Umanità Nova, n.1 dell'11 gennaio 2009, anno 89

Rivolta greca


Dopo l'uccisione ad Atene del quindicenne  Alexandros Andreas Grioropoulos del 6 dicembre, la rivolta si è estesa per un paio di settimane su tutto il territorio greco. E ancora a oggi la brace cova sotto le ceneri. Lo sparo della polizia è stata una scintilla che ha incendiato gli animi di studenti, operai, precari, migranti, disoccupati greci, uomini e donne che hanno dato il via ad una mobilitazione estesa. Il movimento anarchico, nelle sue varie componenti, ha dato il proprio contributo alle mobilitazioni, rispondendo prontamente e scendendo in piazza con determinazione.
I manifestanti hanno urlato la propria rabbia per l'efferato omicidio e la profonda insoddisfazione per l'operato di un stato corrotto e autoritario che, non diversamente dagli altri governi europei, da anni attacca lavoratori e studenti, togliendo diritti, tagliando salari, militarizzando la vita sociale; in ultimo la paventata riforma universitaria che - in linea anch'essa con le direttive europee – intendeva  cominciare a smantellare il pubblico in favore del privato. Un clima sociale teso, scaldatosi ancor di più con i primi effetti della crisi economica e reso incandescente da un assassinio in piena regola: un colpo al petto in seguito ad uno scambio verbale.
Nei giorni successivi si sono succedute le manifestazioni: ad Atene, Patrasso, Salonicco ma  anche a Volos, Joannina, Creta e in moltissimi altri centri, centinaia di migliaia di persone sono scese in strada. Si sono succeduti scontri con la polizia, sono stati assaltati ministeri, decine di commissariati, banche, bruciate macchine ed erette barricate. Le molotov hanno risposto ai gas lacrimogeni e le facoltà occupate sono diventate uno dei luoghi nevralgici della rivolta. Il 9 dicembre migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di Alexis e il giorno dopo lo sciopero generale, indetto da tempo, si è trasformato in un atto di accusa chiaro alle politiche del governo e alle pratiche criminali della polizia. Manifestazioni e scontri sono avvenuti anche davanti alle galere, in particolare ad Atene, dove sono numerosi i prigionieri politici e dove nel corso degli ultimi anni frequenti sono state  le mobilitazioni e le sommosse, dentro e fuori. Nel frattempo le istituzioni hanno provato a sostenere come per la morte di Carlo Giuliani a Genova nel 2001, che il colpo sarebbe stato deviato, rimbalzando sul solito cartello (o calcinaccio) e gli uomini di potere hanno messo in campo tutte le loro usuali tecniche: repressione generalizzata, uso di armi da fuoco,  infiltrati e manovalanza fascista. Non abbastanza evidentemente per fermare le proteste che hanno continuato a vedere  persone di ogni età prendere parte alla rivolta. Per il 20 dicembre l'assemblea del Politecnico di Atene ha chiamato alla solidarietà internazionale, proponendo una giornata di mobilitazione contro gli omicidi di stato a cui è stata data risposta da mezzo mondo: dai paesi europei agli Stati Uniti, da tutte le principali città turche, da San Paolo a Toronto, migliaia di manifestanti sono scesi in strada così come avevano già fatto in parte sin dal giorno dell'uccisione di Alexis.
Numerose  le iniziative solidali anche in Italia, il 20 dicembre come nei giorni precedenti: presidi, volantinaggi e azioni di vario tipo si sono svolte in molte città italiane.
Dopo due settimane di scontro aperto in strada, al di là delle semplificazioni mediatiche, è parso chiaro che, se a trovarsi in prima fila sono stati spesso gli studenti, protagonisti della rivolta sono stati anche lavoratori e disoccupati, migranti e precari uniti nel reagire alla brutalità poliziesca. E in questo contesto è parsa significativa, considerato anche il recente passato del regime dei colonnelli, la presa di parola di centinaia di soldati  greci che si sono rifiutati apertamente di diventare il braccio armato della reazione e hanno sottolineato la propria vicinanza ai manifestanti.  Nello scorso numero del giornale (14 dicembre) ipotizzavamo una svolta per il paese, seppur interna agli assetti istituzionali: ad oggi non si ha conferma di questo, ma è certo che le istituzioni greche affacciandosi alla finestra non possono avere ignorato le fiamme. Dall'altra parte   ci si augurerebbe invece che questo sia il primo passaggio nel cammino per una radicale trasformazione sociale.
Circa duecento persone arrestate e una fisiologica stanchezza hanno, per ora, fatto calare il sipario sulla rivolta greca, mentre negli ultimi comunicati e nella blogosfera riecheggiava l'agrodolce augurio Merry Crisis and Happy New Fear, buona crisi e felice paura nuova.

T&Z


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