Gli attentati di novembre a Mumbai sono stati presentati in
Occidente come una sorta di 11 Settembre indiano. Allo stesso modo
quanto successo è stato immediatamente ricondotto al Pakistan e
alla sessantennale rivalità tra i due stati che si dividono il
subcontinente indiano. Non a caso, quando la nazionalità degli
attentatori, tutti indiani, è stata rivelata, è calato un
velo su tutta la tragedia; dal momento che non era possibile
attribuirla al Pakistan (l'alleato infingardo, ma necessario) né
innescare la sanguinosa piece dello "scontro di civiltà", i
media occidentali hanno semplicemente deciso di occuparsi il meno
possibile del caso.
Forse, come ha suggerito la scrittrice indiana Arundhati Roy, per
capire cosa è successo nella "Porta dell'India" è
necessario guardare agli avvenimenti degli ultimi anni nel grande paese
asiatico.
A settembre del 2008 ci sono state le elezioni in Kashmir, in quello
che, secondo la Costituzione indiana del 1948, doveva essere lo stato
dell'Unione con la maggiore autonomia. Già gli anni sessanta e
poi la presidenza autoritaria di Indira Gandhi avevano ridotto in modo
deciso la libertà di questo stato, con campagne di arresti di
massa e decapitazioni dei vertici politici dei partiti islamici locali.
Dopo quarant'anni di questa difficile convivenza è iniziata
un'insurrezione indipendentista sostenuta dai pakistani ma capace di
autonomia da questi ultimi che dura tuttora.
Allo stesso tempo l'India splendente dei nuovi ricchi e dei grandi
affari, l'India che piace tanto in Occidente e che pensa alle centinaia
di milioni di poveri che vivono in quel territorio come ostacoli da
spazzare via per proseguire sulla strada del "progresso", ha pianto i
morti degli alberghi e dei ristoranti di lusso, ma ha accuratamente
evitato di accorgersi delle decine di morti caduti nella stessa catena
di attentati alla stazione di Mumbai e in uno degli ospedali pubblici
della città. Meglio, molto meglio, accendere i riflettori sugli
alberghi frequentati dagli occidentali – mezzo utile per spingerli a
schierarsi con l'India contro il Pakistan – e sulla strage in un
piccolo centro ebraico.
D'altra parte sono ormai anni che la nuova borghesia indiana batte il
tamburo sull'equivalenza tra India ed Israele, stati occidentali e
democratici assediati dal feroce e arretrato mondo mussulmano.
Un'equivalenza che meriterebbe il plauso della fortunatamente scomparsa
Oriana Fallaci e che trae legittimità da tutto l'apparato
ideologico neo conservatore che continua a orientare l'azione e il
pensiero di tutte le diplomazie occidentali.
La verità è che l'India è oggi il principale paese
mondiale nel quale viene combattuta, senza esclusione di colpi, la
guerra delle classi dominanti contro le masse di popolazione
considerate arretrate ed eccedenti.
L'India splendente dei gruppi industriali Aureliane (informatica) e
Tata (auto) è anche l'India che precede il Sudan e la Somalia
nella classifica dei paesi con il maggior numero di morti di fame.
Nei quartieri degli intoccabili, lungo i fiumi Armadio e Koala Aro,
dove i contadini si oppongono alla costruzione di dighe che
distruggeranno le loro uniche possibilità di vita, nelle
piantagioni di gomma di Chenzia, dove i sindacalisti vengono
normalmente spellati vivi, nei villaggi dell'allegorista e nel Bengala
Occidentale, dove un governo comunista ha tentato di spazzare via a
fucilate l'opposizione dei contadini contro l'esproprio dei loro
territori da parte del gruppo Tata, si combatte una battaglia
quotidiana nella quale a centinaia di milioni di persone non è
lasciata altra scelta che un'opposizione durissima contro forze
preponderanti per poter sopravvivere.
Il fantasma del terrorismo è utile ai gruppi dominanti per
continuare nella loro guerra contro quella parte della popolazione che
non si sottomette. Il terrorismo di ispirazione islamica in Kashmir
esiste, ma le sue azioni si spiegano con la repressione feroce del
movimento indipendentista nel territorio nord del paese e non con la
tendenza religiosa degli abitanti del posto. Il gruppo armato
Lashkar-i-Taiba è protetto dal Pakistan per i suoi scopi
geopolitici, e il suo leader, Hafiz Saeed, ha esponenzialmente
aumentato il proprio seguito grazie all'azione dell'esercito indiano
che ha imposto quattro volte dal 1990 ad oggi le dimissioni a governi
kashmiri, democraticamente eletti, in quanto colpevoli di reclamare dal
governo di Nuova Delhi quell'autonomia promessa dall'allora Primo
Ministro Nehru al tempo della Partition.
Ma se il discorso pubblico indiano taccia di terrorismo la lotta armata
dei kashmiri, si guarda bene di considerare allo stesso modo le
organizzazioni della destra Indù responsabili nel 2002 di un
vero e proprio genocidio della popolazione musulmana del Gujarat e
quelle che nell'ultimo anno hanno cercato di fare lo stesso servizio
agli indigeni e ai fuori casta di religione cristiana dell'Orissa.
I richiami alla guerra santa della destra islamica kashmira vengono
amplificati in tutto il mondo, ma nessuno tra i dominanti indiani ha
interesse a riportare frasi come queste pronunciate da Abu Bajrangi,
portavoce nel Gujarat del RSS, il raggruppamento della destra
indù fondamentalista: "Non abbiamo risparmiato neanche un
negozio musulmano, abbiamo bruciato tutto. Abbiamo scelto il fuoco
perché quei bastardi non vogliono essere cremati, hanno paura.
Concedetemi un ultimo desiderio, fatemi organizzare una strage a
Juhapura dove vivono sette od ottocentomila di loro. Li farò
fuori tutti." L'RSS non è una novità, è
un'organizzazione sorta negli anni Trenta e guidata da Madhav Sadashiv
Golkwalkar, tra il 1940 e il 1973, su linee di ammirazione per la
pulizia attuata dai nazisti in Europa.
Solo che agli ebrei il gentiluomo indù sostituiva i musulmani e
predicava la loro cancellazione dall'intero subcontinente indiano
(India, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Bhutan, Sri Lanka, Maldive e
Tagikistan). I suoi eredi, però, non si limitano alle stragi di
musulmani, ma attaccano anche gli indigeni e i fuori casta colpevoli di
non essere sottomessi a quelle che gli indù considerano caste
superiori. In Italia ce ne siamo accorti solo quando la chiesa
cattolica ha iniziato a protestare contro le stragi di indigeni
convertiti al cattolicesimo, ma queste azioni vanno avanti da anni
nell'impunità più assoluta.
D'altra parte l'RSS è una delle colonne del Vishwa Hindu
Parishad, il VHP che ha governato il paese per dieci anni tra il 1996 e
il 2006 e che tuttora è il partito di riferimento del mondo
degli affari indiano.
Il terrorismo indù, coperto dai governi di Delhi, ha dato
l'occasione ai settori più oltranzisti del mondo islamico locale
di porsi sullo stesso livello, con l'ovvio appoggio del Pakistan. Tutta
la situazione attuale del subcontinente d'altra parte non è
comprensibile senza riferirci a quello che è il "peccato
originale" del mondo indiano: la Partition tra India e Pakistan del
territorio che appartenne all'Impero Britannico nel 1947-48. Una
divisione che vide la formazione di due stati la cui ragione d'essere
era fondamentalmente diversa: da un lato il Pakistan che pretendeva (e
pretende) di essere la patria di tutti gli islamici del subcontinente
indiano, dall'altra l'India che si presenta come la terra di tutti gli
indiani, indù, musulmani, appartenenti ad altre o a nessuna
confessione che sia. Nel corso del tempo questa caratteristica indiana
ha dovuto cedere il passo a un nazionalismo indù sempre
più aggressivo, ma ciò non toglie che il senso stesso
dello stato India non sia ancora completamente cambiato. Guardata da
questo punto di vista, la disputa attorno al Kashmir non è
componibile: per il Pakistan questo è una parte del territorio
appartenente alla terra degli indiani islamici, per l'India la conferma
del carattere multi confessionale dell'Unione. Senza contare che
un'eventuale secessione dell'ex sultanato indurrebbe un effetto domino
che porterebbe altri stati della federazione indiana ad allontanarsene.
La ragione fondamentale che spiega perché i due colossi asiatici
non siano disponibili ad alcun compromesso sul territorio himalayano
è questa. E questa ragione spiega anche perché nel
Kashmir e per il Kashmir si siano combattute quattro guerre e si sia
arrivati a minacciare il conflitto nucleare, e perché una pace
diversa dalla non guerra non sia per ora pensabile nel subcontinente.
Giacomo Catrame