Su "la Repubblica" del 4 gennaio
sono apparse due pagine sugli anarchici: possiamo essere d'accordo con
i colleghi (?) giornalisti che scrivere di anarchia non è tanto
facile, ma quando si azzardano giudizi sarebbe meglio stare più
attenti, o forse saperne di più e in difetto di conoscenza stare
zitti, soprattutto quando si tratta di vicende storiche. Così
pubblichiamo volentieri questa precisazione.
La dura condanna di Guido Rampoldi su "Repubblica" del 4 gennaio, "Gli
incontrolados furono la quinta colonna del nemico", si basa su evidenti
parzialità e pregiudizi. I "settemila religiosi" uccisi durante
le prime settimane della guerra civile spagnola sono, in buona parte,
conseguenza diretta dell'impegno della chiesa cattolica a fianco della
reazione spagnola, cioè dei latifondisti e dei militari. Insomma
questa istituzione fu, e in parte lo è tuttora, una chiesa
militante e combattente, come ha messo in rilievo il recente convegno
di Novi Ligure della rivista "Spagna contemporanea" dal titolo "Clero e
guerre spagnole".
L'anticlericalismo fu perciò parte integrante dei programmi di
ogni forza politica spagnola attiva per il progresso culturale e la
modernizzazione laica della società, dai repubblicani
semimassonici ai socialisti riformisti. Infatti l'oscurantismo
clericale era evidente; ne fu un esempio di rilievo internazionale la
fucilazione del maestro libertario Francisco Ferrer (proprio un secolo
fa) in quanto animatore di scuole popolari, gratuite, solidali oltre
che laiche.
Gli stalinisti non liquidarono "il più forte movimento anarchico
della storia" per fermare le violenze anticlericali, bensì per
mettere sotto controllo una rivoluzione sociale libertaria che
rivendicava, e praticava, indipendenza dalla Terza Internazionale. A
questo scopo calunniarono, con i loro potenti mezzi forniti dall'URSS,
un movimento di lotta sindacale, di stimolo culturale, di emancipazione
popolare. Sull'anarchismo spagnolo sono usciti negli ultimi anni decine
di ricerche scientifiche di autori spagnoli e non. A dimostrazione di
quanto sia ancora da comprendere a fondo un fenomeno storico che, in
controtendenza rispetto all'Europa, fu in prima fila a fermare il golpe
filofascista del 18 luglio 1936. Con pochissime armi, ma con molta
determinazione.
Claudio Venza (venza@units.it)
Docente di Storia della Spagna contemporanea
Università di Trieste