Un'altra data è entrata prepotentemente nella macro storia
dell'umanità, quando il 4 novembre 2008 un colored, un
afroamericano, o – per adeguarci alla politica pecoreccia italiana – un
giovane, bello e abbronzato Barack Hussein Obama II, ha finalmente e
completamente coronato il mito americano, per cui tutti, ma proprio
tutti, possono prestar servizio alla White House, sguatteri compresi,
divenendo il 44° Presidente degli Stati Uniti. E questo nome
(epurato dai termini "Hussein" e "II", poiché fa troppo
mussulmano e sovrano) verrà appaiato – siamo pronti a
scommetterci – allo Zio Tom del celeberrimo romanzo best-seller del XIX
secolo, a proverbiale dimostrazione della pazienza e della
caparbietà degli ex-schiavi, liberi non solo di sognare, ma di
veder realizzato il proprio sogno – se non in prima persona, almeno per
interposta persona.
E che si tratti di un sogno, il giorno dell'insediamento ufficiale alla
Casa Bianca – quando una folla oceanica calpestando il Campidoglio
assisteva estasiata al giuramento sulla Bibbia che fu di Abraham
Lincoln da parte di uno dei tanti pronipoti dello Zio Tom – ne ha dato
ampia prova nel rispettare puntualmente tutte le messianiche
aspettative di radicale cambiamento del corso della storia, compreso il
definitivo ritiro dell'esercito israeliano dal territorio palestinese
di Gaza.
Peccato che ai più non è venuto alla mente il
collegamento con un altro avvenimento accorso il 4 novembre del
medesimo anno: la violazione della tregua con Hamas da parte dello
Stato di Israele; violazione che successivamente è esplosa con
tutta la sua furia lo scorso 27 dicembre e che si è
temporaneamente conclusa due giorni dopo l'insediamento di Barack Obama
con la raccapricciante conta di oltre 1500 morti, di cui l'85% civili.
Ma è bastata una telefonata del nuovo Presidente USA ad Abu
Mazen per far dimenticare il fragoroso silenzio che la nuova
amministrazione ha mantenuto durante l'intero periodo di assedio
israeliano nella striscia di Gaza; un silenzio pilatesco, giustificato
dall'ignominioso refrain dei portavoce del neo-eletto: "c'è solo
un presidente alla volta". Così, mentre Bush continuava a
benedire gli aerei e gli elicotteri americani impiegati da Israele per
l'operazione "piombo fuso" sulla popolazione palestinese di Gaza,
Barack Obama (forse con ancora in testa lo slogan che gli fece vincere
la campagna elettorale: Yes, we can) ha pensato che Si, noi possiamo
far finta di niente per poi mostrarci candidi, imparziali, ma
soprattutto conciliatori.
Si dirà: comunque il massacro è stato sospeso e la nuova
Amministrazione sta dando prova di una maggiore attenzione nei riguardi
dell'autorità palestinese; certo, ma riproporre Abu Mazen alla
controparte israeliana è un ennesimo affronto verso i
palestinesi che disperati e indignati nei confronti del latrocinio e
della corruzione perpetuati da al-Fathah, hanno finito per eleggere al
governo i mussulmani di Hamas, nonostante l'avvertimento americano (e,
come abbiamo visto, chi non obbedisce al padrone, la paga cara anche in
democrazia). E che dire della posizione contraria all'ipotesi di "due
popoli due Stati" – una non-soluzione per noi anarchici, ma
diplomaticamente la più possibilista al fine di riavviare la
trattativa fra israeliani e palestinesi – ribadita a chiare lettere dal
consigliere speciale per il Medio Oriente del nuovo Presidente, Daniel
C. Kurtzen? O forse siamo propensi a credere che il "siamo disposti a
tendere la mano, purché voi non mostriate il pugno" proclamato
in un passo del discorso per l'insediamento, rappresenti veramente
l'apertura al mondo islamico da parte della nuova politica estera
americana, come buona parte degli analisti politici hanno interpretato,
dimenticandosi – ancora una volta – dell'impegno espresso dal nuovo
Presidente americano in Afganistan, nei confronti del Presidente
iraniano Mahmud Ahmadinejad e della situazione libanese?
Sicuramente la situazione geopolitica internazionale non è
più quella dell'11 settembre 2001 e logica vuole che, dopo i
magri risultati conseguiti nella lotta contro gli "Stati canaglia" e
l'organizzazione terroristica al-Qā'ida, l'amministrazione statunitense
stia cercando di riaggiustare la propria strategia, soprattutto da
quando l'immagine mediatica che Bush ha saputo offrire durante i primi
quattro anni di gerenza della White House (quella di un America
colpita, minacciata e costretta a difendersi con tutti i mezzi e a
qualsiasi costo), è via via scemata al punto da essere
più imbarazzante degli stessi risultati conseguiti. Ma che la
chiusura del carcere di Guantanamo rappresenti una radicale inversione
di tendenza sia in politica interna che internazionale da parte degli
USA, ci pare francamente eccessivo. Non perché mediaticamente,
nel volersi affermare come la novità rispetto al recente
passato, Barack Obama non abbia saputo convincere i propri elettori e
vincere sugli oppositori (anche se sarebbe sufficiente chiedersi, per
esempio, che fine faranno i detenuti di Guantanamo – liberi? – dopo che
la prigione verrà chiusa, e se la Patriot-Act, nonostante
l'incostituzionalità ribadita dalla Corte Suprema nel 2007,
verrà definitivamente abrogata), ma perché le condizioni
pratiche, strutturali e contingenti che hanno determinato la politica
statunitense negli ultimi quindici anni non sono affatto cambiate, anzi…
La crisi economica – che è stata fra i fattori determinanti
l'indirizzo politico dell'amministrazione Bush – non solo ha registrato
un aumento del deficit del bilancio americano, ma le supposte soluzioni
tecnico-finanziarie (prime-rate, derivati), nell'intenzione di diluire
i debiti contratti con la gran parte dei Paesi emergenti (in primis
Cina e India), hanno finito per esportare su scala globale l'insolvenza
statunitense al punto da determinare un arresto della produzione e del
commercio internazionale. E allora, si potrà pure sognare il
mito di una svolta matura e consapevole delle esigenze sociali e
ambientali al punto da illudersi riguardo alle scelte prospettate da
Barack Obama per uscire dall'attuale stagflazione (nel campo
dell'industria automobilistica, così come nel settore pubblico e
sociale), ma purtroppo – e i keinesioti ben lo sanno – dall'attuale
situazione di crisi non vi è altra via d'uscita che affidarsi
all'economia illegale e militare, così come dalla crisi del '29
più che il Nuovo Corso intrapreso dallo Stato americano in
economia, fu la Nuova Guerra a por fine alla crisi capitalista,
rilanciandone la crescita dopo aver seminato distruzione.
Cassandre? Spiace dirlo, ma in questo mondo di entusiastici barackati,
il prossimo futuro di miseri baraccati vorremmo il più possibile
contrastarlo invece che edulcorarlo con la buona novella dello Zio Tom.
gianfranco marelli