A cura della Commissione Lavoro della Federazione Anarchica Milanese
La crisi dell'auto colpisce duramente in Inghilterra nelle tre
fabbriche della Visteon, produttrice di pezzi di ricambio per marche
famose quali Ford, Janguar e Land Rover, che dal 2000 a oggi ha
accumulato perdite per ben 669 milioni di sterline. Di qui la messa in
amministrazione della società ed il licenziamento per 565
lavoratori.
La prima fabbrica a muoversi è stata quella situata nel Nord
Irlanda, a Belfast, dove gli impianti sono stati occupati dai 210
dipendenti, per ottenere almeno un aumento dell'indennità di
disoccupazione.
A seguire le altre due fabbriche in Gran Bretagna, a Enfield e
Basildon. A Enfield i 227 dipendenti erano stati invitati il 1 aprile a
raccogliere i loro beni personali e a uscire, ma molti si sono
rifiutati di obbedire: 70 di loro sono saliti sul tetto dell'impianto
mentre gli altri picchettavano i cancelli. "Resteremo qui finchè
ce ne sarà bisogno – ha detto uno di loro – vogliamo dimostrare
che non possono prender la gente e buttarla fuori, non siamo dei
manichini", e un altro: "Sono disgustato, un collega che era uscito da
qui un anno fa sta ancora cercando un lavoro qualsiasi". I lavoratori
stanno progettando ora di andare in massa allo stabilimento Ford di
Dagenham per convincere i colleghi a attuare uno sciopero di
solidarietà.
Stessa vicenda alla fabbrica di Basildon, nell'Essex, dove 173
dipendenti sono stati lasciati a casa. Anche qui lo stabilimento
è stato occupato da una parte dei lavoratori.
Mentre in Francia e poi anche in Belgio si diffondeva la risposta
dei lavoratori licenziati, nel bel paese invece tutto filava liscio,
senza scosse, grazie a quell'opera di moderazione sindacale di cui si
è ultimamente vantato il segretario generale della CGIL Epifani,
attribuendosene (a ragione) il merito.
Eppure, pare invece che non sia sempre andata così. Solo ora
infatti è filtrata la notizia di un curioso fatterello al quale,
chissà poi per quale strano motivo, la stampa italiana non ha
dedicato la minima attenzione. Il 25 febbraio, allo stabilimento di
piobesi (to) della olimpias, società del gruppo benetton, si sta
svolgendo l'ultimo atto di un dramma che riguarda ben 143 lavoratori.
Il dirigente della benetton sta trattando da ore con i sindacati, ma
non molla: i 143 dipendenti saranno tutti licenziati, senza cassa
integrazione per ristrutturazione e senza incentivi. Questo è il
diktat della olimpias, che ora non si vanta più dal sito
ufficiale della società: "la nostra struttura industriale
è all'avanguardia, ma si basa prima di tutto sulle persone e
sulle loro sapienti conoscenze artigianali".
All'annuncio che la proprietà non cede di un passo, gli operai
invadono gli uffici e assediano furibondi il dirigente e il suo
segretario fin quando, verso le 18 saranno proprio i dirigenti
sindacali a chiamare i carabinieri per impedire il peggio. Neanche
l'intervento della benemerita riesce tuttavia a calmare gli animi
finché, solo alle 22,30, i due malcapitati verranno fatti uscire
furtivamente da una porta secondaria.
Risultato: la trattativa è stata in seguito riaperta e si
è chiusa ai primi di aprile concedendo questa volta due anni di
cassa integrazione, un incentivo per l´uscita e l´impegno
della olimpias a ricollocare una parte dei dipendenti. Con le buone
maniere si ottiene tutto...
Martedì 7 aprile 2009 si è svolto presso la sede
dell'Unione industriale di Torino un presidio dei lavoratori Comdata.
La FLMUniti-CUB ha dichiarato quattro ore di sciopero in concomitanza
dell'incontro tra azienda e sindacati confederali presso la sede di via
Fanti a Torino. Il presidio, iniziato alle 10 e si è
concluso alle 14, ha visto la partecipazione di oltre 50
lavoratori ai quali si sono aggiunti numerosi altri provenienti da
altre realtà in lotta come la Indesit, Dyaco, Fiat Iveco.
Inoltre hanno portato la loro solidarietà anche gli ex-operai
della Thyssen che fanno riferimento alla "Associazione Legami
d'Acciaio".
Durante l'incontro l'azienda avrebbe dovuto presentare il piano
industriale. Da alcune indiscrezioni raccolte al termine del confronto
non sono state fornite cifre sugli esuberi, che secondo alcune
autorevoli fonti (SLC-CGIL), riguarderebbero 1000-1500 dipendenti.
L'azienda si è rifiutata di smentire questa ipotesi in quanto
nega di aver mai dichiarato tali cifre.
Nella mattina del 24 marzo alcuni lavoratori all'aereoporto di
Malpensa hanno promosso un presidio di protesta, seguito da un
tentativo di occupazione dell'ufficio direzionale di Aviapartner, al
terzo piano di Terminal1. Successivamente la situazione si è un
po' stemperata, portando adun diretto confronto con la controparte.
Il motivo dell'iniziativa di lotta, che ha coinvolto 13 lavoratori
addetti alla pulizia degli aerei, è stato quello della chiusura
della società Gs Serice nella quale lavoravano e che fino alolo
scorso 31 dicembre deteneva l'appalto di Aviapartner. In un primo
momento, della loro vicenda si erano interessati Cgil-Cisl-Uil, che
avevano concordato di mantenere i posti di lavoro fino il 31 gennaio
presso il committente e, successivamente, non trovando soluzioni
adeguate, di far continuare il loro lavoro in "cooperativa". Ma i 13
lavoratori hanno rifiutato questa soluzione di precarietà,
organizzandosi con lo Slai Cobas, con l'obbiettivo dell'assunzione
definitiva nella stessa azienda dove svolgono il proprio lavoro.
Una quindicina di compagni, fra cui i quattro lavoratori rumeni
licenziati, il 9 aprile hanno organizzato il secondo picchetto alla
So.gester di S.Giuliano milanese (MI), bloccando per circa 3 ore i
cancelli dell'azienda.
"Ricordiamo che la vertenza – riporta un comunicato del Comitato
antirazzista milanese – è iniziata un mese fa (vedi Bel lAvoro
del 15 marzo 2009) con un picchetto durato l'intera giornata in
risposta alle manovre della ditta, in stato fallimentare e in regime di
Prodi/bis, che nei mesi precedenti aveva provveduto a cambiare la
cooperativa cui appaltava i lavori di facchinaggio, riducendo i salari
di tutti i dipendenti e licenziando coloro che si erano rifiutati di
sottostare alle nuove condizioni di maggior sfruttamento".
Nell'incontro con i legali dell'azienda dopo il primo picchetto sono
stati ottenuti scarsi risultati (si rivendicava il reintegro dei
licenziati alle stesse condizioni di partenza; il pagamento di
circa 9000 euro di arretrati persi, tra contributi e stipendi). Per
tenere sotto pressione l'azienda, messa recentemente sotto controllo di
un "commissario del tribunale", si è arrivati a questa seconda
iniziativa, bloccando i camion carichi (con la solidarietà dei
stessi camionisti) sia in arrivo che in partenza, in gran parte verso
il porto di Genova, provocando ingenti danni. Solo così si
è arrivati velocemente ad impegnare "il commissario" ad un
incontro a breve tempo con i lavoratori per affrontare le questioni
lasciate aperte. Seguiranno aggiornamenti suld proseguo della lotta.
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