A Carrara qualcuno, recentemente, ha fatto una singolare scoperta: i
mattoni del Palazzo del Politeama, costruito nel 1892, sono vecchi!
La folgorante scoperta è stata fatta a seguito del cedimento di
alcuni pilastri dello storico edificio, situato nel centro di Carrara,
che non solo contiene il più grande (per capienza) teatro lirico
della Toscana, ma è anche sede del Gruppo Germinal-FAI e
dell'Archivio Germinal.
Tutto questo accadde nel luglio dello scorso anno, facendo temere il
crollo di tutto il palazzo e impedendo lo svolgimento del 40°
congresso dell'IFA nel salone soprastante.
Decenni di abusi hanno minato seriamente la staticità del
palazzo, il più grosso dei quali, l'innalzamento abusivo del
sottotetto che ha trasformato le soffitte in appartamenti, è la
causa principale dello schiacciamento dei pilastri del pianoterra.
Di schiacciamento parla esplicitamente la relazione dei vigili del fuoco.
Dopo alcuni mesi di silenzio, in attesa della perizia tecnica che
dovrà stabilire le cause delle lesioni, la ditta responsabile
della "ristrutturazione", la Caprice, rilascia un'intervista ad un
giornale locale nella quale afferma che la causa è da imputarsi
all'età dei mattoni.
Non è stato l'incremento dei solai del sottotetto, con gettate
di cemento da 40 cm di spessore, ad appesantire la struttura! No, anzi
ha dato maggior stabilità all'edificio ed è grazie a
quello se non è crollato!
Di quel palazzo non esiste un rilievo strutturale e, nonostante nel
1994 siano stati bloccati i lavori per difformità rispetto alla
concessione edilizia che non prevedeva la realizzazione di appartamenti
nel sottotetto (dichiarati "indemolibili" nel 2004 e quindi condonati),
si è continuato a costruire impunemente e non è stato
fatto alcun adeguamento antisismico a seguito del cambio di
destinazione d'uso e dell'aumento volumetrico (120 MC in più).
Niente di niente, nonostante le continue denunce del Comitato di Difesa del Palazzo Politeama.
Niente da parte dell'amministrazione comunale, niente da parte del Genio Civile, niente da parte della Soprintendenza.
L'annunciata perizia della Commissione Bartelletti dovrebbe essere oramai in dirittura d'arrivo.
Cosa dirà lo si saprà solo quando sarà resa
pubblica. Intanto la maggior proprietà dello stabile decide di
intorbidare le acque.
Il tentativo è patetico: dare in pasto all'opinione pubblica una
immagine distorta facendola diventare "versione ufficiale" con un
grosso risalto mediatico, sia per autoassolversi sia per delegittimare
la lotta fino a oggi portata avanti dal Comitato e continuare nei
lavori di devastazione dell'edificio con la scusa di mettere in
sicurezza i "mattoni vecchi" così che, quando uscirà la
tanto attesa perizia ufficiale, più volte annunciata e sempre
rimandata (forse perché afferma cose che non sono favorevoli
alla proprietà e all'amministrazione comunale), lo scempio
sarà a tal punto che non si potrà tornare indietro.
Risultato? Un edificio storico, sede di uno dei più importanti
teatri della Toscana, che viene devastato per soddisfare l'ingordigia
della lobby affaristica di Carrara che considera questo territorio come
una sua esclusiva riserva di caccia da saccheggiare in lungo e in largo.
E tutti a coprire le loro magagne: la proprietà il devastamento
dello stabile; l'amministrazione comunale i cinquant'anni di abusivismo
edilizio, mai fermato, dentro e intorno all'edificio e che hanno reso
di fatto inutilizzabile il teatro; gli altri enti i loro silenzi e la
loro complicità nel perpetrare lo scempio (esempio su tutti la
demolizione dello splendido scalone in marmo che portava al Germinal).
redc
Attorno al 10 di Gennaio, alcuni organi di informazione territoriale
danno notizia che il giorno 15 dello stesso mese il Presidente
Napolitano verrà ad Arcavacata (Università della
Calabria) per inaugurare l'anno accademico. Qualche giorno dopo il
coordinamento dei collettivi universitari convoca un sit-in nel
piazzale antistante l'aula magna dell'Unical proprio per giovedì
15 gennaio alle ore 9.00 con lo scopo di dare un "insolito benvenuto"
al Presidente.
Cosa succederà? Alle ore 9,00 del 15 gennaio l'Università
della Calabria risulta praticamente circondata ed occupata, e
intendiamoci non dal popolo dell'Onda ma da Carabinieri, Polizia di
Stato, Finanza, Polizia Provinciale, Corpo Forestale, Vigili del fuoco,
vigilantes del posto, cacciatori e cecchini sui tetti che presidiano
tutti gli accessi. La militarizzazione impedisce ogni espressione di
dissenso di studenti e precari, mentre tiene "sequestrata" la
comunità che popola le aule, gli uffici, il ponte e le piazze.
Lo spazio universitario risulta praticamente occupato per intero dalle
istituzioni in divisa e non della democrazia repubblicana: presidenti,
generali, amministratori, gerarchie ecclesiastiche, presidi e baronie
varie. La tensione sale e gli studenti, i precari, la comunità
esclusa cercano di liberare l'università, di riprendersi il
ponte ma partono minacce e blocchi per chi osa tanto. Arcavacata
è stata praticamente trasformata in una gigantesca zona rossa
finalizzata ad escludere e criminalizzare chiunque voglia esprimere il
proprio dissenso. Il colmo viene raggiunto con il divieto di esporre
degli striscioni. Commentano gli studenti con un loro comunicato: "Ma
questo non interessa le alte cariche dello stato che occupano l'aula
magna, fra questi il magnifico La Torre, in fondo, questo è il
suo giorno, il suo disegno si è realizzato, la riforma che
distrugge l'istruzione è passata e le università virtuose
incassano i soldi dovuti alla loro fedeltà alla Gelmini. Questo
è il suo giorno, questa è la sua passerella, questa
è la sua festa, un balletto in maschera dove le divise la fanno
da padrone. Noi naturalmente non siamo invitati, e nemmeno vogliamo
esserlo perché non c'è un cazzo da festeggiare e non
abbiamo maschere da indossare". Alle ore 13 la situazione però
muta radicalmente: Il Presidente è in fuga, la festa è
rovinata e il magnifico rettore è avvilito. Il movimento degli
studenti riesce a dimostrare che è sempre vivo, rioccupa gli
spazi e rimette al centro del dibattito le questioni riguardanti il
libero accesso al sapere, mentre in solidarietà al popolo
palestinese, che vive sulla propria pelle la vigliacca aggressione
dell'esercito israeliano, una gigantesca bandiera sventola sul ponte
dell'Università, preso a simbolo della lotta per la liberazione.
A fine giornata, gli studenti e l'intera comunità esclusi dalla
forza in armi delle istituzioni a dare il loro "insolito benvenuto" al
Presidente con un comunicato commentano: "Le riforme di distruzione
continuano, l'ex decreto legge 180 è stato appena convertito in
legge e non abbiamo alcuna intenzione di stare a guardare indifferenti
a ciò che si decide sulle nostre teste nelle stanze del potere.
L'università è nostra e la difenderemo fin alla fine".
Red del cosentino
Poche settimane fa l'ex questore di Ferrara ed attuale questore di
Modena, Elio Graziano, ha sporto querela contro dodici persone ree, a
suo parere, di averlo diffamato sul blog della madre di Federico
Aldrovandi1, ucciso tre anni fa da quattro poliziotti a Ferrara,
mettendo in rilievo le sue responsabilità nell'accaduto e nei
tentativi di insabbiamento avvenuti in seguito. Per verificare
l'identità delle persone che lo avrebbero diffamato il questore
modenese ha mobilitato circa una cinquantina di agenti e la polizia
postale. Le querele sono state depositate presso la procura di Modena e
vi sono già state quattro richieste di rinvio a giudizio, altre
arriveranno a breve. Le diffamazioni sarebbero avvenute in diverse
occasioni: su internet, tramite diversi blog, con delle mail inviate ad
esponenti politici modenesi e con delle lettere inviate al rettore
dell'università di Ferrara per protestare contro l'invito a
tenere delle lezioni rivolto a Graziano. Dopo tre anni dall'omicidio di
Federico il questurino Graziano pensa ancora di potere insabbiare le
sue precise responsabilità nell'avere coperto coloro che hanno
ammazzato Aldro. Pensa di poter chiudere i conti con delle
intimidazioni, intimidazioni che, a guardare la storia dell'indagine,
è ben abituato a fare: fin dall'inizio la polizia girò
per tutti i palazzi di Via Ippodromo, dove avvenne l'omicidio,
intimidendo i possibili testimoni2. Uno, in seguito a queste minacce,
arrivò a ritrattare quanto aveva dichiarato. Durante il processo
gli sbirri marcarono stretto i genitori di Federico e i suoi amici che
dovevano testimoniare, minacciandoli più volte. Ora,
evidentemente con l'acqua alla gola, passa ad attaccare persone,
esterne all'indagine ma che hanno supportato la volontà della
famiglia Aldrovandi di giungere alla verità. In questo modo il
questore vuole anche tentare di smarcarsi dalle azioni dei suoi uomini:
cerca di dimostrare di essere estraneo a quanto accaduto; che non
sapeva di quanto fatto per insabbiare l'omicidio e che le voci sul suo
ruolo nei tentativi di occultamento del caso siano solo malevole
illazioni. Ma come si può credere che un questore non sappia che
i suoi sottoposti si stiano adoperando per nascondere un caso di
omicidio? Perchè di omicidio si tratta: Aldro non è morto
perchè aveva assunto un mix di droga e alcool, come sostenuto
all'inizio dalla questura, non è morto per un improvviso malore.
E' morto perchè ha ricevuto una quantità di percosse al
di fuori di qualsiasi misura, con una violenza tale da produrre lesioni
interne gravissime (tra cui una lesione traumatica al cuore, probabile
causa della morte. Questa lesione può essere stata solo
provocata da un colpo molto violento o da una forte pressione sul
torace)3. E' morto perchè quattro poliziotti hanno deciso che
era legittimo pestarlo a sangue così imparava ad andare in giro
alle 5 del mattino. Elio Graziano dimostra, così, di
essere un complice e un fiancheggiatore di coloro che, quel 25
settembre 2005, pestarono Aldro fino alla morte, protetti dalle loro
divise.
1 http://federicoaldovandi.blog.kataweb.it
2 http://italy.indymedia.org/news/2006/02/983279.php
3 Dalla perizia svolta da Gaetano Thiene, patologo vascolare
lorcon
A Torino negli ultimi anni le retate di polizia a caccia di
stranieri senza documenti sono diventate un triste rito quotidiano,
specie in certi quartieri, dove vivono e lavorano tanti immigrati. Tra
loro non sono pochi i clandestini. Gli antirazzisti che fanno
riferimento all'Assemblea Antirazzista di Torino cercano di contrastare
le retate, mettendosi in mezzo, avvertendo la gente della presenza
della polizia, facendo giri di sms per chiamare altri. Qualche
risultato c'è ma è solo una goccia nel mare. Non tutti
riescono, di fronte a pattuglie schierate, uomini in armi e alla
minaccia di una denuncia per favoreggiamento dell'immigrazione
clandestina a gridare la propria indignazione o a segnalare agli
stranieri del quartiere che è in corso un controllo. Da gennaio
è partita un'iniziativa che mira ad ampliare il numero degli
antirazzisti pronti a rendere la vita difficile ai cacciatori di uomini
in divisa. "Sappiamo che sei antirazzista. Dimostralo! Anche un
fazzoletto rosso può bastare". Migliaia di copie di un
manifestino con questo titolo sono state affisse per le strade della
città. Diffusa in italiano, francese, arabo, inglese, rumeno,
spagnolo la locandina invita chiunque sia antirazzista a mettersi in
tasca un fazzoletto rosso e, in caso di retata, tirarlo fuori e
metterlo bene in vista. Lo straniero senza documenti che vede qualcuno
con il fazzoletto sa che ci sono in giro le pattuglie e gira alla
larga. Naturalmente il gioco funziona solo se la pratica si diffonde ed
è conosciuta da tutti. Sabato 17 gennaio i soliti antirazzisti
si sono materializzati al mercato di piazza Madama Cristina, nel
quartiere di S. Salvario. Armati di megafono, tavolino con fazzoletti
rossi, "bugiardini" con le istruzioni per l'uso, per non dire di tre
splendidi cartelli illustrativi di scene di vita cittadina, hanno
iniziato a diffondere i primi fazzoletti rossi. Numerosi i curiosi, sia
italiani che stranieri, che si affollavano intorno al tavolo, chiedendo
un fazzoletto, una spiegazione o ridendo per la performance
improvvisata in strada per illustrare l'uso del fazzoletto. Il
pomeriggio è proseguito con una sorta di presidio itinerante per
il quartiere, con numerose soste negli angoli più frequentati.
Una pattuglia di vigili urbani, con tanto di cani, manganelli e pistole
hanno invitato gli antirazzisti ad andarsene, ottenendo in cambio
qualche sberleffo. Non poteva mancare un posto di blocco di polizia al
centro del quartiere, cui gli antirazzisti hanno risposto indossando il
fazzoletto e piazzandosi ai quattro angoli dell'area avvertendo i
passanti della presenza della polizia.
Numerosi stranieri hanno ringraziato per l'iniziativa. Il giorno
successivo, ai banchetti antirazzisti che ogni domenica affiancano gli
abusivi del mercato antistante il palafuksas, hanno fatto la loro
comparsa anche i fazzoletti rossi, andati a ruba tra la gente del
mercato. Naturalmente gli antirazzisti hanno avvertito chi prendeva il
fazzoletto che segnalare la presenza della polizia è illegale ma
nessuno si è tirato indietro: un piccolo segno che di fronte
alla barbarie diffusa nella nostra società c'è anche chi
resiste. A volte basta qualcosa di semplice ma concreto. Come un
fazzoletto rosso.
R. Em.