Umanità Nova, n.10 del 15 marzo 2009, anno 89

Grida di libertà


Forse, fra tanti anni, bande di studenti andranno in visita ai ruderi dei CPT italiani e si fermeranno a sbocconcellare un panino dentro alle grandi gabbie chiedendosi stupiti come siano state possibili certe cose.
Istituiti il 6 marzo 1998 dal governo Prodi con la legge Turco-Napolitano (votata da un'ampia schiera di forze parlamentari: da AN ai DS, a Rifondazione e ai Verdi), perfezionati dalla legge Bossi-Fini e assecondati anche da giunte di centrosinistra come quella dell'Emilia-Romagna o da amministrazioni "rosse" come quella di Modena, i Centri di Permanenza Temporanea per immigrati (CPT, ora CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione) sono oggi il monumento più significativo del degrado delle già irrisorie libertà borghesi.
Undici anni fa cominciava in Italia una legislazione razzista che ha gradualmente minato quel poco di "libertà" garantita dalla tradizione liberale: nel 1998 il diritto all'inviolabilità della libertà personale, uno dei più antichi diritti europei sancito già nella "Magna Charta" del 1215 e incluso anche nella Costituzione italiana (art. 13), veniva sovvertito con l'istituzione di carceri su base etnica dipendenti dall'autorità amministrativa (i CPT), dove i migranti vengono rinchiusi senza processo, senza difesa, senza diritti. Da allora i centri di detenzione e le politiche dell'accoglienza sono stati strumenti per ricattare, opprimere e sfruttare fasce non garantite di forza-lavoro e, attraverso ciò, estendere il clima di repressione, ricatto e intimidazione a tutti i lavoratori e a tutta la società. Per il potere è stato un modo di garantire i profitti e allontanare la crisi economica.
Un tempo la stampa di regime parlava persino di "alberghi a quattro stelle". Oggi invece tutti sanno che i CIE sono disumani lager razzisti ove vengono rinchiuse persone colpevoli di non avere le carte giuste. Al loro interno hanno luogo vessazioni di ogni genere: dal cibo pessimo (spesso con aggiunta di sedativi) alle insolenze e agli ordini formulati in una lingua ai più sconosciuta, dalle manganellate quotidiane alla minaccia continua di venir deportati. È un brutale sistema concentrazionario che oggi può fare a meno anche di ipocriti travestimenti umanitari. La cosa desta qualche lieve imbarazzo ai "sinceri democratici" e il governo italiano progetta adesso di finanziare centri di detenzione aggiuntivi in territorio libico.
Senza dubbio, il "Pacchetto sicurezza" ha aggravato le condizioni di prigionia prolungando da due a sei mesi la possibile detenzione nei CIE. Sempre più militarizzati e chiusi al mondo esterno, nei CIE verranno imprigionati non più solo i migranti "irregolari", ma anche i richiedenti asilo e chi ha il permesso di soggiorno scaduto. E lo stato procederà a espulsioni rapide e sommarie.
Nell'ultima settimana, proprio l'inasprimento delle leggi razziste ha generato rivolte e scioperi della fame all'interno dei CIE italiani. A Bologna il CIE di via Mattei era già noto per il cibo pessimo e scarso, il sovraffollamento, l'assenza di letti che costringe a dormire per terra, i maltrattamenti... Dalla fine di febbraio si sono verificati casi di autolesionismo, proteste dei detenuti ed episodi di repressione violenta. Sabato 28 febbraio un ragazzo stava sanguinando abbondantemente e la direzione del CPT si è rifiutata di chiamare l'ambulanza. Per protesta, alcuni migranti sono saliti sul tetto e uno di essi – per comunicare come si sentiva – ha fatto un cappio con un telo mettendoselo attorno al collo. Lunedì 2 marzo, verso le 19, tre migranti sono saliti sul tetto protestando contro il rifiuto dei responsabili della struttura di fornire assistenza medica a un detenuto che aveva ingoiato degli oggetti di ferro. Si udivano molte urla e vi era un gran numero di carabinieri, poliziotti e vigili del fuoco. Tutti i "rivoltosi" sono stati poi trasferiti da Bologna a Gorizia e a Milano. Ma i trasferimenti propagano le pratiche di resistenza: a Milano il 5 marzo anche nel CIE di via Corelli i migranti salgono sul tetto sotto la pioggia battente e gridano "libertà". Nel CIE di Bari, di Bologna, di Torino, di Milano si ha notizia di scioperi della fame dei detenuti. E si moltiplicano i presidi di solidarietà, i volantinaggi contro i CIE, le mobilitazioni contro il "Pacchetto sicurezza".
Certo è che il governo sta sperimentano nuove forme repressive più generalizzate e tira la corda per vedere fino a che punto può spingersi senza destare né consistenti rivolte fra i migranti, né palesi prese di posizione antirazziste nella società. Di fatto, in Italia sono in allestimento decine e decine di nuovi centri detentivi, con larghi guadagni di gestori privati. È un salto di qualità, sia nel senso delle pratiche razziste, sia nell'ambito della militarizzazione sociale.
Secondo noi, anche se nei CIE non vi fossero continue violenze, pestaggi e barbiturici nel cibo, non c'è insulto più grande che quello di diventare un corpo illegale che ha commesso il 'reato' di esistere nel posto sbagliato. "Saremo clandestini, ma siamo sempre esseri umani" ha detto Frank, detenuto in via Corelli. Resistere è possibile, ragionevole, necessario.

Giò

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