Umanità Nova, n.1 dell'11 gennaio 2009, anno 89

Due popoli nessuno stato


Con la dichiarazione di "fine tregua" annunciata da Hamas e le conseguenti spropositate e criminali incursioni aereo-militari prima, e ora anche di terra, da parte dell'esercito israeliano sui territori della cosiddetta "Striscia di Gaza", si preannunciano, a breve, un intensificarsi di nuovi scenari di guerra nella già tormentata e martoriata terra di Palestina.
Di fronte a questo ennesimo scenario bellico, in continua coerenza con i principi dell'internazionalismo proletario non si può che, preliminarmente, denunciare e condannare queste continue aggressioni militari israeliane  nei territori occupati di Palestina. Nuovi teatri di guerra, ma vecchi scenari per chi, questa guerra come tutte le guerre, suo malgrado la subisce.
Nell'impari conflitto che contrappone da decenni lo Stato sionista israeliano, baluardo degli interessi capitalistici occidentali nell'area, e le formazioni armate palestinesi, saranno le popolazioni civili a pagare il più alto tributo di sangue a cui seguirà, come è già accaduto, un deterioramento progressivo delle loro condizioni di vita, la perdita progressiva di spazi di libertà con un pericoloso controcanto dato dall'affermazione di logiche nazionaliste, capitaliste, militari e religiose contrapposte.
Gli echi e i miraggi di una fantomatica "guerra di liberazione nazionale" laica e progressista sono ormai ben lontani.
Hamas e la Jihad islamica, che sono arrivati al potere per via elettorale approfittando del motivato discredito in cui era caduto il governo corrotto di Al Fatah di Yasser Arafat e della progressiva perdita di influenza dell'O.L.P., approfittano della giusta collera e della frustrazione della maggioranza della popolazione palestinese per trasformare il conflitto contro l'oppressione colonialista israeliana in conflitto religioso. 
Ma Hamas, paradossalmente, è anche creatura d'Israele.
Da qualche decennio i governi israeliani che si sono succeduti (conservatori, laburisti, d'unità nazionale,ecc.) hanno coscientemente operato, sotto egida C.I.A. e anche attraverso finanziamenti economici e militari, affinchè si ampliassero, rafforzassero e si insidiassero nei territori occupati, forme organizzate d'integralismo radicale islamico al fine di poter maggiormente legittimare, nei confronti dell'Occidente, le proprie politiche di colonizzazione, di dominazione e di apartheid su base etnica.
La guerra, come ben sappiamo, è per sua natura fratricida e distruttrice.
Noi anarchici, da coerenti antimilitaristi, la disprezziamo e ne rifuggiamo, ma altresì, da coerenti rivoluzionari, ne contrapponiamo la rivoluzione sociale liberatrice contro le classi dominanti.
Ma se disgraziatamente un conflitto avviene, come in terra palestinese, fra popolo e popolo, noi dobbiamo solidarizzare con quella parte di popolo che difende la sua vita, la sua dignità, la sua indipendenza.
Da ormai quasi due secoli "andiam di terra in terra" a ribadire la innaturalità degli stati e delle proprie frontiere nell'organizzazione della vita sociale dei diversi popoli.
Così come ben sapevamo che la creazione dello Stato d'Israele non avrebbe risolto le esigenze della popolazione ebraica residente, né di quella sfuggita ai campi di sterminio nazisti nel periodo 1939-1945, creando in terra di Palestina una fortezza militarista, così la creazione di uno Stato palestinese non sarà la soluzione alle giuste rivendicazioni di questo martoriato popolo profugo.
Se apparentemente sembra un passo in avanti nella liberazione di un popolo oppresso e sfruttato, in realtà la proclamazione di un nuovo Stato altro non è che una nuova "gabbia" atta al nocivo rafforzamento di quei sentimenti nazionalisti che distolgono, dalla consapevolezza degli interessi di classe, l'importanza della lotta sociale contro i dominatori e gli sfruttatori prescindendo da etnia, nazionalità, religione.
Tutte le lotte di liberazione nazionale l'hanno insegnato: non esiste liberazione economica e sociale del proletariato al di fuori dalla sua autorganizzazione in classe e la sua cristallizzazione nelle comunità nazionali interclassiste è la tomba di ogni progetto di rivoluzione sociale. 
Ai popoli in lotta per la propria autodeterminazione, e soprattutto a quelli della zona Medio Orientale, mosaico e crogiuolo di popoli ed etnie con storie e culture millenarie, noi anarchici abbiamo da offrire loro la nostra proposta di federalismo libertario, a-statuale, municipalista, fondamentalmente egualitario, con la sua pratica della libera associazione antigerarchica, cooperativistica, mutualistica e solidale tra individui e gruppi sociali.
La ripartizione delle ricchezze e l'autogestione generalizzata sono delle tappe fondamentali per dare forza alla proposta federalista in un territorio dove ricchezza e miseria si intrecciano, dove il tema della distribuzione dell'acqua, del petrolio e delle terre fertili, rivestono un'importanza nodale.
Il superamento dello stato di guerra che insanguina quella regione si potrà avere o con l'annichilimento e la distruzione di una delle due parti, soluzione prospettata dai grandi e piccoli imperialismi nella loro partita a scacchi per il dominio del mondo, o con la distruzione definitiva, al fine di una  costruzione di una società libera ed umana, delle barriere artificiali, etniche, politiche e religiose imposte ai popoli.
Ecco perché, ora più che mai, è necessario il massimo sostegno, la massima solidarietà militante a chi, in terra di Palestina e d'Israele, a tutto ciò cerca eroicamente di opporsi.
Massimo sostegno e solidarietà a chi si oppone alla costruzione di nuovi muri, a chi rifiuta logiche di guerra e di martirio attraverso la diserzione e a chi, nella solidarietà di classe, cerca di costruire ponti tra popoli artificialmente in guerra l'uno contro l'altro.

Paolo Masala


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