Tra marzo e aprile è soffiato il vento della rivolta in molti
centri di detenzione per immigrati in Italia. Quasi un tam-tam,
disperato e vitale, per ricordare al paese che gli immigrati ci sono e
non si rassegnano a vivere la non vita che il potere vorrebbe imporre
loro.
È stato un mese caldissimo, ma anche tragico. A marzo nei CIE di
Torino, Milano, Roma, Bari, Gradisca, Bologna e Trapani ci sono stati
scioperi della fame, proteste, tentativi di fuga più o meno
riusciti.
Per diversi giorni a Bari quasi tutti gli immigrati hanno rifiutato il
cibo, mentre in tre si sono cuciti la bocca con ago e filo. A Trapani,
nel "Serraino Vulpitta", un immigrato si è tagliato con una
lametta e ne è nato un principio di rivolta represso quasi
subito dalle forze dell'ordine. Il 19 marzo, l'ennesimo morto del
razzismo di stato: un algerino stava male, nessuno gli ha creduto e
giù botte. È stato trovato morto l'indomani nella sua
cella del CIE di Ponte Galeria. Il 21 marzo a Torino due tunisini si
sono feriti le braccia per non essere deportati.
Storie che si assomigliano e per le quali non smettiamo di indignarci
anche se si ripetono da anni. In alcuni casi, i fatti si mostrano con
una valenza drammaticamente simbolica. Come quando in provincia di
Torino un ragazzino afgano di sedici anni è saltato fuori dal
vano della ruota di scorta di un pullman che trasportava una scolaresca
di ritorno dalla Grecia. Ventiquattro ore di viaggio per la
libertà, stipato in un angolo, stremato da un'odissea che per i
suoi coetanei nati nella parte ricca del mondo era stata solo una
divertente gita fuori porta. Paradossi che fanno male al cuore.
Ma, di questi tempi, il paradosso è legge. Lo sa bene Kante,
profuga della Costa d'Avorio, che va in ospedale per partorire e viene
denunciata come clandestina da qualche zelante dottore che pensa bene
di applicare il pacchetto sicurezza prima ancora della sua approvazione
definitiva. Kante verrà portata via dai carabinieri e suo figlio
resterà sequestrato in ospedale. Finisce bene, ma il rischio
è che, d'ora in poi, le donne immigrate saranno chiamate a
scegliere tra il rischio di essere denunciate e il pericolo di
partorire clandestinamente per sfuggire ai controlli di medici-sbirri.
Poi, dopo il naufragio plurimo del 30 marzo in cui si è
consumata una immane tragedia (centinaia tra morti e dispersi) al largo
delle coste libiche, il mese di aprile si è aperto con una
settimana di rivolte e di fughe dai centri di varie località:
Torino, Milano, Gradisca d'Isonzo. In molti hanno riacquistato la
libertà mentre alla Camera veniva bocciata la norma che dovrebbe
prolungare da due a sei mesi il periodo di permanenza nei campi di
internamento. Un momento di tregua, ma l'assedio continua.
TAZ
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