E' ricorrente che a ridosso dell'8 marzo si dia maggiore rilievo
alla questione femminile. Questo desta anche l'ironia di molte compagne
che hanno coniato lo slogan "8 marzo tutto l'anno" per sottolineare
come una certa ritualità possa suonare opportunistica.
Essendo ben consapevoli di questo punto di vista abbiamo comunque
pensato di dedicare gran parte delle pagine interne di questo numero
doppio di Umanità Nova alla questione femminile.
L'8 marzo è poco conosciuto nella sua definizione ufficiale
"Giornata Internazionale della Donna". La sua rilevanza, al di
là di ogni strumentalizzazione, sta proprio in questo carattere
internazionale che vede da Bombay a Reykjavík, dalla Patagonia a
Vladivostok, milioni di donne in strada a ribadire i loro diritti, le
loro specificità, a rappresentarsi come un movimento
internazionale di emancipazione.
La storia di questa giornata è contrastata. Per farne una
ricostruzione abbiamo utilizzato un articolo dello scorso anno (che
polemizzava con le strumentalizzazioni della CGIL) apparso sul blog
"Marginalia" (http://marginaliavincenzaperilli.blogspot.com), la
pagina di Wikipedia e quella di Anarchopedia.
In gran parte queste tre fonti toccano tutte le stesse questioni e
giungono, sostanzialmente, alle stesse conclusioni. La fonte basilare
"originaria" è per tutte e tre le fonti citate il lavoro di
Tilde Capomazza, co-autrice con Marisa Ombra del libro "8 marzo.
Storie, miti, riti della giornata internazionale della donna" (1987,
ristampa ed. Utopia, 1991).
Se è ufficiale che la proclamazione dell'8 marzo è del
1910, alcuni la attribuiscono alla risoluzione del partito socialista
americano ed altri alla conferenza dell'internazionale socialista di
Copenaghen.
Riprendiamo dal citato blog "Marginalia" alcune considerazioni che danno conto di questa "travagliata" storia.
[...] Lo scorso anno avevo pubblicato qui in Marginalia in occasione
dell'8 marzo la (parziale) traduzione di un articolo del 1982 di
Liliane Kandel e Françoise Picq, Le mythe des origines. À
propos de la journée internationale des femmes. Qui veniva
dimostrata (consultando fonti primarie quali la stampa americana
dell'epoca e fonti secondarie quali pubblicazioni sulla storia del
movimento operaio e femminista del periodo) l'invenzione bella e buona
del famoso sciopero del 1857, che diviene la data simbolo nel contesto
francese a partire dagli anni 50 (negli stessi anni in cui in Italia,
come vedremo, fa la sua comparsa il mito delle povere operaie bruciate
nel rogo della loro fabbrica.
Kandel e Picq ripercorrono le tappe dell'istituzione della Giornata
internazionale delle donne: la proposta di Zetkin – che riprendeva
l'iniziativa delle donne socialiste americane che dal 1909 celebravano
una giornata nazionale per l'uguaglianza dei diritti civili – alla
Seconda conferenza internazionale delle donne socialiste nel 1910; la
data del 19 marzo 1911 come prima Giornata internazionale della donna
svoltasi in Europa e precisamente in Germania e in Austria; la prima
manifestazione francese nel 1914, a Parigi; l'interruzione delle
celebrazioni in Europa non solo a causa della guerra, ma per i
contrasti e le divisioni interne al campo socialista internazionale; il
rilancio della giornata internazionale delle donne grazie al nuovo
impulso dato dalla grande manifestazione delle operaie di Pietrogrado
il 23 febbraio – 8 marzo del nostro calendario – 1917. E quindi sotto
questa nuova data (e sotto l'auspicio del partito bolscevico e della
Terza Internazionale) che viene a collocarsi la cosiddetta festa della
donna. Scrive Alexandra Kollontai: "La giornata delle operaie è
divenuta memorabile nella storia. Quel giorno, le donne russe hanno
innalzato la fiaccola della Rivoluzione proletaria e messo a fuoco il
mondo; la Rivoluzione di febbraio ha fissato il suo inizio quel giorno".
La Giornata internazionale delle donne diviene, tra le due guerre,
oggetto di aspre dispute tra la Seconda e la Terza Internazionale, tra
il Partito comunista francese e la Sfio (la sezione francese
dell'internazionale operaia) che, come ricordano Kandel e Picq non la
celebrano nella stessa data. A partire dalla seconda guerra mondiale
è celebrata in tutti i paesi socialisti e altrove. Se, tra le
due guerre, era raro il riferimento a un qualsiasi avvenimento
originario (talvolta lo sciopero delle operaie russe del 1917, talvolta
la proposta di Zetkin del 1910) a partire dal dopoguerra comincia ad
essere elaborato il mito. L'origine "sovietica" della giornata della
donna sparisce: in Francia ci si riferisce inizialmente ad una
decisione presa dal Partito socialista americano nel 1908 per giungere,
a partire dal 1955, alla collocazione dell'origine dell'8 marzo nello
sciopero newyorkese del 1857.
Anche in Italia (dove dal dopoguerra l'8 marzo acquista nuovo impulso a
partire dalla manifestazione indetta dall'Udi – che, almeno a quanto
scrive la CGIL nel suo sito, sceglie come simbolo la mimosa -, nel
1946) inizialmente l'avvenimento originario (per lo meno nella
tradizione socialista) sembra essere quello dello sciopero del 1857,
ma, a partire dagli anni 50 (e dunque in piena guerra fredda), si
afferma la versione delle operaie bruciate nel rogo della loro
fabbrica: il 7 marzo 1952 il settimanale bolognese La lotta, scrive che
la data della Giornata della Donna vuole commemorare l'incendio
scoppiato in una fabbrica tessile di New York l'8 marzo del 1929, in
cui sarebbero morte (rinchiuse all'interno dello stabilimento dal
padrone perché minacciavano di scioperare) 129 giovani operaie
in gran parte di origine italiana ed ebraica. In seguito, il tema
dell'incendio e delle operaie arse vive nel rogo del loro posto di
lavoro viene ripreso, ma con diverse varianti. Nel 1978, il Secolo XIX
di Genova colloca l'episodio a Chicago, in una filanda. Nel 1980, La
Repubblica parla di un incendio a Boston, datato 1898. Nel 1981 Stampa
sera situa l'incendio ai primi del '900, in un luogo imprecisato degli
Stati Uniti, le operaie vittime sarebbero state 146. Lo stesso anno,
L'Avvenire parla di 19 operaie morte. Nel 1982, Noi Donne, afferma che
l'incendio sarebbe avvenuto a Boston nel 1908 e le operaie morte
sarebbero state 19. Nonostante l'infondatezza della notizia (non
risulta nessun incendio né nel già citato volume di
Capomazza e Ombra né nel libro di Renée
Còté, Verità storica della misteriosa origine
dell'8 marzo) la leggenda delle operaie bruciate vive continua ad
imperversare anche in tempi recenti: tralasciando le varie occorrenze
reperibili in diversi volantini e documenti (tra i quali innumerevoli
siti e blog), veramente troppi per essere elencati, ricordo qui il
quotidiano Liberazione che il 7 marzo dello scorso anno ha pubblicato
una lettera/appello di Elisabetta Piccolotti (portavoce nazionale
Giovani Comunisti/e), indirizzata a Giorgia Meloni, vicepresidente
della Camera, nonché presidente di Azione Giovani. Nella lettera
("sul volgare machismo" della sezione di Biella di Azione giovani che
aveva organizzato un "eteropride" con spettacolo di lap-dance
pubblicizzato da un manifesto con lo slogan "Questione di pelo"),
Piccoletti scrive: "L'8 marzo in tutto il mondo - come ogni anno dal
1908 quando 129 donne persero la vita durante un incendio in una
industria tessile di New York - ricorre la festa delle donne".
Ma il testo di Kandel e Picq non ci aiuta soltanto a fare chiarezza
intorno all'origine dell'8 marzo, ma mostra anche i conflitti e le
strumentalizzazioni che hanno contrassegnato questo evento fin dalla
nascita. L'8 marzo, nato per decisione "delle donne socialiste di tutti
i paesi" riunite a Copenaghen "in accordo con le organizzazioni
politiche e sindacali del proletariato" (Kandel e Picq, p. 74), viene
anche adoperata per marcare la differenza tra le donne socialiste e le
femministe "borghesi", situandosi in una tradizione che nega "il
diritto delle donne ad organizzarsi in maniera autonoma, al di fuori di
organizzazioni e partiti politici"(p. 75).
Questa giornata benché ripresa dal movimento femminista negli
anni 70 – che spesso però ne ignorava la storia – è stata
spesso adoperata da partiti e sindacati per riscuotere consenso presso
le "masse femminili" subendo, tra l'altro, uno svuotamento progressivo:
la festa della donna (mimose, cene, serate danzanti ...). Ma la carica
"simbolica" dell'8 marzo non è del tutto esaurita. [...]
Per intanto mi chiedo se non è giunto, forse, il momento di dare
vita a un movimento delle F.A.M (Femministe allergiche alla mimosa)...