Umanità Nova, n.2 del 18 gennaio 2009, anno 89

India: atti di guerra


Gli attentati di novembre a Mumbai sono stati presentati in Occidente come una sorta di 11 Settembre indiano. Allo stesso modo quanto successo è stato immediatamente ricondotto al Pakistan e alla sessantennale rivalità tra i due stati che si dividono il subcontinente indiano. Non a caso, quando la nazionalità degli attentatori, tutti indiani, è stata rivelata, è calato un velo su tutta la tragedia; dal momento che non era possibile attribuirla al Pakistan (l'alleato infingardo, ma necessario) né innescare la sanguinosa piece dello "scontro di civiltà", i media occidentali hanno semplicemente deciso di occuparsi il meno possibile del caso.
Forse, come ha suggerito la scrittrice indiana Arundhati Roy, per capire cosa è successo nella "Porta dell'India" è necessario guardare agli avvenimenti degli ultimi anni nel grande paese asiatico.
A settembre del 2008 ci sono state le elezioni in Kashmir, in quello che, secondo la Costituzione indiana del 1948, doveva essere lo stato dell'Unione con la maggiore autonomia. Già gli anni sessanta e poi la presidenza autoritaria di Indira Gandhi avevano ridotto in modo deciso la libertà di questo stato, con campagne di arresti di massa e decapitazioni dei vertici politici dei partiti islamici locali. Dopo quarant'anni di questa difficile convivenza è iniziata un'insurrezione indipendentista sostenuta dai pakistani ma capace di autonomia da questi ultimi che dura tuttora.
Allo stesso tempo l'India splendente dei nuovi ricchi e dei grandi affari, l'India che piace tanto in Occidente e che pensa alle centinaia di milioni di poveri che vivono in quel territorio come ostacoli da spazzare via per proseguire sulla strada del "progresso", ha pianto i morti degli alberghi e dei ristoranti di lusso, ma ha accuratamente evitato di accorgersi delle decine di morti caduti nella stessa catena di attentati alla stazione di Mumbai e in uno degli ospedali pubblici della città. Meglio, molto meglio, accendere i riflettori sugli alberghi frequentati dagli occidentali – mezzo utile per spingerli a schierarsi con l'India contro il Pakistan – e sulla strage in un piccolo centro ebraico.
D'altra parte sono ormai anni che la nuova borghesia indiana batte il tamburo sull'equivalenza tra India ed Israele, stati occidentali e democratici assediati dal feroce e arretrato mondo mussulmano. Un'equivalenza che meriterebbe il plauso della fortunatamente scomparsa Oriana Fallaci e che trae legittimità da tutto l'apparato ideologico neo conservatore che continua a orientare l'azione e il pensiero di tutte le diplomazie occidentali.
La verità è che l'India è oggi il principale paese mondiale nel quale viene combattuta, senza esclusione di colpi, la guerra delle classi dominanti contro le masse di popolazione considerate arretrate ed eccedenti.
L'India splendente dei gruppi industriali Aureliane (informatica) e Tata (auto) è anche l'India che precede il Sudan e la Somalia nella classifica dei paesi con il maggior numero di morti di fame.
Nei quartieri degli intoccabili, lungo i fiumi Armadio e Koala Aro, dove i contadini si oppongono alla costruzione di dighe che distruggeranno le loro uniche possibilità di vita, nelle piantagioni di gomma di Chenzia, dove i sindacalisti vengono normalmente spellati vivi, nei villaggi dell'allegorista e nel Bengala Occidentale, dove un governo comunista ha tentato di spazzare via a fucilate l'opposizione dei contadini contro l'esproprio dei loro territori da parte del gruppo Tata, si combatte una battaglia quotidiana nella quale a centinaia di milioni di persone non è lasciata altra scelta che un'opposizione durissima contro forze preponderanti per poter sopravvivere.
Il fantasma del terrorismo è utile ai gruppi dominanti per continuare nella loro guerra contro quella parte della popolazione che non si sottomette. Il terrorismo di ispirazione islamica in Kashmir esiste, ma le sue azioni si spiegano con la repressione feroce del movimento indipendentista nel territorio nord del paese e non con la tendenza religiosa degli abitanti del posto. Il gruppo armato Lashkar-i-Taiba è protetto dal Pakistan per i suoi scopi geopolitici, e il suo leader, Hafiz Saeed, ha esponenzialmente aumentato il proprio seguito grazie all'azione dell'esercito indiano che ha imposto quattro volte dal 1990 ad oggi le dimissioni a governi kashmiri, democraticamente eletti, in quanto colpevoli di reclamare dal governo di Nuova Delhi quell'autonomia promessa dall'allora Primo Ministro Nehru al tempo della Partition.
Ma se il discorso pubblico indiano taccia di terrorismo la lotta armata dei kashmiri, si guarda bene di considerare allo stesso modo le organizzazioni della destra Indù responsabili nel 2002 di un vero e proprio genocidio della popolazione musulmana del Gujarat e quelle che nell'ultimo anno hanno cercato di fare lo stesso servizio agli indigeni e ai fuori casta di religione cristiana dell'Orissa.
I richiami alla guerra santa della destra islamica kashmira vengono amplificati in tutto il mondo, ma nessuno tra i dominanti indiani ha interesse a riportare frasi come queste pronunciate da Abu Bajrangi, portavoce nel Gujarat del RSS, il raggruppamento della destra indù fondamentalista: "Non abbiamo risparmiato neanche un negozio musulmano, abbiamo bruciato tutto. Abbiamo scelto il fuoco perché quei bastardi non vogliono essere cremati, hanno paura. Concedetemi un ultimo desiderio, fatemi organizzare una strage a Juhapura dove vivono sette od ottocentomila di loro. Li farò fuori tutti." L'RSS non è una novità, è un'organizzazione sorta negli anni Trenta e guidata da Madhav Sadashiv Golkwalkar, tra il 1940 e il 1973, su linee di ammirazione per la pulizia attuata dai nazisti in Europa.
Solo che agli ebrei il gentiluomo indù sostituiva i musulmani e predicava la loro cancellazione dall'intero subcontinente indiano (India, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Bhutan, Sri Lanka, Maldive e Tagikistan). I suoi eredi, però, non si limitano alle stragi di musulmani, ma attaccano anche gli indigeni e i fuori casta colpevoli di non essere sottomessi a quelle che gli indù considerano caste superiori. In Italia ce ne siamo accorti solo quando la chiesa cattolica ha iniziato a protestare contro le stragi di indigeni convertiti al cattolicesimo, ma queste azioni vanno avanti da anni nell'impunità più assoluta.
D'altra parte l'RSS è una delle colonne del Vishwa Hindu Parishad, il VHP che ha governato il paese per dieci anni tra il 1996 e il 2006 e che tuttora è il partito di riferimento del mondo degli affari indiano.
Il terrorismo indù, coperto dai governi di Delhi, ha dato l'occasione ai settori più oltranzisti del mondo islamico locale di porsi sullo stesso livello, con l'ovvio appoggio del Pakistan. Tutta la situazione attuale del subcontinente d'altra parte non è comprensibile senza riferirci a quello che è il "peccato originale" del mondo indiano: la Partition tra India e Pakistan del territorio che appartenne all'Impero Britannico nel 1947-48. Una divisione che vide la formazione di due stati la cui ragione d'essere era fondamentalmente diversa: da un lato il Pakistan che pretendeva (e pretende) di essere la patria di tutti gli islamici del subcontinente indiano, dall'altra l'India che si presenta come la terra di tutti gli indiani, indù, musulmani, appartenenti ad altre o a nessuna confessione che sia. Nel corso del tempo questa caratteristica indiana ha dovuto cedere il passo a un nazionalismo indù sempre più aggressivo, ma ciò non toglie che il senso stesso dello stato India non sia ancora completamente cambiato. Guardata da questo punto di vista, la disputa attorno al Kashmir non è componibile: per il Pakistan questo è una parte del territorio appartenente alla terra degli indiani islamici, per l'India la conferma del carattere multi confessionale dell'Unione. Senza contare che un'eventuale secessione dell'ex sultanato indurrebbe un effetto domino che porterebbe altri stati della federazione indiana ad allontanarsene. La ragione fondamentale che spiega perché i due colossi asiatici non siano disponibili ad alcun compromesso sul territorio himalayano è questa. E questa ragione spiega anche perché nel Kashmir e per il Kashmir si siano combattute quattro guerre e si sia arrivati a minacciare il conflitto nucleare, e perché una pace diversa dalla non guerra non sia per ora pensabile nel subcontinente.

Giacomo Catrame

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