Come la storia insegna, quando la crisi economica assottiglia i
profitti e sconquassa la società, le classi dominanti calano la
maschera, ritirano le gentili concessioni che chiamano «garanzie
liberali» e mostrano il volto più spietato dell'esercizio
del potere. In Italia la crisi è appena cominciata, ma
già da tempo vi sono grandi manovre per manipolare la rabbia
sociale, reprimere ogni gesto di insubordinazione e far pagare la crisi
alle fasce meno garantite della società.
Anzitutto ai migranti: il Pacchetto Sicurezza in discussione alle
camere renderà la loro vita ancora più infernale,
criminalizzando l'immigrazione clandestina, negando il diritto alle
cure sanitarie, rendendo sempre più difficile e costoso ottenere
il permesso di soggiorno, e sempre più alto il rischio di finire
nei lager ora rinominati CIE (Centri di identificazione ed espulsione).
Intanto l'allarmismo «securitario» di amministratori,
giornalisti e politici di ogni colore alimenta un clima di xenofobia e
intolleranza ogni giorno peggiore, che trova il suo sfogo nelle ronde e
nello squadrismo. Ma il disciplinamento e l'intimidazione riguarda
tutti: disoccupazione, miseria, ricatti sul lavoro, mancanza di tutele,
e ora anche il risibile «sciopero virtuale» progettato dal
governo.
Invero, da qualche tempo la fascistizzazione dello spazio pubblico non
è più solo questione di macrostrutture, di autoritarismo
su larga scala, di tv e giornali, ma anche di provvedimenti minimi, di
divieti irragionevoli che servono a ribadire che «il potere
è il potere». Come nel film «Il dittatore dello
Stato libero di Bananas», quando Woody Allen, arrivato al potere
come dittatore, decreta che la lingua ufficiale è lo svedese e
le mutande vanno indossate sempre e solo sopra i pantaloni...
Recependo la direttiva Maroni, a Bologna un'ordinanza prefettizia ha
sospeso la «libertà di manifestare» in centro
durante il sabato e i giorni festivi. Anche nei giorni restanti le
manifestazioni non possono comunque sfilare davanti a luoghi di culto o
altri «obiettivi sensibili» decisi volta a volta in modo
discrezionale. Da un lato, secondo le autorità, le persone non
sono autorizzate a manifestare nelle più importanti piazze e
strade cittadine; ma dall'altro le sette liste elettorali di estrema
destra, con la scusa delle elezioni comunali, possono fare liberamente
banchetti razzisti e xenofobi nelle vie principali. Finora al potere
bastava il fascismo-razzismo-sessismo profuso attraverso televisioni e
giornali; oggi i neofascisti devono stare anche sul territorio, in
bella vista, e senza attriti. Mentre si sottrae la città ai
cittadini e ai lavoratori, la si regala d'autorità a gruppuscoli
neofascisti che, ben provvisti di denaro, istigano democraticamente
all'odio e all'intolleranza.
Nella «hit parade degli impresentabili» stilata dall'AAP
(http://assembleantifascistabologna.noblogs.org) troviamo ad esempio il
candidato di CasaPound, Pietro Paolo Lentini, che nel lontano 1969
frequentò il «Corso di aggiornamento del Msi per dirigenti
giovanili» assieme a Delfo Zorzi (imputato per le stragi di
Piazza Fontana e Piazza della Loggia) e Massimiliano Fachini (imputato
per numerosi attentati esplosivi e per la strage di Bologna del 2
agosto 1980). Oppure vi è don Giulio Tam, candidato da Forza
Nuova: gesuita, allievo del vescovo negazionista Richard Williamson,
don Tam dice messa «per Mussolini Duce d'Italia» e si
autodefinisce «crociato in lotta contro la decadenza, l'invasione
islamica e le trame dei perfidi giudei». Secondo Tam, «la
tonaca è semplicemente un camicia nera più lunga».
Così, è indubbiamente un segno positivo la riuscita
mobilitazione di sabato 21 Marzo «Per la libertà di
manifestazione e di sciopero». Essendo sabato, la manifestazione
non era autorizzata e le forze dell'ordine hanno cercato di chiuderla
nell'esiguo perimetro di piazza Nettuno. Ma i manifestanti hanno saputo
fuoriuscire dalle limitazioni, aggirando gli ostacoli, circondando i
cordoni di polizia in tenuta antisommossa, dimostrando concretamente
l'assurdità dell'ordinanza prefettizia. Una banda di tamburini
gialli guidava le danze. Alla fine un corteo di oltre mille persone ha
sfilato al grido unanime di «Libertà!
Libertà!» da piazza Nettuno lungo via Rizzoli, piazza
Ravegnana, via Zamboni fino a piazza Verdi. Oggi occorre rompere i
divieti, insieme con intelligenza e con determinazione. Bisogna
riaprire spazi di lotta affermando con i fatti che scioperi e
manifestazioni non si possono vietare. Ed è allora importante
sconfiggere la strategia istituzionale della paura e dell'intimidazione.
RedB