Nella serata di venerdì 10 aprile alcune compagne e compagni
hanno occupato un nuovo spazio sociale anarchico/libertario a Modena.
Lo stabile è un ex caseificio in strada San Martino a San
Martino di Mugnano, alla periferia sud di Modena (strada per
Maranello-Abetone).
I compagni sono arrivati alla decisione di occupare un nuovo stabile
dopo che la giunta di sinistra con a capo il sindaco Pighi aveva
sgomberato il Libera nell'agosto dello scorso anno con la scusa di
dover incominciare i lavori per la costruzione del nuovo autodromo,
senza avere ancora tutte le autorizzazioni, quando da subito è
sempre stato chiaro a tutti che la mossa intrapresa aveva interessi
politici ed economici speculativi. Motivazioni ancora più palesi
oggi in quanto dopo otto mesi, nelle zone che ospitavano il vecchio
spazio, non sono ancora incominciati i lavori.
Sabato 11 aprile alle ore 16, come annunciato da tempo, si è
svolta la manifestazione per le strade del centro città. Vi anno
partecipato poco meno di un migliaio di persone, in gran parte
anarchici della regione con qualche delegazione toscana, milanese e
piemontese.
Colorito e rumoroso come d'uso il corteo con camion che apriva la
sfilata sul cui cassone si sono alternati tre gruppi musicali; e dal
cui microfono è stata informata la cittadinanza dei motivi della
manifestazione e dell'avvenuta occupazione. Alla fine della
manifestazione un centinaio di compagne e compagni hanno raggiunto lo
stabile dove continuavano, oltre la sorveglianza, anche i lavori di
riassetto del posto.
Nella serata concerti che hanno continuato la tre giorni di iniziative
di controinformazione e di lotta lanciati dagli anarchici modenesi.
Riportiamo un comunicato diffuso dagli occupanti:
«L'autogestione è inarrestabile»
Inarrestabile perché si nutre di desideri, sogni, idee, progettualità di individui liberi.
In autogestione abbiamo occupato questo spazio dando una risposta alle
esigenze e alle volontà di centinaia di persone che sono subito
accorse per condividere questo percorso.
Da un lato le istituzioni controllano il territorio con la logica delle
spartizioni politiche, dall'altro la cultura e i luoghi di aggregazione
sono sempre più soggetti a dinamiche di tipo commerciale.
Ma non possiamo pensare che la socialità e la vivibilità di un territorio si possano esaurire in queste risposte.
Lo hanno dimostrato le centinaia di persone che hanno attraversato in
questi giorni questo spazio liberato legittimando con la loro presenza
questo percorso, infischiandosene se lo spazio fosse di
proprietà pubblica o privata. In una società realmente
liberata il diritto di proprietà non può scavalcare il
rispetto del territorio come bene comune. Ogni luogo abbandonato, sia
pubblico che privato, è uno spazio sottratto alle possibili
progettualità di una comunità.
Lo spazio che abbiamo occupato è inutilizzato da circa 15 anni e
non ci risulta che su quest'area ci sia da parte del proprietario
nessun progetto immediato. Se fosse così questo posto resterebbe
abbandonato per chissà quanto altro tempo ancora, cosa che
risulta negativa alle persone che abitano qui attorno, che si sono
invece mostrate solidali e contente della una nuova vitalità che
ha riconquistato lo spazio.
Già tante realtà sociali, culturali e artistiche che non
hanno trovato risposta da parte delle amministrazioni per poter
autogestire le proprie attività, si sono rese disponibili per
condividere con noi questo percorso.
Per questo continuiamo a ribadire che il processo dell'autogestione
è inarrestabile e facciamo quindi appello alle forze sociali di
questa città per l'apertura di un tavolo di confronto con la
proprietà. Un tavolo dove una figura super partes faccia da
garante per un dialogo costruttivo. Sarebbe un grave errore rispondere
sempre con gli sgomberi a un'esigenza così forte e diffusa.
Gli/le occupanti dell'ex caseificio di San Martino di Mugnano.>>
L'area occupata è assai vasta; oltre alla palazzina centrale che
fungeva da uffici, vi sono due capannoni laterali (ex magazzini e
laboratori) un capannone sul retro e due porcilaie. Ampio il parco che
delimita la zona.
Fino al 1989 questo stabile ospitava una cooperativa di produttori di
latte che conferivano i loro prodotti e condividevano i frutti della
commercializzazione casearia. Come spesso avviene queste forme di
cooperazione di base e popolare hanno visto il loro fallimento sul
piano economico-capitalista schiacciate più dalla politica dei
fondi comunitari che non dal mercato. Oggi quello stabile torna ad
essere utile per sviluppare autogestione, cooperazione sociale,
partecipazione popolare.
In questi mesi, dopo che il casolare di Marzaglia era stato raso al
suolo, gli anarchici modenesi non sono stati con le mani conserte;
innumerevoli le iniziative sia di piazza che presso spazi sociali
solidali con la lotta di Libera. La data del 10 e 11 aprile 2009 lo
stanno a testimoniare.
Anche a Libera, come in molti altri spazi di varie città,
è attivo un punto di raccolta del materiale da destinare
al Campo di Fossa in Abruzzo. Libera é aperta 24 ore su 24. Il
materiale verrà inviato in base alle esigenze del Campo con cui
i compagni sono costantemente in contatto. Che Libera viva!
WS
L'ultima notizia è del 6 aprile. Dal CIE di Torino provano a
fuggire in 20: in quattro conquistano la libertà ma vengono
subito ripresi. Per tutti una buona dose di botte: cinque sono
arrestati per resistenza.
La notte precedente era scoppiata una rivolta al CIE di via Corelli a
Milano: i reclusi salgono sul tetto per protestare contro il
prolungamento della detenzione da due a sei mesi. La polizia li tira
giù a bastonate poi entra nelle camerate e picchia ancora.
Giù con i manganelli, i calci dei fucili e gli sparalacrimogeni.
Una drammatica testimonianza viene trasmessa in diretta da Radio
Blackout di Torino.
La lunga resistenza contro le nuove leggi razziste, cominciata con il
rogo del CIE di Lampedusa, andato a fuoco durante la rivolta dei
reclusi a febbraio, continua e si estende.
Nella serata del 6 aprile un folto gruppo di antirazzisti si reca al
CIE per un rapido e rumoroso saluto ai prigionieri in lotta:
mortaretti, battitura di ferri, grida e interventi dal megafono. Una
scritta vergata al volo sul muro: "evasione!" Poi via di corsa. Buona
parte degli antirazzisti si allontana indisturbata, quattro sono
intercettati dalla polizia e fermati per un paio d'ore, una è
condotta in questura con un pretesto e liberata dopo un'altra mezz'ora.
Il giorno successivo, martedì 7 aprile, la FAI torinese tiene un
punto info nella centrale via Po: è una buona occasione per
diffondere le ultime notizie sulle lotte, le evasioni, la repressione,
le rivolte nei CIE di Torino, Milano, Gradisca.
Mercoledì 8 aprile diversi antirazzisti sono di fronte alla Ilte
di Moncalieri in solidarietà ai lavoratori ex CGS in lotta per
il lavoro e per il salario. Qui al telefono antirazzista arriva dai
detenuti nel CIE di Torino la buona notizia che dal lager di Gorizia
sono scappati in 28. Poco dopo si viene a sapere che il parlamento ha
bocciato le ronde e il prolungamento della detenzione nelle prigioni
per immigrati.
Il giorno dopo, giovedì 9 aprile, si svolge un presidio
antirazzista davanti al CIE di corso Brunelleschi. Forte, dai due lati
del muro della vergogna, la consapevolezza che la lotta autogestita
degli immigrati ha finalmente segnato un punto. Un motivo in più
per andare avanti, sapendo che l'obiettivo finale è la
distruzione di tutti i CIE.
R. Em.
Nella notte fra il 7 e l'8 aprile 28 migranti fuggono dal CIE
(Centro di Identificazione ed Espulsione) di Gradisca. Sono stanchi
delle continue intimidazioni, minacce e pestaggi da parte della
polizia, ma soprattutto hanno fame di liberà. Una libertà
negata da muri e filo spinato, da sbarre e manganelli. Dei 28
fuggitivi, alcuni vengono presi dalla polizia nei dintorni del centro.
In tre vengono ricondotti nel centro; uno di loro ha una gamba
spezzata, forse per una brutta caduta o forse per l'intervento di un
agente, non si può saperlo. Ma è certo che dopo essere
stati ricondotti all'interno del CIE coloro che avevano provato a
fuggire sono stati bastonati dalle guardie di sorveglianza e chiusi
nelle celle. Altri, forse 5 o 6, sono stati portati in carcere. Molti
altri hanno fatto perdere le proprie tracce e la libertà se la
sono ripresi da soli. La situazione è insopportabile, molti dei
migranti detenuti sono nel centro da più di due mesi, per
effetto del "decreto sicurezza" che innalza a 6 mesi la permanenza
massima. Anche per questo sono in sciopero della fame (insieme ai
migranti nei CIE di Torino, Milano e Bologna), che portano avanti per
quattro giorni. Poi la camera dei deputati l'8 aprile boccia questa
norma e si riaccende una speranza: se tutto va bene molti
migranti saranno presto liberati, anche se contemporaneamente molti
altri verranno rinchiusi, ed è per loro che lotta antirazzista
va continuata ed estesa.
Di seguito il comunicato dell'Osservatorio sul Cpt
Qui ci chiamano per numero
"Da quattro giorni i migranti detenuti all'interno del Centro di
Espulsione di Gradisca sono in sciopero della fame. Uno sciopero,
coordinato con altri centri di espulsione italiani, contro il decreto
legge, in fase di approvazione, che prolungherebbe il tempo di
detenzione a sei mesi.
Ieri non si è raggiunta la maggioranza in Parlamento proprio sul
prolungamento della detenzione, nonostante ciò lo sciopero
continua perché la partita non è chiusa e al di là
del tempo della detenzione, la situazione all'interno dei Centri
è pesante.
Più volte i migranti del CIE di Gradisca hanno chiesto di poter
parlare con dei giornalisti per dar voce alla loro protesta, ma gli
è stato negato.
L'Osservatorio sul Cpt ha raccolto la voce di uno dei detenuti che
racconta una netta discriminazione all'interno del centro tra i nord
africani e gli altri; ai nord africani viene applicato il prolungamento
della detenzione, "Siamo isolati e ci chiamano per numero. Negli ultimi
mesi ci sono stati momenti di tensione e la polizia è
intervenuta picchiando e lanciando gas lacrimogeni.
Oggi (8 aprile), dopo la fuga di più di venti persone, la
polizia ha perquisito tutto. Non possiamo accedere alla mensa per
mangiare, ci passano il cibo sotto la porta nelle stanze; da
quindici giorni non possiamo neanche accedere al campo per l'aria.
Siamo in gabbia. Non c'è nessuna attività di nessun tipo.
Ci sono persone che stanno male e hanno chiesto visite approfondite o
analisi, ma vengono negate. Non abbiamo mai ricevuto visite esterne di
politici o giornalisti"
Queste sono le storie, oltre alle singole storie personali, che
andrebbero raccolte e diffuse, e non chiedere agli abitanti di
Gradisca di inventarsi storielle per capire che visione hanno degli
immigrati. La visione è quella di persone arrampicate sui tetti,
pronte a spaccarsi collo e gambe per scappare da quello che vivono
all'interno."
Osservatorio sul Cpt - FVG
9 aprile 2009
Per gli aggiornamenti: www.info-action.info
Raffaele
Scritte all'assessorato alla cultura
Alcuni antifascisti, la sera del 9 aprile, hanno scritto all'assessore
Alfieri. La lettera era breve ed è comparsa sui muri
dell'Assessorato alla cultura in via S. Francesco da Paola 3: "25
aprile. La Resistenza non è in vendita".
Il 25 aprile quest'anno cade di sabato. I gestori delle catene di
supermercati Pam, Lidl e Zena scrivono in comune pretendendo che i
negozi restino aperti. Gli affari sono affari e chissenefrega del 25
aprile. L'assessore alla cultura, Fiorenzo Alfieri, si schiera subito
con i bottegai: in quei giorni c'è la "biennale della
democrazia" e i turisti devono poter gustare a fondo la democrazia. E
cosa c'è di più sano, di più democratico, di
più libero dello shopping?
In questi tempi di revisionismo, di vie titolate a fascisti e aguzzini,
di leggi razziste, di bus separati, di prigioni per stranieri, di
stragi nei mari i negozi aperti il 25 aprile possono parere una
bazzecola.
Eppure, se ci pensate bene, quando i bottegai pretendono di modellare
la vita civile, quando l'assessore alla "cultura" si schiera con i
bottegai, quando il ritmo delle merce disegna le relazioni sociali sono
tempi grami, tempi di follia e di barbarie. Tempi che puzzano di
fascismo.
C'è chi cerca di mutare di segno alla lotta partigiana e chi, più semplicemente, vuole cancellarne la memoria.
Quando la sinistra non meno della destra equipara vittime e aguzzini,
parla di riconciliazione nazionale, di chiusura di un'epoca, di fatto
riabilita il fascismo, mettendo sullo stesso piano chi combatté
per la libertà e la giustizia sociale e chi si schierò
con la dittatura, l'oppressione, lo sfruttamento, la discriminazione.
La destra vorrebbe che il 25 aprile fosse abolito dal calendario, la
sinistra lo annulla facendone una delle tante giostre nel luna park del
business.
Ma c'è chi non dimentica, c'è chi resta orgogliosamente di parte. Partigiano. Partigiano della libertà.
Ecco le foto scattate da un reporter di passaggio: http://piemonte.indymedia.org/article/4659
R. Em.
L'autogestione di fabbriche e campi è stato il tema centrale
della seconda serata sulla rivoluzione spagnola organizzata dalla FAI
torinese in occasione dei 70 anni dalla sua tragica conclusione.
Mercoledì 8 aprile sono stati proiettati due video: alcune
interviste a protagonisti delle comunità agricole di Aragona,
realizzati dal Paolo Gobetti per l'Archivio Cinematografico della
Resistenza, e "Vivir la Utopia", documentario spagnolo di ampio
respiro, sottotitolato in italiano.
E' stata un'occasione importante per far conoscere un'esperienza ancora
oggi in buona parte sconosciuta. Ne è seguito un dibattito a
tratti molto intenso e coinvolgente, che si è snodato intorno ai
temi dell'organizzazione, della gestione di strutture complesse, del
federalismo dal basso, della sperimentazione continua come orizzonte
imprescindibile di un ambito sociale di segno libertario.
R. Em
Riceviamo e pubblichiamo un
comunicato del Comitato di solidarietà 23 ottobre in merito
all'apertura del processo che vede coinvolti quattro compagni di
Spoleto, arrestati nell'autunno 2007, "colpevoli di essere anarchici,
accusati di terrorismo".
L'avvocatura dello Stato non si costituisce parte civile, la Lorenzetti
si, anche per il capo A, il reato di associazione eversiva.
L'avvocatura dello Stato non si è fatta vedere, gli avvocati
della Lorenzetti si. E' questa l'annotazione più interessante
della prima udienza che ci giunge dal tribunale di Terni. La Lorenzetti
interpreta la parte dello Stato e si fa Stato più dello Stato.
Che altro dire se non che i fatti rappresentano un utilizzo politico
evidente della vicenda? Se questo sia più utile all'accusa o
alla politica regionale non sappiamo, quello che sappiamo è che
è utile a entrambi, che così si sostengono reciprocamente
e prolungano la loro partita.
Al politico a cui conviene dare l'immagine di essere sotto attacco
terrorista, è difficile far capire che non fa certo una bella
figura continuare a utilizzare quattro ragazzi per evocare quello che
nessuno ha visto per il semplice fatto che non c'è.
Per il resto una udienza dai caratteri preliminari, con lo smaltimento di una consistente parte della documentazione presentata.
Dalle nove un presidio del Comitato 23 Ottobre e dei Cobas sotto il
Tribunale ha ricordato l'operazione Brushwood, il ruolo dei Ros e del
potere politico regionale nella vicenda, l'ingiusta carcerazione dei
ragazzi spoletini, la ridicola accusa di associazione terrorista.
(notizie su Brushwood su: comitato23ottobre.com e su: liberatemichele.blogspot.com)
Comitato 23 ottobre