Umanità Nova, n.40 del 14 dicembre 2008, anno 88

Rimini, il rogo di Andrea. Quattro bravi, normali ragazzi


L'11 novembre scorso qualcuno cosparge di benzina Andrea e gli dà fuoco.
Viene soccorso e trasferito presso il Centro Ustionati di Padova: è grave, ma fortunatamente se la caverà.
Cominciano a farsi supposizioni, a cercare gli autori o l'autore del gesto: sembra però chiaro che si tratti di un gruppo.
Negli ultimi anni si sono verificate a Rimini diverse aggressioni di matrice nazifascista, con molotov e altro materiale incendiario, alcune riuscite, altre tentate, ai danni di centri sociali, sedi di partito, militanti, automobili. In un caso, un attentato sventato all'ultimo minuto, avrebbe dovuto provocare l'incendio di un centro sociale occupato al cui interno si trovava a pernottare un uomo: si tratta di militanti di Forza Nuova e di un vicino di casa del centro sociale, che verranno poi processati.
Sono frequenti anche le aggressioni fisiche condotte secondo la consueta modalità squadrista del "branco contro uno": a farne le spese militanti della sinistra extraparlamentare, simpatizzanti, ragazzi e ragazze presunti tali per l'abbigliamento o per simboli indossati. Avvengono nei pub, nei locali notturni, alle fermate d'autobus all'uscita da scuola.
Ce n'è abbastanza per supporre l'ennesima azione squadrista, o del gesto di qualche comitiva di balordi destroidi a caccia di emozioni prima di una notte nel "divertimentificio", ma non ci sono rivendicazioni. La polizia tende ad escludere questa pista.
La città si mobilita, certo tiepidamente, come di consueto. Veglie e presidi vengono organizzati. Andrea, la vittima, vive da anni nei parchi cittadini, silenzioso e solitario è comunque conosciuto da molti e riceve la solidarietà di centri sociali, sindacati, associazioni religiose, gruppi e singoli cittadini. In rete, sui blog e sulle liste di discussione, è un susseguirsi di messaggi che rivelano sbigottimento e orrore.
L'amministrazione pubblica si affretta a correre ai ripari, "si costerna, si indigna e si impegna" e attende i risultati delle indagini: l'accoglienza turistica a Rimini è competenza diffusa, anche se com'è ovvio ci si aspetta di accogliere altre tipologie di visitatori. E nel caso di Andrea, non si può certo parlare di un visitatore, ma di un cittadino. Si accende il dibattito fra i partiti: perché ci sono persone che vivono sulle panchine? Qualcuno azzarda la soluzione più diretta: servono più posti nei centri di accoglienza, le persone senza tetto vanno condotte lì. Altri ricordano che non esistono a Rimini centri di accoglienza pubblici: il Comune destina annualmente finanziamenti alla Caritas e ad altre associazioni religiose, delegando completamente a costoro l'occuparsi dell'accoglienza di senza tetto, senza fissa dimora, indigenti.
Che forse a qualcuno semplicemente piaccia vivere sotto le stelle, scegliendo a proprio piacimento dove trascorrere ogni notte, e soprattutto che questo dovrebbe essere un inalienabile diritto, è un pensiero che sfiora pochi.
Poi la svolta. Dopo una decina di giorni dal fatto, vengono condotti in questura in stato di fermo, e poi arrestati, quattro giovani, tutti intorno ai venti anni. Si tratta di ragazzi incensurati: un operaio, un elettricista, uno studente, un barista. Qualche frase lanciata qua e là al bar che sono soliti frequentare in un quartiere periferico di Rimini, i Padulli, probabilmente una voce che arriva agli inquirenti, poi le intercettazioni telefoniche. Per diversi giorni i ragazzi si scambiano divertite e compiaciute impressioni sul loro gesto e sulle reazioni scatenate, non mancano anche raccapriccianti descrizioni delle fasi più cruente del rogo. Increduli per il clamore suscitato da un "barbone": qualcuno al di fuori dalla loro idea di vita che meriti di definirsi tale, qualcuno che può anche scomparire ed essere annientato al di fuori da qualsiasi idea di diritto. Una non – vita, qualcosa che può essere colpito dal proprio odio, dal proprio sadismo senza che ciò debba interessare la società.
I media locali parlano di "bravi ragazzi", di "noia": un orrore nato dalla quotidiana "normalità" di giovani vite di provincia, fra le chiacchiere calcistiche e i familiari tavolini di un bar.
I giorni successivi all'arresto, passato lo sbigottimento, sono dedicati alla rimozione. All'origine del gesto, forse un vecchio diverbio, uno schiaffo di Andrea che avrebbe colpito uno dei quattro: il responsabile principale, quello che con maggior accanimento in diverse altre occasioni avrebbe molestato il senza tetto, con petardi, insulti, aggressioni notturne. Gli amici dell'autore si defilano e cominciano i distinguo: loro attendevano in auto. Lui, il quasi – omicida, si giustifica e dice di aver gettato la benzina intorno alla panchina e non sul corpo.
Nel frattempo, le famiglie chiedono un incontro con il vescovo, che li riceve e si dice disponibile ad incontrare in futuro i quattro ragazzi. Chissà se Andrea riceverà la stessa "difesa per la Vita" e i suoi attentatori lo stesso trattamento che la chiesa utilizza nelle sue crociate contro l'aborto.
Sulla diffusa presenza di un brodo culturale nato dalla dittatura del consenso, dall'intorpidimento pacificatore delle coscienze, sulle conseguenti derive che conducono a comportamenti e atteggiamenti pseudo-fascisti e razzisti quando non a vero proprio nazifascismo, una parte della città dibatte e si mobilita  – certo non da oggi – e continuerà a farlo.
Il timore tutt'altro che remoto è che in città sia forte però la tentazione di archiviare il fatto come la folle serata di quattro sadici giovani incoscienti cui la situazione è sfuggita di mano: probabilmente, se lo avessero malmenato o preso a sprangate nessuno se ne sarebbe occupato, e non è affatto escluso che simili episodi si siano verificati in passato. La pressione sociale più diffusa sembra orientata verso il bisogno di rimozione di un orrore nato e cresciuto in un qualunque bar di un qualunque quartiere. Qualcosa di troppo vicino, qualcosa che è nato dentro di noi e fra noi: ancora una volta, la "banalità del male".
Occorre interrogarsi sugli anticorpi: come contrastare il dilagare di una cultura pregna del conformismo pacificato ed ebete di chi sviluppa - dalla propria orgogliosa, pasciuta appartenenza al mondo degli "aventi diritto" - la condizione patologica che può permettere di giudicare e condannare senza appello i "non aventi diritto", i non – uomini, le non – donne? I senza tetto, i migranti, chi non ha soldi, i diversi. Ed insieme a loro, chi si ostina a difendere una idea opposta dove nessuna e nessuno debba essere escluso.
Su un blog di un giornalista riminese, nel dibattito seguito al rogo di Andrea, è comparso un piccolo commento.
"... Spero che Andrea, quando si riprenderà, possa tornare a vivere, se vorrà, alla panchina lungo la ciclabile. O in qualunque angolo di mondo scelto da lui ", scriveva il 12 novembre sul suo blog il giornalista, Marziani.
" Scusa Marziani quello che è successo a Rimini e molto brutto ma anche quello che dici non è giusto: chi li mantiene questi che non fanno niente? ", si trova scritto in un commento. Un altro piccolo, squallido orrore. Ecco, direi che potremmo partire da qui.

Freddie Krueger

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