Umanità Nova, n.16 del 26 aprile 2009, anno 89

Rivolta migrante


Tra marzo e aprile è soffiato il vento della rivolta in molti centri di detenzione per immigrati in Italia. Quasi un tam-tam, disperato e vitale, per ricordare al paese che gli immigrati ci sono e non si rassegnano a vivere la non vita che il potere vorrebbe imporre loro.
È stato un mese caldissimo, ma anche tragico. A marzo nei CIE di Torino, Milano, Roma, Bari, Gradisca, Bologna e Trapani ci sono stati scioperi della fame, proteste, tentativi di fuga più o meno riusciti.
Per diversi giorni a Bari quasi tutti gli immigrati hanno rifiutato il cibo, mentre in tre si sono cuciti la bocca con ago e filo. A Trapani, nel "Serraino Vulpitta", un immigrato si è tagliato con una lametta e ne è nato un principio di rivolta represso quasi subito dalle forze dell'ordine. Il 19 marzo, l'ennesimo morto del razzismo di stato: un algerino stava male, nessuno gli ha creduto e giù botte. È stato trovato morto l'indomani nella sua cella del CIE di Ponte Galeria. Il 21 marzo a Torino due tunisini si sono feriti le braccia per non essere deportati.
Storie che si assomigliano e per le quali non smettiamo di indignarci anche se si ripetono da anni. In alcuni casi, i fatti si mostrano con una valenza drammaticamente simbolica. Come quando in provincia di Torino un ragazzino afgano di sedici anni è saltato fuori dal vano della ruota di scorta di un pullman che trasportava una scolaresca di ritorno dalla Grecia. Ventiquattro ore di viaggio per la libertà, stipato in un angolo, stremato da un'odissea che per i suoi coetanei nati nella parte ricca del mondo era stata solo una divertente gita fuori porta. Paradossi che fanno male al cuore.  
Ma, di questi tempi, il paradosso è legge. Lo sa bene Kante, profuga della Costa d'Avorio, che va in ospedale per partorire e viene denunciata come clandestina da qualche zelante dottore che pensa bene di applicare il pacchetto sicurezza prima ancora della sua approvazione definitiva. Kante verrà portata via dai carabinieri e suo figlio resterà sequestrato in ospedale. Finisce bene, ma il rischio è che, d'ora in poi, le donne immigrate saranno chiamate a scegliere tra il rischio di essere denunciate e il pericolo di partorire clandestinamente per sfuggire ai controlli di medici-sbirri.
Poi, dopo il naufragio plurimo del 30 marzo in cui si è consumata una immane tragedia (centinaia tra morti e dispersi) al largo delle coste libiche, il mese di aprile si è aperto con una settimana di rivolte e di fughe dai centri di varie località: Torino, Milano, Gradisca d'Isonzo. In molti hanno riacquistato la libertà mentre alla Camera veniva bocciata la norma che dovrebbe prolungare da due a sei mesi il periodo di permanenza nei campi di internamento. Un momento di tregua, ma l'assedio continua.
 
TAZ
laboratorio di comunicazione libertaria

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