L'11 novembre scorso qualcuno cosparge di benzina Andrea e gli dà fuoco.
Viene soccorso e trasferito presso il Centro Ustionati di Padova: è grave, ma fortunatamente se la caverà.
Cominciano a farsi supposizioni, a cercare gli autori o l'autore del
gesto: sembra però chiaro che si tratti di un gruppo.
Negli ultimi anni si sono verificate a Rimini diverse aggressioni di
matrice nazifascista, con molotov e altro materiale incendiario, alcune
riuscite, altre tentate, ai danni di centri sociali, sedi di partito,
militanti, automobili. In un caso, un attentato sventato all'ultimo
minuto, avrebbe dovuto provocare l'incendio di un centro sociale
occupato al cui interno si trovava a pernottare un uomo: si tratta di
militanti di Forza Nuova e di un vicino di casa del centro sociale, che
verranno poi processati.
Sono frequenti anche le aggressioni fisiche condotte secondo la
consueta modalità squadrista del "branco contro uno": a farne le
spese militanti della sinistra extraparlamentare, simpatizzanti,
ragazzi e ragazze presunti tali per l'abbigliamento o per simboli
indossati. Avvengono nei pub, nei locali notturni, alle fermate
d'autobus all'uscita da scuola.
Ce n'è abbastanza per supporre l'ennesima azione squadrista, o
del gesto di qualche comitiva di balordi destroidi a caccia di emozioni
prima di una notte nel "divertimentificio", ma non ci sono
rivendicazioni. La polizia tende ad escludere questa pista.
La città si mobilita, certo tiepidamente, come di consueto.
Veglie e presidi vengono organizzati. Andrea, la vittima, vive da anni
nei parchi cittadini, silenzioso e solitario è comunque
conosciuto da molti e riceve la solidarietà di centri sociali,
sindacati, associazioni religiose, gruppi e singoli cittadini. In rete,
sui blog e sulle liste di discussione, è un susseguirsi di
messaggi che rivelano sbigottimento e orrore.
L'amministrazione pubblica si affretta a correre ai ripari, "si
costerna, si indigna e si impegna" e attende i risultati delle
indagini: l'accoglienza turistica a Rimini è competenza diffusa,
anche se com'è ovvio ci si aspetta di accogliere altre tipologie
di visitatori. E nel caso di Andrea, non si può certo parlare di
un visitatore, ma di un cittadino. Si accende il dibattito fra i
partiti: perché ci sono persone che vivono sulle panchine?
Qualcuno azzarda la soluzione più diretta: servono più
posti nei centri di accoglienza, le persone senza tetto vanno condotte
lì. Altri ricordano che non esistono a Rimini centri di
accoglienza pubblici: il Comune destina annualmente finanziamenti alla
Caritas e ad altre associazioni religiose, delegando completamente a
costoro l'occuparsi dell'accoglienza di senza tetto, senza fissa
dimora, indigenti.
Che forse a qualcuno semplicemente piaccia vivere sotto le stelle,
scegliendo a proprio piacimento dove trascorrere ogni notte, e
soprattutto che questo dovrebbe essere un inalienabile diritto,
è un pensiero che sfiora pochi.
Poi la svolta. Dopo una decina di giorni dal fatto, vengono condotti in
questura in stato di fermo, e poi arrestati, quattro giovani, tutti
intorno ai venti anni. Si tratta di ragazzi incensurati: un operaio, un
elettricista, uno studente, un barista. Qualche frase lanciata qua e
là al bar che sono soliti frequentare in un quartiere periferico
di Rimini, i Padulli, probabilmente una voce che arriva agli
inquirenti, poi le intercettazioni telefoniche. Per diversi giorni i
ragazzi si scambiano divertite e compiaciute impressioni sul loro gesto
e sulle reazioni scatenate, non mancano anche raccapriccianti
descrizioni delle fasi più cruente del rogo. Increduli per il
clamore suscitato da un "barbone": qualcuno al di fuori dalla loro idea
di vita che meriti di definirsi tale, qualcuno che può anche
scomparire ed essere annientato al di fuori da qualsiasi idea di
diritto. Una non – vita, qualcosa che può essere colpito dal
proprio odio, dal proprio sadismo senza che ciò debba
interessare la società.
I media locali parlano di "bravi ragazzi", di "noia": un orrore nato
dalla quotidiana "normalità" di giovani vite di provincia, fra
le chiacchiere calcistiche e i familiari tavolini di un bar.
I giorni successivi all'arresto, passato lo sbigottimento, sono
dedicati alla rimozione. All'origine del gesto, forse un vecchio
diverbio, uno schiaffo di Andrea che avrebbe colpito uno dei quattro:
il responsabile principale, quello che con maggior accanimento in
diverse altre occasioni avrebbe molestato il senza tetto, con petardi,
insulti, aggressioni notturne. Gli amici dell'autore si defilano e
cominciano i distinguo: loro attendevano in auto. Lui, il quasi –
omicida, si giustifica e dice di aver gettato la benzina intorno alla
panchina e non sul corpo.
Nel frattempo, le famiglie chiedono un incontro con il vescovo, che li
riceve e si dice disponibile ad incontrare in futuro i quattro ragazzi.
Chissà se Andrea riceverà la stessa "difesa per la Vita"
e i suoi attentatori lo stesso trattamento che la chiesa utilizza nelle
sue crociate contro l'aborto.
Sulla diffusa presenza di un brodo culturale nato dalla dittatura del
consenso, dall'intorpidimento pacificatore delle coscienze, sulle
conseguenti derive che conducono a comportamenti e atteggiamenti
pseudo-fascisti e razzisti quando non a vero proprio nazifascismo, una
parte della città dibatte e si mobilita – certo non da
oggi – e continuerà a farlo.
Il timore tutt'altro che remoto è che in città sia forte
però la tentazione di archiviare il fatto come la folle serata
di quattro sadici giovani incoscienti cui la situazione è
sfuggita di mano: probabilmente, se lo avessero malmenato o preso a
sprangate nessuno se ne sarebbe occupato, e non è affatto
escluso che simili episodi si siano verificati in passato. La pressione
sociale più diffusa sembra orientata verso il bisogno di
rimozione di un orrore nato e cresciuto in un qualunque bar di un
qualunque quartiere. Qualcosa di troppo vicino, qualcosa che è
nato dentro di noi e fra noi: ancora una volta, la "banalità del
male".
Occorre interrogarsi sugli anticorpi: come contrastare il dilagare di
una cultura pregna del conformismo pacificato ed ebete di chi sviluppa
- dalla propria orgogliosa, pasciuta appartenenza al mondo degli
"aventi diritto" - la condizione patologica che può permettere
di giudicare e condannare senza appello i "non aventi diritto", i non –
uomini, le non – donne? I senza tetto, i migranti, chi non ha soldi, i
diversi. Ed insieme a loro, chi si ostina a difendere una idea opposta
dove nessuna e nessuno debba essere escluso.
Su un blog di un giornalista riminese, nel dibattito seguito al rogo di Andrea, è comparso un piccolo commento.
"... Spero che Andrea, quando si riprenderà, possa tornare a
vivere, se vorrà, alla panchina lungo la ciclabile. O in
qualunque angolo di mondo scelto da lui ", scriveva il 12 novembre sul
suo blog il giornalista, Marziani.
" Scusa Marziani quello che è successo a Rimini e molto brutto
ma anche quello che dici non è giusto: chi li mantiene questi
che non fanno niente? ", si trova scritto in un commento. Un altro
piccolo, squallido orrore. Ecco, direi che potremmo partire da qui.
Freddie Krueger