Umanità Nova, n.12 del 29 marzo 2009, anno 89

Per un mondo senza galere


Come già raccontato nel n. 39 del 7 dicembre 2008, dal primo dicembre dello scorso anno circa un migliaio di detenuti, tra ergastolani e non, hanno ricominciato lo sciopero della fame per l'abolizione dell'ergastolo in una cinquantina di istituti di pena. I prigionieri non hanno nulla da perdere, tranne le loro catene. Così scrivono in una lettera di denuncia: "L'ergastolo è una pena che rende il nostro futuro uguale al passato, un passato che schiaccia il presente e toglie speranza al futuro. È una morte bevuta a sorsi. È una vittoria sulla morte perché è più forte della morte". Una punizione, quella del carcere a vita, che va ben oltre lo scopo dichiarato dalle istituzioni, quello cioè della pena come strumento per la rieducazione del condannato.
Dopo tre mesi la situazione non è cambiata. Alcuni detenuti che protestavano per la loro detenzione sono morti nelle loro celle, come accaduto nel penitenziario dell'Aquila ad un uomo iracheno arrestato per furto. O come l'ultimo episodio che arriva dal carcere di Foggia, dove Leonardo Di Modugno, un ragazzo di 25 anni di Bisceglie, si è suicidato dopo un anno in cella (era stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale e da allora i servi dello stato gli avevano reso la vita impossibile).
Oltre a lasciar marcire persone in cella, le carceri continuano paurosamente ad affollarsi e il numero di arrestati ad aumentare con una spaventosa media di 1000 persone al mese. Il risultato di uno stato di polizia che ha portato a nuovi investimenti finanziari sulla pelle delle sfruttate e degli sfruttati. Il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) ha recentemente stanziato 200 milioni di euro per la sostituzione di vecchi carceri e la creazione di nuove strutture, che porteranno nelle tasche degli imprenditori (con agevolazioni per investitori privati, come ha dichiarato il ministro dell'ingiustizia Alfano) nuova linfa speculativa e affaristica.
E' perciò evidente l'interesse economico, oltre che politico, che ruota intorno alla coercizione e alla gestione dei penitenziari. Per questo, durante la settimana di sciopero della fame per l'abolizione dell'ergastolo, che dal 9 al 15 marzo ha coinvolto le carceri del Lazio per poi concludersi a livello nazionale lunedì 16, la scorsa domenica 8 marzo e venerdì 11 marzo diversi gruppi e varie individualità anarchiche e antiautoritarie della capitale e non solo (compreso il Cafiero della federazione) hanno dato vita a due presidi nel parco regionale urbano di Aguzzano antistante all'edificio della sezione femminile del carcere di Rebibbia. Oltre a ribadire il sostegno alla lotta delle segregate e segregati e l'opposizione all'istituzione carceraria, è stato volutamente scelto di affrontare, in particolar modo, la condizione di oppressione riservata alle donne, laddove la propaganda securitaria vorrebbe mistificare la natura religiosa e patriarcale della violenza sulle donne e del loro sfruttamento, utilizzandole unicamente nel ruolo mediatico di vittime di feroci violentatori stranieri.
Delegare la propria autodifesa alla stessa autorità che è responsabile di ogni forma di prevaricazione e asservimento, non solo ci renderebbe complici della campagna xenofoba funzionale alla gestione autoritaria dei crescenti conflitti sociali, ma, soprattutto, ci impedirebbe di riconoscere che è la stessa autonomia e autodeterminazione delle donne a costituire uno dei principali obiettivi delle odierne ronde punitive contro i"rumeni stupratori". Insieme all'associazione di volontariato "A Roma Insieme", che da anni lavora nella sezione nido del carcere di Rebibbia, si è inoltre ricordato l'assurda reclusione di bambine e bambini insieme alle loro madri nel carcere (fino ad ora una trentina su una dozzina di posti previsti), in solidarietà con le detenute della sezione nido che, aderendo alla giornata di mobilitazione contro l'ergastolo dello scorso dicembre, avevano nuovamente denunciato questa odiosa forma di accanimento.
La condizione psicofisica di quei piccoli è allarmante. I primi tre anni di vita sono un periodo fondamentale nell'esistenza di ogni essere umano e loro sono costretti a vivere chiusi in un ambiente degradato, grigio, inadeguato rispetto alle loro esigenze di crescita.
"Qualche vetro rotto, scritte sul muro, vetrine spaccate e dicono che questo è violenzia. Violenzia è un carcere dove cercano di amazzarte tutti giorni. Violenzia è un giudice, uno sbirro, lo stato, il potere" (Maria Rosas Soledad)

RedRM

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