Umanità Nova, n.5 dell'8 febbraio 2009, anno 89

informAzione


Torino. Contro il pacchetto sicurezza

Il "pacchetto sicurezza", ormai alla fase finale del suo iter parlamentare, è un altro passo verso un diritto diseguale, in cui non conta quello che fai ma quello che sei. È il presupposto di ogni legge razzista. È il presupposto di ogni stato di polizia. Nel mirino i migranti, i poveri, i senza casa e chiunque si opponga all'ingiustizia e alla discriminazione. Il pacchetto sicurezza aumenta il potere discrezionale della polizia, colpisce i senza casa, rende difficili i ricongiungimenti familiari e il matrimonio degli stranieri, sanziona duramente chi scrive la propria su un muro o dice ad alta voce quello che pensa di giudici, poliziotti, parlamentari, ministri, vigili.
Un po' ovunque è cresciuta l'opposizione alla sua approvazione e nel contempo la spinta a lottare per incepparne il meccanismo. La Federazione Anarchica di Torino ha organizzato due iniziative di informazione e lotta: un punto informativo e un'assemblea. Al punto info, aperto nella centralissima via Po giovedì 29, oltre a volantini informativi, è stata esposta una mostra con la descrizione dei punti salienti del provvedimento.
Venerdì 30 si è svolta un'assemblea molto partecipata, che, dopo l'introduzione di Simone Bisacca, un compagno avvocato, ha visto svilupparsi un intenso dibattito.
Particolare attenzione è stata riservata alle norme che obbligano i medici a chiedere i documenti e a denunciare chi non li ha. Questa disposizione, se applicata, di fatto metterà in pericolo la salute dei senza carte, che, per timore della deportazione, non oseranno rivolgersi ad un dottore o andare al pronto soccorso. Per fortuna sta crescendo il disagio di medici e infermieri nei confronti di una legge che li obbliga a venir meno al loro compito di assistenza: numerose sono state le adesioni ad un appello all'obiezione diffuso da "medici senza frontiere", nel quale dicono di non essere e di non voler diventare spie. La disamina del pacchetto si è poi centrata su altri aspetti non meno gravi: dalla detenzione nei CPT/CIE prolungata sino ad un anno e mezzo alla galera sino a tre anni per insulto a pubblico ufficiale sino alla schedatura dei senza dimora e alla negazione della residenza per chi non ottiene l'idoneità abitativa per il proprio alloggio. Ne conseguirà che i poveri, quelli che non possono permettersi di pagare una casa decente, privati della residenza, non potranno avere un medico né iscrivere i figli a scuola. La povertà diventa reato da punire.
In questo modo, dicono, ci sentiremo tutti più sicuri.

R. Em. 


Milano. Per un anti g8 antimilitarista

Domenica 1 febbraio, dalle 10.00 alle 18.00 si è tenuta, presso il Circolo Anarchico dei Malfattori, una coordinazione anarchica a cui hanno partecipato una trentina di individualità provenienti dal Centro-Nord e Sardegna avente principale argomento come arrivare alla scadenza del G8 che si terrà ai primi di luglio all'isola della Maddalena in Sardegna.
Si è convenuto che il percorso di contestazione debba caratterizzarsi in senso antimilitarista anarchico con una sua specificità data dalla capacità di radicarsi sul territorio attraverso pratiche quotidiane che sappiano raccordare tutti i diversi aspetti dell'attuale militarizzazione della vita nelle città e territori e che sappia anche rifuggire da logiche di scontro e assalti a future "zone rosse" enfatizzate mass-mediaticamente.
I convenuti si sono dati una agenda di lavoro che produrrà volantoni e opuscoli attraverso sia l'utilizzo della rete internet sia attraverso specifiche iniziative assembleari e di lotta  (contro-vertice Nato, ecc.).
Il prossimo appuntamento sarà il 15 marzo 2009, a partire dalle 10.30, presso il "Perla Nera" di Alessandria e lo sviluppo del percorso sarà possibile seguirlo attraverso il sito www.anarchiainazione.org
L'assemblea si è conclusa con la partecipazione ad un corteo spontaneo per il quartiere Ticinese nato in solidarietà al C.S.O.A. "Cox 18" da poco sgomberato dal Comune di Milano.

L'incaricato

Torino. La resistenza dei profughi

Oltre trecento profughi e rifugiati dal Sudan, Somalia, Eritrea, Etiopia vivono in due case occupate, l'ex palazzina dei vigili urbani di via Bologna e l'ex clinica S. Paolo di corso Peschiera.
L'ex clinica S. Paolo, ribattezzata dagli africani "casa bianca", ospita 200 uomini, donne e bambini. La "casa bianca" è da tempo sotto sgombero: i proprietari non vogliono rinunciare ad uno stabile di gran valore e il comune non è disposto ad acquisirlo per un uso pubblico. In questi mesi la giunta Chiamparino deve fare i conti con il prevedibile buco olimpico e, per fare cassa, si sta vendendo persino i giardinetti pubblici. Non ultimo quello di via Medici, dove si trova la Boccia Squat.
Il comitato di sostegno ai profughi, costituito principalmente da esponenti dei centri sociali post disobbedienti e post autonomi ha comunque scelto la strada della trattativa con il comune.
Martedì 27 gennaio era previsto un incontro tra una delegazione di profughi e gli assessori Borgione e Borgogno: per l'occasione era stato indetto un presidio di fronte al Comune di Torino. L'incontro era stato organizzato da alcune moderatissime associazioni antirazziste, quelle che vivono grazie alle sovvenzioni comunali.
Borgione e Borgogno chiariscono che lo sgombero può essere "soft" ma deve essere rapido: in ballo ci sono i 200mila euro che il Comune ha stanziato per la cosiddetta "emergenza freddo" e che certo non può spendere a marzo. 200mila euro fanno gola a tanti ed ecco pronta la proposta dei due assessori. A 80/90 uomini (niente donne, niente bambini, niente per tutti gli altri) la Croce Rossa mette a disposizione le brande del nuovo cpa informale che gestisce a Settimo Torinese. Di giorno i profughi potranno recarsi in qualche circolo Arci per una non meglio precisata formazione. Colazione e cena al sacco e poi tutti a nanna con le galline. Lauti guadagni per tutti i compagni di merende.
I profughi rispediscono al mittente l'indecente proposta, i due assessori se ne lavano le mani rimandando la decisione sullo sgombero al prefetto.
Il presidio di fronte al municipio si trasforma in corteo verso la prefettura, dove, invece del prefetto, sono in attesa gli uomini dell'antisommossa. Parte una prima carica alla quale i manifestanti rispondono come possono: cassonetti, panchine e qualche sasso. Le cariche si susseguono con grande violenza: gli uomini in divisa inseguono i cento profughi e solidali sin nelle vie limitrofe. Cinque poliziotti si fanno medicare per lievi ferite, diversi manifestanti hanno sul corpo i segni dell'attenzione dello Stato nei confronti delle questioni sociali.
Un ragazzo del comitato di sostegno, caduto a terra durante la ritirata, viene circondato da otto poliziotti che infieriscono a lungo su di lui. Una mano rotta, una spalla lussata e la faccia gonfia sono il risultato dell'azione dei tutori del disordine statale.
A Torino il governo ha celebrato a suo modo il giorno della memoria.
Il giorno dopo i giornali parlano di "assalto alla questura" e "guerriglia" per le vie del centro. Profughi e solidali sono pesantemente criminalizzati.
Il sabato successivo al presidio di fronte alla prefettura convocato per il pomeriggio i partecipanti sono almeno il triplo del martedì precedente. Dopo un'ora di comizi i trecento antirazzisti, tra cui uno spezzone della FAI torinese, partono in corteo alla volta di Porta Palazzo, dove attraversano il grande mercato, per poi dirigersi alla RAI dove la manifestazione si conclude. I rifugiati ribadiscono quanto già affermato durante l'assemblea svoltasi subito dopo le cariche: la loro volontà di resistere, di lottare per un futuro, per una vita come "ogni altro essere umano".

R. Em.

Massa 28 gennaio: i profughi rivendicano i loro diritti, la polizia li carica

Cinquanta profughi provenienti da Eritrea, Etiopia e Somalia hanno dato vita a una manifestazione di protesta per le strade di Massa. La loro richiesta era semplice quanto necessaria: ottenere lo status di rifugiato politico e poi raggiungere Germania e Francia dove risiedono le famiglie di molti di loro e dove alcuni avrebbero già trovato lavoro.
Arrivati a Massa alla fine di luglio da Lampedusa e parcheggiati presso il centro di prima accoglienza della CRI a La Partaccia, erano ancora in attesa di ottenere quella carta bollata che gli era stata promessa qualche mese fa durante un primo incontro con il prefetto di Massa Carrara.
Dopo mesi di attesa, vissuti in condizione di precarietà e indecisione, senza sapere cosa sarebbe stato del loro futuro, hanno deciso di rompere gli indugi e scendere in piazza. Protestare per un diritto inalienabile, quello di vivere liberi, che oggi viene negato sempre più spesso; protestare per una libertà che dovrebbe essere requisito fondamentale di ogni società civile che tale si ritiene. Lunedì mattina, usciti dal centro della CRI, si sono incamminati diretti alla prefettura con l'intento di occuparla, ma sono stati bloccati da una cinquantina tra poliziotti e carabinieri. A quel punto hanno deciso di bloccare una delle piazze centrali di Massa con un sit-in improvvisato.
Dopo un paio d'ore passate tra spinte e urla, reclamando il proprio diritto è arrivata la risposta: una bella dose di manganellate, cura oramai riservata a chiunque si opponga a questo stato.
Bilancio della giornata: vari feriti, un arrestato per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, 28 denunciati per resistenza e manifestazione non autorizzata e il questore di Massa Carrara, Paul Nash, che afferma: "Gli agenti non attaccano, ma si difendono dalla resistenza di chi si butta per terra…"!!!!!

L'incaricato

Bologna. Chiudere CasaPound, sì, ma nella testa della gente...

Nella ricorrenza della Giornata della Memoria il centro sociale TPO ha organizzato un'affollata assemblea cittadina sul tema «Chiudere CasaPound. A Bologna e ovunque. Ora». In effetti, spesso l'apertura di nuove sedi di CasaPound è concomitante con l'aumento di aggressioni e intimidazioni sul territorio. E la loro propaganda razzista è tanto più insidiosa in quanto è fondata sul mimetismo, su demagogiche campagne «sociali», sulla capacità di imitare i linguaggi della contemporaneità. Non è certo una forzatura coniugare la memoria dello sterminio nazista e la presa di coscienza che esistono ancor oggi realtà neofasciste d'ispirazione xenofoba, omofoba e copertamente antisemita. Di qui la necessità, ribadita da più interventi, di fare inchiesta e controinformazione per smascherare e isolare quei gruppi che diffondono violenza e intolleranza.
Nel suo intervento, Luca Alessandrini (Istituto Parri) ha osservato che l'imitazione di linguaggi e pratiche di sinistra (anticapitalismo, antimperialismo, case occupate, centri sociali) non è affatto un fenomeno nuovo: già il fascismo fu una declinazione autoritaria e razzista delle prospettive di rivoluzione sociale. Ciò che è nuovo e distingue il fascismo storico dal neofascismo è il meccanismo della «vittimizzazione»: i «fascisti del terzo millennio» di CasaPound si atteggiano costantemente a «vittime». Anzi, come è accaduto a Piazza Navona, preparano e pianificano la scena commovente della loro «vittimizzazione» mediatica.
Ma dietro tutto questo artefatto vittimismo, vi è la rivendicazione del diritto preventivo a reagire e a «difendere» la «nazione» con la violenza. Vi è la pretesa di combattere contro quei soggetti «impuri» che «contaminano» la loro delirante idea di società chiusa (stranieri, gay, lesbiche, antifascisti, capelloni, femministe, malvestiti, antipatrioti, spiriti critici, ecc.). Proprio il nesso vittimismo-violenza, secondo Alessandrini, promuove un nazionalismo identitario fondato sull'esclusione e tipico delle destre (Lega Nord, Forza Nuova, AN, ecc.).
Era presente il presidente del quartiere S. Stefano Andrea Forlani (PD) che ha assicurato l'apertura di un'inchiesta istituzionale sul neofascismo a Bologna. Forlani, che un anno fa era rimasto sordo alle richieste di non concedere sale pubbliche ai neofascisti, ha dichiarato: «CasaPound non potrà utilizzare sale pubbliche per la presentazione di idee e principi in contrasto con le idee e i principi su cui questa società si basa»... Sono poi intervenuti anche compagni di Antagonismogay, dell'Onda, del collettivo femminista "Guai a chi ci tocca!", dell'Assemblea antifascista permanente, di ECN antifa.
Certo, secondo noi la parola d'ordine «chiudere CasaPound» non va presa alla lettera. Non si tratta infatti di chiedere alle istituzioni la chiusura delle sedi neofasciste. Ogni volta che lo stato ha decretato dall'alto lo scioglimento di sigle e partiti neonazisti, essi si sono sempre ricostituiti sotto nuove forme, con in più una legittimazione anti-sistema. Si pensi solo allo scioglimento di Base Autonoma nel 1993 (secondo la legge Mancino): il risultato fu quello di farli uscire dall'angolo con una più acuta capacità di trasformismo e di iniziativa culturale. Per noi «chiudere CasaPound» vuol dire piuttosto contrastare nella testa della gente ogni spazio per stereotipi razzisti e nazionalisti. Vuol dire chiudere gli spazi di agibilità sociale e mentale per chi predica e pratica l'odio e l'intolleranza. Non a caso l'assemblea del 27 gennaio è diventata il punto di partenza di una più ampia mobilitazione cittadina: il primo appuntamento sarà sabato 7 febbraio, giornata dedicata a informare il quartiere e chi lo vive della presenza del gruppo neofascista CasaPound, secondo la modalità dell'«escrache» (il volantinaggio a zonzo per un quartiere, usato in Cile per denunciare gli ex-torturatori del regime di Pinochet). Contrastare il neofascismo si può, si deve, con l'azione sociale e la solidarietà di tutti gli oppressi!

Redb

Bologna. Solidarietà con chi lavora

Venerdi 30 e sabato 31 gennaio il Coordinamento migranti ha tenuto diversi presidi di protesta in solidarietà con un lavoratore recentemente licenziato dalla Coop adriatica (vedi UN n.2) smascherando le politiche antioperaie di quest'organizzazione. Una cooperativa guidata dalle logiche del profitto e dell'ipersfruttamento, come qualsiasi azienda. Tanto davanti agli uffici, quanto ai punti vendita e alle nuove librerie sono stati dati mille volantini, megafonato, esposto striscioni. Studenti e sindacati di base, hanno portato la propria solidarietà. "Babacar deve essere reintegrato!", questo è il chiaro messaggio. Il suo licenziamento ha il sapore della vendetta contro chi - sfidando l'acquiescenza della CGIL sindacato egemone ampiamente coinvolto più dalla parte degli uffici amministrativi che dalla parte operaia - reclama dignità, ad esempio un orario "umano" e difende i propri diritti, come esigere il normale pagamento dei turni serali. Per altre info:  http://www.coordinamentomigranti.splinder.com

Redb

Lucca. Ovvero l'idiota a tavola (piccolo manuale di razzismo in cucina)

«Al fine di salvaguardare la tradizione culinaria e la tipicità architettonica, strutturale, culturale, storica e di arredo non è ammessa l'attivazione di esercizi di somministrazione, la cui attività sia riconducibile ad etnie diverse».
Diverse da chi, da cosa? Viene spontaneo chiedersi. Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei; pare che a Lucca abbiano bene in mente questo detto visto che per salvaguardare "la cultura e la tradizione locale" hanno pensato bene di vietare all'interno delle mura cittadine l'apertura di nuovi locali adibiti alla ristorazione che non siano di stretta osservanza culinaria Lucchese.
Quindi d'ora in avanti niente ristoranti cinesi o giapponesi, niente locali tipici Western Style, niente Kebab, niente MacDonald?  Oppure questi ultimi saranno invece graziati? E le pizzerie al taglio? Nemmeno queste sfuggiranno alla severità del divieto in quanto portatrici di una tradizione gastronomica "riconducibile ad etnia diversa"?
Per mangiare qualcosa che non sia la classica zuppa di farro, un piatto di fagiolo rosso, il castagnaccio il comune cittadino Lucchese dovrà quindi emigrare in periferia?
La scempiaggine della Giunta Comunale Lucchese – destrorsa per antica tradizione cittadina – evidenzia che ci si è oramai spinti oltre i limiti dell'umana intelligenza sino a pretendere di mettere le mani a proprio insindacabile giudizio nel piatto altrui.
Al di là però della prima e superficiale sensazione di fastidio, è opportuno approfondire il significato recondito di tale disposizione comunale, un divieto che ci offre – se ancora ce ne fosse bisogno in questa spaventata Italietta di inizio 21mo secolo – un indizio lampante della inadeguatezza culturale che aleggia nel nostro sventurato Paese, una prova di come il comune sentire si sia man mano rinserrato tra le mura di casa, spaventato e quasi oltraggiato da qualsiasi segno, evento o simbolo che non possa essere immediatamente ricondotto al proprio vissuto specifico, ovvero  alla Tradizione, vera o creata ad arte come il mito Celtico o Padano della Lega (ricordiamoci l'annuale cerimonia alle sorgenti del Po).
Colui che pretende di vietare ad altri tutto ciò che è in contrasto con la Tradizione lo fa, o almeno crede di farlo, per tutelare la pretesa "identità" del suo popolo e vive come un affronto qualsiasi cosa non faccia parte delle abitudini che lui immagina siano comuni a tutti. Ha, della cultura di un popolo, una visione errata, perché la considera unicamente sulla base delle  credenze più diffuse, o di quelle che lui reputa tali, considerandole al tempo stesso gravemente minacciate mentre, in realtà, è proprio lui – nella sua singola identità, nel suo vissuto  quotidiano - che avverte la presunta minaccia.
Di conseguenza, tende a considerare tutto ciò che a questa presunta cultura non si adegua come un pericolo, da isolare immediatamente prima che dilaghi ed insozzi o disgreghi la Tradizione, un "bene" che i tradizionalisti vivono invece con una perenne sindrome da assedio, come se ogni possibile fenditura rappresenti il sicuro presagio di un crollo sistemico e definitivo della propria personale miseria.
Il vero tradizionalista non capirà MAI che l'identità di un popolo o di una comunità è storicamente stata oggetto di mutamenti dovuti ai contatti con altre culture, alle migrazioni interne ed esterne, e persino alla contaminazione della tradizione culinaria! Non riesce a capire che la cultura non è un qualcosa di immobile e definitivo, ma una sintesi di culture diverse, formatasi nel corso della storia umana e che quindi ha bisogno, pena la decadenza e l'insterilimento, di continuare a formasi, evolvendosi anche mediante il contatto e la contaminazione con culture diverse provenienti da altri paesi.
A riprova della destabilizzazione e della miseria culturale Italica, resta solo da dire che il divieto Lucchese sta purtroppo facendo scuola altrove; dove direte voi? Ovviamente nel profondo Nord Leghista con la benedizione del Ministro Zaia!
Arriveremo a dover cucinare piatti tipici pugliesi, la pizza margherita o il Cous Cous nelle catacombe?

V. Nozières

home | sommario | comunicati | archivio | link | contatti