A cura della Commissione Lavoro della Federazione Anarchica Milanese
A riprova del fatto che in Francia i lavoratori siano ancora in
grado di decidere autonomamente cosa e come fare per difendersi, ecco
che il precedente caso della Sony France comincia a fare scuola.
25 marzo 2009, prime ore del mattino: siamo a Pithiviers, regione del
Loiret, nella sede della locale fabbrica 3M, dove si sta svolgendo da
ore una trattativa che verte sulla richiesta di pagamento delle ore di
sciopero, richiesta alla quale il direttore, Luc Rousselet, si oppone,
definendola una "ingiustizia" nei confronti di coloro che invece hanno
lavorato. Da notare che la fabbrica è in sciopero a tempo
indeterminato sin dal giorno 20 per opporsi a una ristrutturazione che
eliminirebbe 110 posti di lavoro su 235, a fronte di una
indennità per chi viene licenziato considerata irrisoria.
I lavoratori chiedono invece garanzie certe per chi resta al lavoro e
una indennità di mobilità per 24 mesi per chi perde il
posto di lavoro. Giunti alle 3 del mattino, quando le trattative
vengono interrotte senza che si sia arrivati a un minimo accordo, i
lavoratori decidono di "trattenere" a tempo inderminato monsieur
Rousselet nel suo ufficio e dichiarano: "Se dobbiamo fare come alla
Sony, lo faremo, non abbiamo nulla da perdere! Se la 3M vuole
ristrutturare, allora deve pagare".
L'ospitalità di cui ha goduto controvoglia il Signor Rousselet
è infine terminata nella nottata tra il 25 ed il 26 marzo,
dopo che la 3M ha firmato un protocollo con il quale si impegna a farsi
carico di tutte le conseguenze sociali della ristrutturazione, compreso
il ricollocamento dei licenziati, mediante un aumento significativo del
proprio apporto finanziario.
La decisione della direzione della Comdata, società torinese
specializzata nella cosiddetta "Information Technology" e nel settore
del customer care, di procedere ad una pesante ristrutturazione con
conseguenti tagli del personale nelle varie sedi (Torino, Ivrea, Asti,
Genova, La Spezia, Scarmagno e Milano) è stata oggetto il 23
marzo di uno sciopero dei lavoratori dell'intero gruppo, che ha
coinvolto le varie sedi con una partecipazione molto alta. E'
importante prima di tutto sottolineare come questa ristrutturazione non
sia causata dalle difficoltà della crisi economica, dato che
l'azienda in questione gode di ottima salute. Anzi, proprio
perchè la Comdata naviga a gonfie vele, si appresta a
consolidare il suo posizionamento nel settore nel quale opera, magari
puntando anche ad una diversificazione degli investimenti. Il problema
è che a fare le spese di questo "salto di qualità"
dovrebbero essere circa 1.500 lavoratori!
Sono stati organizzati presidi dalla FLMUniti Cub a Torino e dai Cobas
ad Ivrea. A Torino si è svolto un riuscito presidio davanti alla
sede della Comdata, nonostante il tentativo da parte della direzione di
mettere i bastoni tra le ruote sia mediante il transennamento di una
porzione della strada, sia posizionando due furgoni in posizione
strategica davanti all'entrata. Tentativo non riuscito in quanto i
lavoratori hanno, a loro volta, parcheggiato un auto bloccando la
manovra. Il presidio si è poi trasferito davanti alla sede della
Regione Piemonte. Lo sciopero è da considerarsi ben riuscito
soprattutto considerando l'elevata partecipazione dei lavoratori
precari, che nella sede di Torino rappresentano circa il 60 per cento
della forza lavoro.
Nota divertente: la polizia locale ha multato l'azienda per il
transennamento abusivo e per la vicenda dei due furgoni e l'ha
denunciata per occupazione abusiva di suolo pubblico.
Durante lo sciopero promosso nella giornata del 13 marzo dai Cobas
Lavoro Privato e FLMUniti CUB è stata organizzata una
manifestazione nazionale di protesta dei lavoratori della Telecom
davanti alla sede della direzione generale del gruppo a Roma, in Corso
Italia, L'iniziativa di lotta è stata indetta contro i tagli
previsti dal piano 2009-2011, presentato lo scorso dicembre
dall'amministratore delegato dell'azienda Franco Barnabè.
Telecom prevede una riduzione di circa 4.300 persone, che si vanno ad
aggiungere ai 5.000 che sono stati mandati in mobilità con un
accordo sottoscritto a settembre del 2008. "I lavoratori non ci stanno
a subire questo ulteriore taglio di personale, che si facciano
investimenti seri sulla telefonia in Italia e ci si occupi un po' meno
di questioni finanziarie". Lo ha detto Alessandro Pullara, Cobas
Telecom. Marina Buggero, Rsu Cobas Telecom, aggiunge: "Noi non siamo
disposti a rinunciare a nulla, perché tutti i lavoratori e le
lavoratrici di Telecom Italia hanno duramente sofferto in questi ultimi
dieci anni; c'è stata un'azienda che è stata
letteralmente spolpata, saccheggiata: era un bene pubblico, una
ricchezza per tutto il paese. Sarebbe opportuno tagliare gli stipendi
dei nostri cari dirigenti e del consiglio di amministrazione, oltre le
buone uscite degli ex, che pesano il 25% del costo del lavoro. Invece
di accanirsi verso il lavoratori, i cui stipendi non consentono di
arrivare alla fine del mese".
Con ordinanza depositata il 25 marzo si chiede il reintegro in
fabbrica degli altri tre degli otto licenziati (all'epoca dipendenti
TNT, poi DHL – oggi il ramo d'azienda è stato rilevato di nuovo
dalla Fiat). I licenziamenti sono stati una rappresaglia per ciò
che avvenne all'assemblea di 'San Valentino' del 2006, tenutasi nello
stabilimento di Pomigliano D'Arco, quando migliaia di lavoratori, con
lo Slai Cobas, contestarono vivacemente Fiom – Fim – Uilm –
Fismic per la "stipula del contratto bidone dei metalmeccanici".
Successivamente la Fiat deportò dallo stabilimento di Pomigliano
al reparto-confino di Nola 316 lavoratori tra attivisti sindacali e
ammalati, di cui 137 militanti dello Slai Cobas: "L'illecita operazione
di 'depurazione sindacale' fu sottoscritta tra Fiat e Fiom – Fim – Uilm
– Fismic all'unico scopo di eliminare l'opposizione interna per dare il
via all'accordo sul 'piano Marchionne'. Accordo che oggi sta portando
alla chiusura della fabbrica".
È stato indetta il 19 marzo una giornata di sciopero dei
lavoratori della Bang e Olufsen, con presidio davanti alla sede
milanese, contro il licenziamento di 13 dei 19 dipendenti. La filiale
italiana di Bang e Olufsen, azienda di dispositivi elettronici audio e
video, oltre a cellulari, telefonia per auto e digital media di alto
livello, riduce a sei i propri lavoratori. "Quando in una filiale si
licenzia oltre il 68% dei dipendenti è abbastanza evidente che
si voglia chiudere definitivamente i battenti", questa la convinzione
espressa dai dipendenti. Promotori dell'agitazione i lavoratori della
Flaica-CUB e Filcams-CGIL che si sono opposti al provvedimento
chiedendo il ritiro immediato dei licenziamenti. Finora l'azienda non
ha dato una risposta e le trattative sono ancora in corso.
Anche la mobilitazione.
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