Umanità Nova, n.15 del 19 aprile 2009, anno 89

informAzione


Modena. Liberà c'è

Nella serata di venerdì 10 aprile alcune compagne e compagni hanno occupato un nuovo spazio sociale anarchico/libertario a Modena. Lo stabile è un ex caseificio in strada San Martino a San Martino di Mugnano, alla periferia sud di Modena (strada per Maranello-Abetone).
I compagni sono arrivati alla decisione di occupare un nuovo stabile dopo che la giunta di sinistra con a capo il sindaco Pighi aveva sgomberato il Libera nell'agosto dello scorso anno con la scusa di dover incominciare i lavori per la costruzione del nuovo autodromo, senza avere ancora tutte le autorizzazioni, quando da subito è sempre stato chiaro a tutti che la mossa intrapresa aveva interessi politici ed economici speculativi. Motivazioni ancora più palesi oggi in quanto dopo otto mesi, nelle zone che ospitavano il vecchio spazio, non sono ancora incominciati i lavori.
Sabato 11 aprile alle ore 16, come annunciato da tempo, si è svolta la manifestazione per le strade del centro città. Vi anno partecipato poco meno di un migliaio di persone, in gran parte anarchici della regione con qualche delegazione toscana, milanese e piemontese.
Colorito e rumoroso come d'uso il corteo con camion che apriva la sfilata sul cui cassone si sono alternati tre gruppi musicali; e dal cui microfono è stata informata la cittadinanza dei motivi della manifestazione e dell'avvenuta occupazione. Alla fine della manifestazione un centinaio di compagne e compagni hanno raggiunto lo stabile dove continuavano, oltre la sorveglianza, anche i lavori di riassetto del posto.
Nella serata concerti che hanno continuato la tre giorni di iniziative di controinformazione e di lotta lanciati dagli anarchici modenesi.
Riportiamo un comunicato diffuso dagli occupanti:
«L'autogestione è inarrestabile»
Inarrestabile perché si nutre di desideri, sogni, idee, progettualità di individui liberi.
In autogestione abbiamo occupato questo spazio dando una risposta alle esigenze e alle volontà di centinaia di persone che sono subito accorse per condividere questo percorso.
Da un lato le istituzioni controllano il territorio con la logica delle spartizioni politiche, dall'altro la cultura e i luoghi di aggregazione sono sempre più soggetti a dinamiche di tipo commerciale.
Ma non possiamo pensare che la socialità e la vivibilità di un territorio si possano esaurire in queste risposte.
Lo hanno dimostrato le centinaia di persone che hanno attraversato in questi giorni questo spazio liberato legittimando con la loro presenza questo percorso, infischiandosene se lo spazio fosse di proprietà pubblica o privata. In una società realmente liberata il diritto di proprietà non può scavalcare il rispetto del territorio come bene comune. Ogni luogo abbandonato, sia pubblico che privato, è uno spazio sottratto alle possibili progettualità di una comunità.
Lo spazio che abbiamo occupato è inutilizzato da circa 15 anni e non ci risulta che su quest'area ci sia da parte del proprietario nessun progetto immediato. Se fosse così questo posto resterebbe abbandonato per chissà quanto altro tempo ancora, cosa che risulta negativa alle persone che abitano qui attorno, che si sono invece mostrate solidali e contente della una nuova vitalità che ha riconquistato lo spazio.
Già tante realtà sociali, culturali e artistiche che non hanno trovato risposta da parte delle amministrazioni per poter autogestire le proprie attività, si sono rese disponibili per condividere con noi questo percorso.
Per questo continuiamo a ribadire che il processo dell'autogestione è inarrestabile e facciamo quindi appello alle forze sociali di questa città per l'apertura di un tavolo di confronto con la proprietà. Un tavolo dove una figura super partes faccia da garante per un dialogo costruttivo. Sarebbe un grave errore rispondere sempre con gli sgomberi a un'esigenza così forte e diffusa.
Gli/le occupanti dell'ex caseificio di San Martino di Mugnano.>>

L'area occupata è assai vasta; oltre alla palazzina centrale che fungeva da uffici, vi sono due capannoni laterali (ex magazzini e laboratori) un capannone sul retro e due porcilaie. Ampio il parco che delimita la zona.
Fino al 1989 questo stabile ospitava una cooperativa di produttori di latte che conferivano i loro prodotti e condividevano i frutti della commercializzazione casearia. Come spesso avviene queste forme di cooperazione di base e popolare hanno visto il loro fallimento sul piano economico-capitalista schiacciate più dalla politica dei fondi comunitari che non dal mercato. Oggi quello stabile torna ad essere utile per sviluppare autogestione, cooperazione sociale, partecipazione popolare.
In questi mesi, dopo che il casolare di Marzaglia era stato raso al suolo, gli anarchici modenesi non sono stati con le mani conserte; innumerevoli le iniziative sia di piazza che presso spazi sociali solidali con la lotta di Libera. La data del 10 e 11 aprile 2009 lo stanno a testimoniare.
Anche a Libera, come in molti altri spazi di varie città, è  attivo un punto di raccolta del materiale da destinare al Campo di Fossa in Abruzzo. Libera é aperta 24 ore su 24. Il materiale verrà inviato in base alle esigenze del Campo con cui i compagni sono costantemente in contatto. Che Libera viva!

WS

Torino. Fughe, arresti e pestaggi al CIE

L'ultima notizia è del 6 aprile. Dal CIE di Torino provano a fuggire in 20: in quattro conquistano la libertà ma vengono subito ripresi. Per tutti una buona dose di botte: cinque sono arrestati per resistenza.
La notte precedente era scoppiata una rivolta al CIE di via Corelli a Milano: i reclusi salgono sul tetto per protestare contro il prolungamento della detenzione da due a sei mesi. La polizia li tira giù a bastonate poi entra nelle camerate e picchia ancora. Giù con i manganelli, i calci dei fucili e gli sparalacrimogeni. Una drammatica testimonianza viene trasmessa in diretta da Radio Blackout di Torino.
La lunga resistenza contro le nuove leggi razziste, cominciata con il rogo del CIE di Lampedusa, andato a fuoco durante la rivolta dei reclusi a febbraio, continua e si estende.
Nella serata del 6 aprile un folto gruppo di antirazzisti si reca al CIE per un rapido e rumoroso saluto ai prigionieri in lotta: mortaretti, battitura di ferri, grida e interventi dal megafono. Una scritta vergata al volo sul muro: "evasione!" Poi via di corsa. Buona parte degli antirazzisti si allontana indisturbata, quattro sono intercettati dalla polizia e fermati per un paio d'ore, una è condotta in questura con un pretesto e liberata dopo un'altra mezz'ora.
Il giorno successivo, martedì 7 aprile, la FAI torinese tiene un punto info nella centrale via Po: è una buona occasione per diffondere le ultime notizie sulle lotte, le evasioni, la repressione, le rivolte nei CIE di Torino, Milano, Gradisca.
Mercoledì 8 aprile diversi antirazzisti sono di fronte alla Ilte di Moncalieri in solidarietà ai lavoratori ex CGS in lotta per il lavoro e per il salario. Qui al telefono antirazzista arriva dai detenuti nel CIE di Torino la buona notizia che dal lager di Gorizia sono scappati in 28. Poco dopo si viene a sapere che il parlamento ha bocciato le ronde e il prolungamento della detenzione nelle prigioni per immigrati.
Il giorno dopo, giovedì 9 aprile, si svolge un presidio antirazzista davanti al CIE di corso Brunelleschi. Forte, dai due lati del muro della vergogna, la consapevolezza che la lotta autogestita degli immigrati ha finalmente segnato un punto. Un motivo in più per andare avanti, sapendo che l'obiettivo finale è la distruzione di tutti i CIE.

R. Em.

Gradisca d'Isonzo. Sciopero della fame e fuga di massa

Nella notte fra il 7 e l'8 aprile 28 migranti fuggono dal CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) di Gradisca. Sono stanchi delle continue intimidazioni, minacce e pestaggi da parte della polizia, ma soprattutto hanno fame di liberà. Una libertà negata da muri e filo spinato, da sbarre e manganelli. Dei 28 fuggitivi, alcuni vengono presi dalla polizia nei dintorni del centro. In tre vengono ricondotti nel centro; uno di loro ha una gamba spezzata, forse per una brutta caduta o forse per l'intervento di un agente, non si può saperlo. Ma è certo che dopo essere stati ricondotti all'interno del CIE coloro che avevano provato a fuggire sono stati bastonati dalle guardie di sorveglianza e chiusi nelle celle. Altri, forse 5 o 6, sono stati portati in carcere. Molti altri hanno fatto perdere le proprie tracce e la libertà se la sono ripresi da soli. La situazione è insopportabile, molti dei migranti detenuti sono nel centro da più di due mesi, per effetto del "decreto sicurezza" che innalza a 6 mesi la permanenza massima. Anche per questo sono in sciopero della fame (insieme ai migranti nei CIE di Torino, Milano e Bologna), che portano avanti per quattro giorni. Poi la camera dei deputati l'8 aprile boccia questa norma e si riaccende una speranza: se tutto va bene  molti migranti saranno presto liberati, anche se contemporaneamente molti altri verranno rinchiusi, ed è per loro che lotta antirazzista va continuata ed estesa.

Di seguito il comunicato dell'Osservatorio sul Cpt

Qui ci chiamano per numero
"Da quattro giorni i migranti detenuti all'interno del Centro di Espulsione di Gradisca sono in sciopero della fame. Uno sciopero, coordinato con altri centri di espulsione italiani, contro il decreto legge, in fase di approvazione, che prolungherebbe il tempo di detenzione a sei mesi.
Ieri non si è raggiunta la maggioranza in Parlamento proprio sul prolungamento della detenzione, nonostante ciò lo sciopero continua perché la partita non è chiusa e al di là del tempo della detenzione, la situazione all'interno dei Centri è pesante.
Più volte i migranti del CIE di Gradisca hanno chiesto di poter parlare con dei giornalisti per dar voce alla loro protesta, ma gli è stato negato.
L'Osservatorio sul Cpt ha raccolto la voce di uno dei detenuti che racconta una netta discriminazione all'interno del centro tra i nord africani e gli altri; ai nord africani viene applicato il prolungamento della detenzione, "Siamo isolati e ci chiamano per numero. Negli ultimi mesi ci sono stati momenti di tensione e la polizia è intervenuta picchiando e lanciando gas lacrimogeni.
Oggi (8 aprile), dopo la fuga di più di venti persone, la polizia ha perquisito tutto. Non possiamo accedere alla mensa per mangiare, ci passano il cibo sotto la porta  nelle stanze; da quindici giorni non possiamo neanche accedere al campo per l'aria. Siamo in gabbia. Non c'è nessuna attività di nessun tipo. Ci sono persone che stanno male e hanno chiesto visite approfondite o analisi, ma vengono negate. Non abbiamo mai ricevuto visite esterne di politici o giornalisti"
Queste sono le storie, oltre alle singole storie personali, che andrebbero raccolte e diffuse, e non  chiedere agli abitanti di Gradisca di inventarsi storielle per capire che visione hanno degli immigrati. La visione è quella di persone arrampicate sui tetti, pronte a spaccarsi collo e gambe per scappare da quello che vivono all'interno."

Osservatorio sul Cpt - FVG
9 aprile 2009

Per gli aggiornamenti: www.info-action.info

Raffaele

Torino. La Resistenza non è in vendita

Scritte all'assessorato alla cultura
Alcuni antifascisti, la sera del 9 aprile, hanno scritto all'assessore Alfieri. La lettera era breve ed è comparsa sui muri dell'Assessorato alla cultura in via S. Francesco da Paola 3: "25 aprile. La Resistenza non è in vendita".
Il 25 aprile quest'anno cade di sabato. I gestori delle catene di supermercati Pam, Lidl e Zena scrivono in comune pretendendo che i negozi restino aperti. Gli affari sono affari e chissenefrega del 25 aprile. L'assessore alla cultura, Fiorenzo Alfieri, si schiera subito con i bottegai: in quei giorni c'è la "biennale della democrazia" e i turisti devono poter gustare a fondo la democrazia. E cosa c'è di più sano, di più democratico, di più libero dello shopping?
In questi tempi di revisionismo, di vie titolate a fascisti e aguzzini, di leggi razziste, di bus separati, di prigioni per stranieri, di stragi nei mari i negozi aperti il 25 aprile possono parere una bazzecola.
Eppure, se ci pensate bene, quando i bottegai pretendono di modellare la vita civile, quando l'assessore alla "cultura" si schiera con i bottegai, quando il ritmo delle merce disegna le relazioni sociali sono tempi grami, tempi di follia e di barbarie. Tempi che puzzano di fascismo.
C'è chi cerca di mutare di segno alla lotta partigiana e chi, più semplicemente, vuole cancellarne la memoria.
Quando la sinistra non meno della destra equipara vittime e aguzzini, parla di riconciliazione nazionale, di chiusura di un'epoca, di fatto riabilita il fascismo, mettendo sullo stesso piano chi combatté per la libertà e la giustizia sociale e chi si schierò con la dittatura, l'oppressione, lo sfruttamento, la discriminazione.
La destra vorrebbe che il 25 aprile fosse abolito dal calendario, la sinistra lo annulla facendone una delle tante giostre nel luna park del business.
Ma c'è chi non dimentica, c'è chi resta orgogliosamente di parte. Partigiano. Partigiano della libertà.
Ecco le foto scattate da un reporter di passaggio: http://piemonte.indymedia.org/article/4659

R. Em.

Torino. Vivir la utopia

L'autogestione di fabbriche e campi è stato il tema centrale della seconda serata sulla rivoluzione spagnola organizzata dalla FAI torinese in occasione dei 70 anni dalla sua tragica conclusione.
Mercoledì 8 aprile sono stati proiettati due video: alcune interviste a protagonisti delle comunità agricole di Aragona, realizzati dal Paolo Gobetti per l'Archivio Cinematografico della Resistenza, e "Vivir la Utopia", documentario spagnolo di ampio respiro, sottotitolato in italiano.
E' stata un'occasione importante per far conoscere un'esperienza ancora oggi in buona parte sconosciuta. Ne è seguito un dibattito a tratti molto intenso e coinvolgente, che si è snodato intorno ai temi dell'organizzazione, della gestione di strutture complesse, del federalismo dal basso, della sperimentazione continua come orizzonte imprescindibile di un ambito sociale di segno libertario.

R. Em

Terni. Brushwood prima udienza

Riceviamo e pubblichiamo un comunicato del Comitato di solidarietà 23 ottobre in merito all'apertura del processo che vede coinvolti quattro compagni di Spoleto, arrestati nell'autunno 2007, "colpevoli di essere anarchici, accusati di terrorismo".
 
L'avvocatura dello Stato non si costituisce parte civile, la Lorenzetti si, anche per il capo A, il reato di associazione eversiva.
L'avvocatura dello Stato non si è fatta vedere, gli avvocati della Lorenzetti si. E' questa l'annotazione più interessante della prima udienza che ci giunge dal tribunale di Terni. La Lorenzetti interpreta la parte dello Stato e si fa Stato più dello Stato.
Che altro dire se non che i fatti rappresentano un utilizzo politico evidente della vicenda? Se questo sia più utile all'accusa o alla politica regionale non sappiamo, quello che sappiamo è che è utile a entrambi, che così si sostengono reciprocamente e prolungano la loro partita.
Al politico a cui conviene dare l'immagine di essere sotto attacco terrorista, è difficile far capire che non fa certo una bella figura continuare a utilizzare quattro ragazzi per evocare quello che nessuno ha visto per il semplice fatto che non c'è.
Per il resto una udienza dai caratteri preliminari, con lo smaltimento di una consistente parte della documentazione presentata.
Dalle nove un presidio del Comitato 23 Ottobre e dei Cobas sotto il Tribunale ha ricordato l'operazione Brushwood, il ruolo dei Ros e del potere politico regionale nella vicenda, l'ingiusta carcerazione dei ragazzi spoletini, la ridicola accusa di associazione terrorista.

(notizie su Brushwood su: comitato23ottobre.com e su: liberatemichele.blogspot.com)

Comitato 23 ottobre

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