Michele, per noi tutti Michele la scopa, lo conoscevo da quasi 40
anni. Militante di L.C. "duro e puro" fino allo scioglimento di Rimini,
si era ritrovato un cane sciolto del "movimento", dividendo i suoi
interessi tra la politica, il fumo ed il reggae. Quando mi prestava la
sua copia del quotidiano LC esigeva che non ne fosse sgualcita la
piega, ne aveva un archivio a casa. Poi, una sorta di metamorfosi
esistenziale ce lo aveva restituito, insieme a non pochi altri, ad una
dimensione sgombra dai pregiudizi ideologici. Michele la scopa
era un "tipo" che non si poteva non notare: bassino, occhiali fondi di
bottiglia, capelli lunghi riccioluti sempre scomposti e arruffati, un
poco ingobbito, trasandato nel vestire, rappresentava anche fisicamente
l'altro, il deviante, il marginale. Aveva poco più di
cinquant'anni ed era in forte credito con la vita o, almeno, con quello
che molti di noi reputiamo la vita ci debba. Con il lavoro aveva un
vero e proprio rifiuto (sono mitici i contrasti con i medici compagni
che si stancavano di rilasciargli certificati), non credo abbia mai
avuto altro mezzo che le proprie gambe e queste cose, insieme a molte
altre, facevano di lui uno "sfigato", snobbato anche da molti compagni.
Negli ultimi anni, credo almeno da una quindicina, si era
avvicinato all'anarchia e ne aveva interpretato gli aspetti che meglio
si legavano alla sua personalità: istintivo, irriverente,
graffiante, urlante, irriducibile, refrattario. Sono ormai più
di vent'anni che non vivo a Molfetta, ma mi è capitato
divederlo, in qualche manifestazione, di sentirlo insultare
apertamente, in faccia, sindaci e politici. Il suo ambiente politico di
riferimento era quello dei "nuovi" anarchici, ragazzi e giovani dei
centri sociali, tra i quali si ritrovava benissimo nonostante il
divario anagrafico. Aveva delle remore, invece, nei confronti degli
anarchici "storici", ormai "normalizzati" tra lavoro, casa, famiglia,
mutuo auto e vacanze. Aveva una grande socievolezza che era
l'espressione di una grande voglia di vivere e di cercare in terra
almeno qualche briciola di felicità. L'ultima volta l'ho visto
al 25 aprile del'anno scorso quando, con i compagni delle "Macerie" e i
neo extraparlamentari aveva organizzato una manifestazione
alternativa a quella del sindaco, senatore di Forza Italia, e che
quarant'anni fa con Michele e lotta continua, e noi del gruppo
comunista anarchico, esponente del Manifesto Pdup, rappresentava la
scommessa di un mondo nuovo. Michele la scopa non era un teorico
né uno stratega, si muoveva sopra un suo particolare piano di
umana simpatia e irriverenza verso tutto e tutti. Ho due immagini di
lui che mi si affacciano più prepotenti alla memoria: il suo
ghigno irritante e corrosivo mentre grida "Vaccac!" (vai a cagare) e la
"pietas" della sua sciarpa rossa messa dentro la bara di un compagno
morto di incidente stradale in un gennaio di quasi trent'anni fa. Spero
che qualcuno la metta anche a te, Michele, e che la mettano dei colori
giusti. Statt' 'bbune M'ché.
Antonio S.