Che il rapporto con i mezzi d'informazione di massa da parte di
tutti gli esclusi dal Circo Mediatico sia per sua natura
contraddittorio e conflittuale, è l'unica verità in un
mondo dove la menzogna è moneta corrente. Pure, difficilmente ci
si abitua ad una realtà che costruisce la notizia dai fatti
indipendentemente da come questi ultimi siano dati, vale a dire dalla
loro effettiva consistenza. Ne è prova ogni qual volta gli
esclusi vengono inclusi, poiché la notizia che i Media producono
su quanto è stato fatto (a prescindere
dall'attendibilità/verità) è sempre finalizzato ad
informare – mettere in forma – il dato al fine di utilizzarlo secondo i
loro modi più opportuni.
I lettori di Umanità Nova avranno sicuramente letto quanto il
quotidiano "la Repubblica", lo scorso 4 gennaio, ha pubblicato sugli
anarchici (ben due pagine), e quanto in seguito il più patinato
"Le monde diplomatique" (altre quattro pagine) abbia raccontato degli
anarchici/libertari con malcelata simpatia intellettuale, se non altro
perché l'interesse dei media è apparso – poteva
altrimenti? – pretestuoso, strumentale ed in gran parte mistificatorio.
Ciò non ha potuto non suscitare un acceso dibattito all'interno
ed ai margini del movimento fra chi ha riaffermato
l'inutilizzabilità dei media anche per la più semplice ed
innocua visibilità (finalmente si parla, a torto o a ragione,
degli anarchici), e chi invece ha nuovamente sottolineato l'importanza
di una presenza sulla stampa per riuscire (sebbene fra mille
difficoltà) a far conoscere le proprie ragioni ad un pubblico
ben più ampio.
In questa diatriba tra possibilisti e rinunciatari (mi si perdoni
l'estrema sintesi) si possono cogliere gli elementi di un
contraddittorio conflitto sull'utilizzo dei mezzi d'informazione, in
quanto in entrambi si riscontra sia la consapevolezza di non poter
incidere – in tutto o in parte – sull'ordine del discorso (cosa, in che
modo e perché), sia la necessità di rispondere – con gli
stessi o con altri strumenti – al potere mediatico. Sicuramente, come
in qualsiasi contraddittorio conflitto, è la forza a
determinarne l'esito, e se in partenza questa non è certo a
favore degli esclusi (esclusi non tanto perché minoritari),
tuttavia dare per scontato che lo sia sempre non mi pare possa
considerarsi foriero di prospettive. Perché se è fuor di
dubbio che la comunicazione del potere utilizza tutto ciò che in
quel momento è funzionale all'affermazione dei propri valori
fondanti la legittimazione/necessità per rendere saldo lo status
quo (fossero anche gli anarchici, soprattutto se rievocano il mito
cristiano-germanico del cavaliere), è pur vero che il potere
della comunicazione sa sfuggire ad ogni controllo teso a disciplinare
il rapporto tra emittente e ricevente (posso dire tutto il male, il
peggio, l'orrido sugli anarchici, e non per questo avrò la
certezza di averli resi invisi, anzi).
Certo è che, per un movimento anarchico organizzato, la
possibilità concreta di rendere coerente e pratica la propria
teoria rivoluzionaria dipende essenzialmente dalla capacità di
trasmettere e diffondere le proprie idee ed il modo in cui si
realizzano. Se, dunque, la capacità organizzativa di creare
situazioni di lotta e di opposizione al sistema dominante risulta
essere il volano principale della trasmissione della pratica teorica
anarchica (in verum factum), l'abilità di smascherare
l'imbroglio, la falsità, la calunnia dello Stato è il
terreno su cui si misura la resistenza e la forza del movimento
rivoluzionario, poiché le armi della comunicazione colpiscono e
uccidono quanto l'azione delle armi. Ma rendere la vergogna ancor
più vergognosa smascherandola pubblicamente, non significa – a
nostro avviso – impegnarsi in un defatigante ripristino della
verità sugli anarchici nei confronti di chi per mestiere svolge
il compito di calunniatore e mistificatore. Ribattere – ad esempio –
alle mistificazioni di un Guido Rampoldi di turno sulla sua
verità sugli anarchici è generoso nei confronti di simili
figuri ed è pure onesto; ma sarebbe stato di maggiore impatto
mediatico che gli anarchici avessero espresso la loro verità su
Guido Rampoldi e su quanti – per rubare la grazia a José
Saramago – «davanti allo specchio della loro vita, sputano
tutti i giorni sulla faccia di quel che sono stati lo scaracchio di
ciò che sono».
Del resto che gli anarchici siano vituperati dal Potere è
legittimo e persino auspicabile, ben più che divenire un
occasionale e strumentale interesse nei suoi confronti, poiché
esser accettati implica sempre un dover accettare. E allora è
meglio esser Giuda il traditore che accusa Cristo di averlo ingannato,
che non Cristo il redentore che sfrutta Giuda per aver maggior onore.
gianfranco marelli