Come già raccontato nel n. 39 del 7 dicembre 2008, dal primo
dicembre dello scorso anno circa un migliaio di detenuti, tra
ergastolani e non, hanno ricominciato lo sciopero della fame per
l'abolizione dell'ergastolo in una cinquantina di istituti di pena. I
prigionieri non hanno nulla da perdere, tranne le loro catene.
Così scrivono in una lettera di denuncia: "L'ergastolo è
una pena che rende il nostro futuro uguale al passato, un passato che
schiaccia il presente e toglie speranza al futuro. È una morte
bevuta a sorsi. È una vittoria sulla morte perché
è più forte della morte". Una punizione, quella del
carcere a vita, che va ben oltre lo scopo dichiarato dalle istituzioni,
quello cioè della pena come strumento per la rieducazione del
condannato.
Dopo tre mesi la situazione non è cambiata. Alcuni detenuti che
protestavano per la loro detenzione sono morti nelle loro celle, come
accaduto nel penitenziario dell'Aquila ad un uomo iracheno arrestato
per furto. O come l'ultimo episodio che arriva dal carcere di Foggia,
dove Leonardo Di Modugno, un ragazzo di 25 anni di Bisceglie, si
è suicidato dopo un anno in cella (era stato arrestato per
resistenza a pubblico ufficiale e da allora i servi dello stato gli
avevano reso la vita impossibile).
Oltre a lasciar marcire persone in cella, le carceri continuano
paurosamente ad affollarsi e il numero di arrestati ad aumentare con
una spaventosa media di 1000 persone al mese. Il risultato di uno stato
di polizia che ha portato a nuovi investimenti finanziari sulla pelle
delle sfruttate e degli sfruttati. Il Cipe (Comitato interministeriale
per la programmazione economica) ha recentemente stanziato 200 milioni
di euro per la sostituzione di vecchi carceri e la creazione di nuove
strutture, che porteranno nelle tasche degli imprenditori (con
agevolazioni per investitori privati, come ha dichiarato il ministro
dell'ingiustizia Alfano) nuova linfa speculativa e affaristica.
E' perciò evidente l'interesse economico, oltre che politico,
che ruota intorno alla coercizione e alla gestione dei penitenziari.
Per questo, durante la settimana di sciopero della fame per
l'abolizione dell'ergastolo, che dal 9 al 15 marzo ha coinvolto le
carceri del Lazio per poi concludersi a livello nazionale lunedì
16, la scorsa domenica 8 marzo e venerdì 11 marzo diversi gruppi
e varie individualità anarchiche e antiautoritarie della
capitale e non solo (compreso il Cafiero della federazione) hanno dato
vita a due presidi nel parco regionale urbano di Aguzzano antistante
all'edificio della sezione femminile del carcere di Rebibbia. Oltre a
ribadire il sostegno alla lotta delle segregate e segregati e
l'opposizione all'istituzione carceraria, è stato volutamente
scelto di affrontare, in particolar modo, la condizione di oppressione
riservata alle donne, laddove la propaganda securitaria vorrebbe
mistificare la natura religiosa e patriarcale della violenza sulle
donne e del loro sfruttamento, utilizzandole unicamente nel ruolo
mediatico di vittime di feroci violentatori stranieri.
Delegare la propria autodifesa alla stessa autorità che è
responsabile di ogni forma di prevaricazione e asservimento, non solo
ci renderebbe complici della campagna xenofoba funzionale alla gestione
autoritaria dei crescenti conflitti sociali, ma, soprattutto, ci
impedirebbe di riconoscere che è la stessa autonomia e
autodeterminazione delle donne a costituire uno dei principali
obiettivi delle odierne ronde punitive contro i"rumeni stupratori".
Insieme all'associazione di volontariato "A Roma Insieme", che da anni
lavora nella sezione nido del carcere di Rebibbia, si è inoltre
ricordato l'assurda reclusione di bambine e bambini insieme alle loro
madri nel carcere (fino ad ora una trentina su una dozzina di posti
previsti), in solidarietà con le detenute della sezione nido
che, aderendo alla giornata di mobilitazione contro l'ergastolo dello
scorso dicembre, avevano nuovamente denunciato questa odiosa forma di
accanimento.
La condizione psicofisica di quei piccoli è allarmante. I primi
tre anni di vita sono un periodo fondamentale nell'esistenza di ogni
essere umano e loro sono costretti a vivere chiusi in un ambiente
degradato, grigio, inadeguato rispetto alle loro esigenze di crescita.
"Qualche vetro rotto, scritte sul muro, vetrine spaccate e dicono che
questo è violenzia. Violenzia è un carcere dove cercano
di amazzarte tutti giorni. Violenzia è un giudice, uno sbirro,
lo stato, il potere" (Maria Rosas Soledad)
RedRM