Dopo l'uccisione ad Atene del quindicenne Alexandros Andreas
Grioropoulos del 6 dicembre, la rivolta si è estesa per un paio
di settimane su tutto il territorio greco. E ancora a oggi la brace
cova sotto le ceneri. Lo sparo della polizia è stata una
scintilla che ha incendiato gli animi di studenti, operai, precari,
migranti, disoccupati greci, uomini e donne che hanno dato il via ad
una mobilitazione estesa. Il movimento anarchico, nelle sue varie
componenti, ha dato il proprio contributo alle mobilitazioni,
rispondendo prontamente e scendendo in piazza con determinazione.
I manifestanti hanno urlato la propria rabbia per l'efferato omicidio e
la profonda insoddisfazione per l'operato di un stato corrotto e
autoritario che, non diversamente dagli altri governi europei, da anni
attacca lavoratori e studenti, togliendo diritti, tagliando salari,
militarizzando la vita sociale; in ultimo la paventata riforma
universitaria che - in linea anch'essa con le direttive europee –
intendeva cominciare a smantellare il pubblico in favore del
privato. Un clima sociale teso, scaldatosi ancor di più con i
primi effetti della crisi economica e reso incandescente da un
assassinio in piena regola: un colpo al petto in seguito ad uno scambio
verbale.
Nei giorni successivi si sono succedute le manifestazioni: ad Atene,
Patrasso, Salonicco ma anche a Volos, Joannina, Creta e in
moltissimi altri centri, centinaia di migliaia di persone sono scese in
strada. Si sono succeduti scontri con la polizia, sono stati assaltati
ministeri, decine di commissariati, banche, bruciate macchine ed erette
barricate. Le molotov hanno risposto ai gas lacrimogeni e le
facoltà occupate sono diventate uno dei luoghi nevralgici della
rivolta. Il 9 dicembre migliaia di persone hanno partecipato ai
funerali di Alexis e il giorno dopo lo sciopero generale, indetto da
tempo, si è trasformato in un atto di accusa chiaro alle
politiche del governo e alle pratiche criminali della polizia.
Manifestazioni e scontri sono avvenuti anche davanti alle galere, in
particolare ad Atene, dove sono numerosi i prigionieri politici e dove
nel corso degli ultimi anni frequenti sono state le mobilitazioni
e le sommosse, dentro e fuori. Nel frattempo le istituzioni hanno
provato a sostenere come per la morte di Carlo Giuliani a Genova nel
2001, che il colpo sarebbe stato deviato, rimbalzando sul solito
cartello (o calcinaccio) e gli uomini di potere hanno messo in campo
tutte le loro usuali tecniche: repressione generalizzata, uso di armi
da fuoco, infiltrati e manovalanza fascista. Non abbastanza
evidentemente per fermare le proteste che hanno continuato a
vedere persone di ogni età prendere parte alla rivolta.
Per il 20 dicembre l'assemblea del Politecnico di Atene ha chiamato
alla solidarietà internazionale, proponendo una giornata di
mobilitazione contro gli omicidi di stato a cui è stata data
risposta da mezzo mondo: dai paesi europei agli Stati Uniti, da tutte
le principali città turche, da San Paolo a Toronto, migliaia di
manifestanti sono scesi in strada così come avevano già
fatto in parte sin dal giorno dell'uccisione di Alexis.
Numerose le iniziative solidali anche in Italia, il 20 dicembre
come nei giorni precedenti: presidi, volantinaggi e azioni di vario
tipo si sono svolte in molte città italiane.
Dopo due settimane di scontro aperto in strada, al di là delle
semplificazioni mediatiche, è parso chiaro che, se a trovarsi in
prima fila sono stati spesso gli studenti, protagonisti della rivolta
sono stati anche lavoratori e disoccupati, migranti e precari uniti nel
reagire alla brutalità poliziesca. E in questo contesto è
parsa significativa, considerato anche il recente passato del regime
dei colonnelli, la presa di parola di centinaia di soldati greci
che si sono rifiutati apertamente di diventare il braccio armato della
reazione e hanno sottolineato la propria vicinanza ai
manifestanti. Nello scorso numero del giornale (14 dicembre)
ipotizzavamo una svolta per il paese, seppur interna agli assetti
istituzionali: ad oggi non si ha conferma di questo, ma è certo
che le istituzioni greche affacciandosi alla finestra non possono avere
ignorato le fiamme. Dall'altra parte ci si augurerebbe
invece che questo sia il primo passaggio nel cammino per una radicale
trasformazione sociale.
Circa duecento persone arrestate e una fisiologica stanchezza hanno,
per ora, fatto calare il sipario sulla rivolta greca, mentre negli
ultimi comunicati e nella blogosfera riecheggiava l'agrodolce augurio
Merry Crisis and Happy New Fear, buona crisi e felice paura nuova.
T&Z