Con la dichiarazione di "fine tregua" annunciata da Hamas e le
conseguenti spropositate e criminali incursioni aereo-militari prima, e
ora anche di terra, da parte dell'esercito israeliano sui territori
della cosiddetta "Striscia di Gaza", si preannunciano, a breve, un
intensificarsi di nuovi scenari di guerra nella già tormentata e
martoriata terra di Palestina.
Di fronte a questo ennesimo scenario bellico, in continua coerenza con
i principi dell'internazionalismo proletario non si può che,
preliminarmente, denunciare e condannare queste continue aggressioni
militari israeliane nei territori occupati di Palestina. Nuovi
teatri di guerra, ma vecchi scenari per chi, questa guerra come tutte
le guerre, suo malgrado la subisce.
Nell'impari conflitto che contrappone da decenni lo Stato sionista
israeliano, baluardo degli interessi capitalistici occidentali
nell'area, e le formazioni armate palestinesi, saranno le popolazioni
civili a pagare il più alto tributo di sangue a cui
seguirà, come è già accaduto, un deterioramento
progressivo delle loro condizioni di vita, la perdita progressiva di
spazi di libertà con un pericoloso controcanto dato
dall'affermazione di logiche nazionaliste, capitaliste, militari e
religiose contrapposte.
Gli echi e i miraggi di una fantomatica "guerra di liberazione nazionale" laica e progressista sono ormai ben lontani.
Hamas e la Jihad islamica, che sono arrivati al potere per via
elettorale approfittando del motivato discredito in cui era caduto il
governo corrotto di Al Fatah di Yasser Arafat e della progressiva
perdita di influenza dell'O.L.P., approfittano della giusta collera e
della frustrazione della maggioranza della popolazione palestinese per
trasformare il conflitto contro l'oppressione colonialista israeliana
in conflitto religioso.
Ma Hamas, paradossalmente, è anche creatura d'Israele.
Da qualche decennio i governi israeliani che si sono succeduti
(conservatori, laburisti, d'unità nazionale,ecc.) hanno
coscientemente operato, sotto egida C.I.A. e anche attraverso
finanziamenti economici e militari, affinchè si ampliassero,
rafforzassero e si insidiassero nei territori occupati, forme
organizzate d'integralismo radicale islamico al fine di poter
maggiormente legittimare, nei confronti dell'Occidente, le proprie
politiche di colonizzazione, di dominazione e di apartheid su base
etnica.
La guerra, come ben sappiamo, è per sua natura fratricida e distruttrice.
Noi anarchici, da coerenti antimilitaristi, la disprezziamo e ne
rifuggiamo, ma altresì, da coerenti rivoluzionari, ne
contrapponiamo la rivoluzione sociale liberatrice contro le classi
dominanti.
Ma se disgraziatamente un conflitto avviene, come in terra palestinese,
fra popolo e popolo, noi dobbiamo solidarizzare con quella parte di
popolo che difende la sua vita, la sua dignità, la sua
indipendenza.
Da ormai quasi due secoli "andiam di terra in terra" a ribadire la
innaturalità degli stati e delle proprie frontiere
nell'organizzazione della vita sociale dei diversi popoli.
Così come ben sapevamo che la creazione dello Stato d'Israele
non avrebbe risolto le esigenze della popolazione ebraica residente,
né di quella sfuggita ai campi di sterminio nazisti nel periodo
1939-1945, creando in terra di Palestina una fortezza militarista,
così la creazione di uno Stato palestinese non sarà la
soluzione alle giuste rivendicazioni di questo martoriato popolo
profugo.
Se apparentemente sembra un passo in avanti nella liberazione di un
popolo oppresso e sfruttato, in realtà la proclamazione di un
nuovo Stato altro non è che una nuova "gabbia" atta al nocivo
rafforzamento di quei sentimenti nazionalisti che distolgono, dalla
consapevolezza degli interessi di classe, l'importanza della lotta
sociale contro i dominatori e gli sfruttatori prescindendo da etnia,
nazionalità, religione.
Tutte le lotte di liberazione nazionale l'hanno insegnato: non esiste
liberazione economica e sociale del proletariato al di fuori dalla sua
autorganizzazione in classe e la sua cristallizzazione nelle
comunità nazionali interclassiste è la tomba di ogni
progetto di rivoluzione sociale.
Ai popoli in lotta per la propria autodeterminazione, e soprattutto a
quelli della zona Medio Orientale, mosaico e crogiuolo di popoli ed
etnie con storie e culture millenarie, noi anarchici abbiamo da offrire
loro la nostra proposta di federalismo libertario, a-statuale,
municipalista, fondamentalmente egualitario, con la sua pratica della
libera associazione antigerarchica, cooperativistica, mutualistica e
solidale tra individui e gruppi sociali.
La ripartizione delle ricchezze e l'autogestione generalizzata sono
delle tappe fondamentali per dare forza alla proposta federalista in un
territorio dove ricchezza e miseria si intrecciano, dove il tema della
distribuzione dell'acqua, del petrolio e delle terre fertili, rivestono
un'importanza nodale.
Il superamento dello stato di guerra che insanguina quella regione si
potrà avere o con l'annichilimento e la distruzione di una delle
due parti, soluzione prospettata dai grandi e piccoli imperialismi
nella loro partita a scacchi per il dominio del mondo, o con la
distruzione definitiva, al fine di una costruzione di una
società libera ed umana, delle barriere artificiali, etniche,
politiche e religiose imposte ai popoli.
Ecco perché, ora più che mai, è necessario il
massimo sostegno, la massima solidarietà militante a chi, in
terra di Palestina e d'Israele, a tutto ciò cerca eroicamente di
opporsi.
Massimo sostegno e solidarietà a chi si oppone alla costruzione
di nuovi muri, a chi rifiuta logiche di guerra e di martirio attraverso
la diserzione e a chi, nella solidarietà di classe, cerca di
costruire ponti tra popoli artificialmente in guerra l'uno contro
l'altro.
Paolo Masala