee libertarie erano state
estirpate). A liberazione avvenuta si arruola in polizia per
congedarsene dopo breve tempo. Sua era la frase: "Anche un poliziotto
può diventare anarchico, ma un anarchico non può mai
trasformarsi in poliziotto".
Trova lavoro alle Ferriere FIAT, la fabbrica dove vi era un consistente
numero di anarchici durante il fascismo e la resistenza. Si avvicina al
nostro movimento divenendone un attivissimo propagandista. Sostenitore
acceso dell'anarcosindacalismo e della rinascita dell'USI, acerrimo
avversario della CGIL, si scontra in fabbrica con l'egemonia staliniana
(raccontava di essere scampato a una raffica di mitra sparatagli alle
spalle all'interno di un reparto) e nel movimento con gli anarchici
favorevoli all'entrismo nel sindacato ormai dominato dai comunisti, con
cui entrerà in annose polemiche.
Fa parte del gruppo "Bakunin", animato da Ilario Margarita,
partecipando nel 1961 al congresso di Rosignano Solvay in
qualità di delegato torinese. Il gruppo svolgerà
un'intensa attività in sostegno degli anarchici cubani
perseguitati dal regime di Castro. Successivamente, quando Ilario
assumerà una posizione accesamente anticomunista con venature
"filo-occidentali", le loro strade si separeranno.
Il 68 apre una nuova stagione della vita di Luigi, numerosi giovani si
avvicinano alle idee anarchiche e lui diventa un importante punto di
riferimento torinese. A differenza di altri vecchi compagni, anche se
con un glorioso passato ormai piegati dalle disillusioni e
dall'isolamento politico in cui erano stati relegati, Luigi ama stare
con i ragazzi (i masnà in piemontese), partecipa alle loro
iniziative, discute con loro giorno e notte, li riempie di giornali
opuscoli libri, li porta a mangiare a casa sua dove la sua compagna,
Adele, li colma di attenzioni e, quando sono senza quattrini, compra
loro le sigarette. Non è un teorico né un intellettuale,
solo un semplice operaio autodidatta dotato di una profonda conoscenza
delle idee e della storia dell'anarchismo, ma riesce lo stesso ad
insegnare nel senso più profondo del termine, trasmettendo dei
valori e una grande determinazione nella loro difesa. Ricordo che una
volta, dopo l'assassinio di Pinelli, io e un gruppetto di altri giovani
avevamo chiesto il permesso in questura per un volantinaggio con
l'esposizione di cartelli davanti la stazione di Porta Nuova, quando
venimmo a sapere che contemporaneamente in una piazzetta adiacente si
sarebbe tenuto un comizio dei neofascisti di Ordine Nuovo. Ci
ritrovammo a discutere se era il caso di fare ugualmente il
volantinaggio. Luigi era presente e ci disse senza mezzi termini: "Se
oggi non andiamo dove abbiamo preannunciato, possiamo andare a
nasconderci e non uscire mai più di casa". Colpiti da queste
parole, tenemmo la manifestazione che si svolse senza incidenti. Luigi
non era un uomo d'azione ma si sarebbe fatto ammazzare per difendere la
propria idea. Pur essendo in relazione con tutti gli anarchici
torinesi, resterà tutta la vita un outsider (o, meglio, un cane
sciolto) dedicandosi ad una propria attività editoriale
individuale svolta interamente a mano. Le ore libere dal lavoro e
quelle strappate al riposo le trascorreva al ciclostile da cui sfornava
migliaia di opuscoli che diffondeva personalmente per le strade di
Torino. In città tutti lo conoscevano e lo stimavano. Ogni
occasione era buona per propagandare le idee anarchiche, non solo con
la stampa ma soprattutto con la parola: se anche casualmente incontrava
qualcuno disposto al dialogo, persino nemici o avversari (fascisti e
comunisti) intavolava lunghe e vivaci discussioni sull'anarchia, sulle
infamie del capitalismo, dei regimi dittatoriali di destra e di
sinistra, della chiesa e del militarismo. Insieme ad Adele partecipava
ad ogni iniziativa, manifestazione, meeting congresso o convegno in cui
gli anarchici si ritrovavano, sempre carico dei suoi materiali di
propaganda.
La morte di Adele, avvenuta nei primi anni Novanta, chiude la fase
della sua esistenza militante, pur restando sempre anarchico sino alla
fine. Cede la sua biblioteca all'Anarkiviu "Tommaso Serra", smette di
diffondere i suoi opuscoletti, dedicandosi unicamente alla ritrovata
passione giovanile per il ballo. Fino all'inevitabile declino fisico.
Ciao Luigi.
Tobia
Se n'è andato un altro compagno, un altro amico.
E' mancato il 23 novembre, all'età di 57 anni, Enrico Adler di
Sanremo, insegnante di lettere, a seguito di una inesorabile malattia
che gli era stata diagnosticata in primavera.
Enrico, figlio di un famoso partigiano, si era avvicinato – come tanti
altri – al movimento anarchico sulla spinta del maggio francese e
dell'autunno caldo italiano. Aveva costituito con altri giovani
compagni sanremesi un locale gruppo anarchico e partecipato, nel 1971,
alla costituzione dell'Organizzazione Anarchica Ligure che rilevanza e
peso ebbe nelle vicende del movimento anarchico dei primi anni '70.
Militante conosciuto e stimato, Enrico ebbe nelle vicende convulse e
accese di quel periodo un ruolo non da primo attore ma sicuramente
insostituibile per l'equilibrio e la tranquillità con cui si
accostava a tutti i problemi. Esaurita quell'esperienza, Enrico
proseguì, per altre vie (alcune non condivisibili da chi
scrive), il suo impegno politico e sociale, mai in discussione, e anche
il suo approccio prettamente libertario.
Cito solo alcune delle sue molteplici attività:
consigliere comunale per i Verdi, dirigente dell'Arci Provinciale di
Imperia, ma anche sindacalista nella scuola (aveva aderito
all'Unicobas), fondatore di una comunità per il recupero di
ragazzi tossicodipendenti e di un ricovero per animali abbandonati.
Tutto questo esercitato con il massimo rigore ed impegno e la
caratteristica umanità che lo contraddistingueva in tutto il suo
essere. Esaurite queste scarne note, non posso che affidarmi ai ricordi
personali e lo faccio volentieri ma con grande tristezza e senso di
perdita.
Ci siamo persi di vista alla fine degli anni '70, non per grandi
divergenze politiche ma semplicemente per l'esaurimento di un percorso
comune. Per anni ho avuto sue notizie indirettamente e molto
saltuariamente. Ci siamo ritrovati all'inizio degli anni '90,
nell'occasione del tentativo di rilancio della storica sede anarchica
di Pegli, e l'ho trovato entusiasta e propositivo come sempre. Poi, di
nuovo, parecchi anni di distacco e di notizie indirette. L'ho risentito
e rivisto qualche anno fa e da allora siamo rimasti abbastanza in
contatto. Discutevamo, anche accanitamente, della prospettiva della
costituzione di una rete di gruppi d'autogestione che lui inquadrava in
un disegno strategico internazionale e di ampio respiro, mentre per me
non era niente di più che una ricetta pratica per sopperire con
la solidarietà a piccoli problemi di vita quotidiana. Avrebbe
dovuto venire a Genova a parlare del suo progetto, ne avevamo discusso
il natale scorso. Poi la cosa è slittata, come spesso avviene in
questi casi. Questa primavera mi ha telefonato dicendomi con estrema
tranquillità della sua inguaribile e devastante malattia,
rassicurandomi che i suoi progetti non si fermavano e che sarebbe
comunque venuto a Genova a parlarne. Non ce l'ha fatta.
Ciao Enrico
G.B.