Forse, fra tanti anni, bande di studenti andranno in visita ai
ruderi dei CPT italiani e si fermeranno a sbocconcellare un panino
dentro alle grandi gabbie chiedendosi stupiti come siano state
possibili certe cose.
Istituiti il 6 marzo 1998 dal governo Prodi con la legge
Turco-Napolitano (votata da un'ampia schiera di forze parlamentari: da
AN ai DS, a Rifondazione e ai Verdi), perfezionati dalla legge
Bossi-Fini e assecondati anche da giunte di centrosinistra come quella
dell'Emilia-Romagna o da amministrazioni "rosse" come quella di Modena,
i Centri di Permanenza Temporanea per immigrati (CPT, ora CIE, Centri
di Identificazione ed Espulsione) sono oggi il monumento più
significativo del degrado delle già irrisorie libertà
borghesi.
Undici anni fa cominciava in Italia una legislazione razzista che ha
gradualmente minato quel poco di "libertà" garantita dalla
tradizione liberale: nel 1998 il diritto all'inviolabilità della
libertà personale, uno dei più antichi diritti europei
sancito già nella "Magna Charta" del 1215 e incluso anche nella
Costituzione italiana (art. 13), veniva sovvertito con l'istituzione di
carceri su base etnica dipendenti dall'autorità amministrativa
(i CPT), dove i migranti vengono rinchiusi senza processo, senza
difesa, senza diritti. Da allora i centri di detenzione e le politiche
dell'accoglienza sono stati strumenti per ricattare, opprimere e
sfruttare fasce non garantite di forza-lavoro e, attraverso ciò,
estendere il clima di repressione, ricatto e intimidazione a tutti i
lavoratori e a tutta la società. Per il potere è stato un
modo di garantire i profitti e allontanare la crisi economica.
Un tempo la stampa di regime parlava persino di "alberghi a quattro
stelle". Oggi invece tutti sanno che i CIE sono disumani lager razzisti
ove vengono rinchiuse persone colpevoli di non avere le carte giuste.
Al loro interno hanno luogo vessazioni di ogni genere: dal cibo pessimo
(spesso con aggiunta di sedativi) alle insolenze e agli ordini
formulati in una lingua ai più sconosciuta, dalle manganellate
quotidiane alla minaccia continua di venir deportati. È un
brutale sistema concentrazionario che oggi può fare a meno anche
di ipocriti travestimenti umanitari. La cosa desta qualche lieve
imbarazzo ai "sinceri democratici" e il governo italiano progetta
adesso di finanziare centri di detenzione aggiuntivi in territorio
libico.
Senza dubbio, il "Pacchetto sicurezza" ha aggravato le condizioni di
prigionia prolungando da due a sei mesi la possibile detenzione nei
CIE. Sempre più militarizzati e chiusi al mondo esterno, nei CIE
verranno imprigionati non più solo i migranti "irregolari", ma
anche i richiedenti asilo e chi ha il permesso di soggiorno scaduto. E
lo stato procederà a espulsioni rapide e sommarie.
Nell'ultima settimana, proprio l'inasprimento delle leggi razziste ha
generato rivolte e scioperi della fame all'interno dei CIE italiani. A
Bologna il CIE di via Mattei era già noto per il cibo pessimo e
scarso, il sovraffollamento, l'assenza di letti che costringe a dormire
per terra, i maltrattamenti... Dalla fine di febbraio si sono
verificati casi di autolesionismo, proteste dei detenuti ed episodi di
repressione violenta. Sabato 28 febbraio un ragazzo stava sanguinando
abbondantemente e la direzione del CPT si è rifiutata di
chiamare l'ambulanza. Per protesta, alcuni migranti sono saliti sul
tetto e uno di essi – per comunicare come si sentiva – ha fatto un
cappio con un telo mettendoselo attorno al collo. Lunedì 2
marzo, verso le 19, tre migranti sono saliti sul tetto protestando
contro il rifiuto dei responsabili della struttura di fornire
assistenza medica a un detenuto che aveva ingoiato degli oggetti di
ferro. Si udivano molte urla e vi era un gran numero di carabinieri,
poliziotti e vigili del fuoco. Tutti i "rivoltosi" sono stati poi
trasferiti da Bologna a Gorizia e a Milano. Ma i trasferimenti
propagano le pratiche di resistenza: a Milano il 5 marzo anche nel CIE
di via Corelli i migranti salgono sul tetto sotto la pioggia battente e
gridano "libertà". Nel CIE di Bari, di Bologna, di Torino, di
Milano si ha notizia di scioperi della fame dei detenuti. E si
moltiplicano i presidi di solidarietà, i volantinaggi contro i
CIE, le mobilitazioni contro il "Pacchetto sicurezza".
Certo è che il governo sta sperimentano nuove forme repressive
più generalizzate e tira la corda per vedere fino a che punto
può spingersi senza destare né consistenti rivolte fra i
migranti, né palesi prese di posizione antirazziste nella
società. Di fatto, in Italia sono in allestimento decine e
decine di nuovi centri detentivi, con larghi guadagni di gestori
privati. È un salto di qualità, sia nel senso delle
pratiche razziste, sia nell'ambito della militarizzazione sociale.
Secondo noi, anche se nei CIE non vi fossero continue violenze,
pestaggi e barbiturici nel cibo, non c'è insulto più
grande che quello di diventare un corpo illegale che ha commesso il
'reato' di esistere nel posto sbagliato. "Saremo clandestini, ma siamo
sempre esseri umani" ha detto Frank, detenuto in via Corelli. Resistere
è possibile, ragionevole, necessario.
Giò