Non mi pare ci sia molto da celebrare: viviamo in un'epoca che ha
disatteso tutte le aspettative che la Resistenza aveva reso credibili,
ancorate alle istanze costitutive della guerra di liberazione dal
nazifascismo. Il sacrificio di tanti combattenti, la sofferenza delle
popolazioni civili, la distruzione di intere città avevano
allora fatto emergere prepotentemente le aspettative di un mondo senza
guerre, un mondo nel quale i valori che animarono le formazioni
partigiane di ispirazione socialista e libertaria: la libertà,
la giustizia, l'eguaglianza sociale, potessero costituire il cemento di
un Paese migliore.
A sessantaquattro anni dalla conclusione di quelle lotte, mi pare si
possa dire che rimangono solo le macerie. Certo, le città sono
state ricostruite, le forme più brutali della dittatura
sconfitte, ma cosa resta delle spinte ideali che convinsero circa
120.000 donne ed uomini a prendere le armi contro l'esercito tedesco e
i repubblichini di Salò?
Il Movimento Operaio che, in continuità ideale con la Settimana
Rossa del 1914 e con il Biennio rosso del 1919/20, occupò nel
settembre del 1943 le fabbriche nelle principali città del Nord,
ha dovuto subire pesanti sconfitte. Dopo le lotte vittoriose della fine
degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, con la conquista di una
nuova Carta dei diritti dei lavoratori e della contrattazione
nazionale, che eliminava, almeno a livello giuridico, le differenze tra
chi lavorava al Nord e chi lavorava al Sud, dopo quella stagione
fortunata, la pesante reazione del mondo imprenditoriale e della sua
espressione politica, la Democrazia Cristiana con i suoi alleati di
turno, ridusse progressivamente i contenuti simbolici e pratici di
quelle conquiste sino ad eliminarli del tutto.
Da questa angolazione l'attualità del movimento resistenziale
che si riconosce nella data simbolica del 25 aprile, si salda con
la ricorrenza del 1° Maggio perché non può
esservi pace sociale né esercizio delle libertà
fondamentali senza un assetto giuridico-economico che liberi il lavoro
dalle molte forme di sfruttamento. Dittatura e oppressione del mondo
del lavoro sono due facce della medesima medaglia: non si può
combattere l'una senza lottare contro l'altra.
Considerata la situazione attuale che vede la frammentazione e lo
spaesamento del fronte delle opposizioni, l'emergere di forme sempre
più incalzanti di fascismo diffuso e di razzismo più o
meno istituzionalizzato, non mi pare legittimo coltivare eccessive
speranze per il prossimo futuro del Paese (ma io direi dell'intero
Occidente).
Ridurre, così, a mero rituale la celebrazione del 25 Aprile mi
parrebbe lasciarsi coinvolgere in una sia pure doverosa commemorazione
di defunti, piuttosto che in una riproposizione di tematiche di lotta
ancora vitali per il compimento di un percorso che, indicato dalla
Resistenza, è ancora largamente incompiuto.
Allora, bando alle celebrazioni: lasciamole a coloro che della
Resistenza hanno dimenticato i contenuti e se ne appropriano – quando
lo fanno – per le solite patetiche passerelle.
A noi corre l'obbligo di conservarne la memoria storica. In primo luogo
per i tanti compagni che sulle montagne, nelle fabbriche, in esilio,
nelle galere patrie hanno combattuto, spesso sacrificando la
propria vita, contro gli orrori del nazifascismo. È impossibile
qui ricordarli uno per uno, anche se sarebbe doveroso. Ci limiteremo a
citare, per tutti, qualcuna delle formazioni partigiane costituite da
anarchici: la Brigata "Pisacane" di Genova, la Brigata "Malatesta" di
Milano, la Formazione "A.Cipriani" di Firenze, la Brigata "Lucetti" di
Carrara e poi tutte le altre Formazioni che hanno operato a Bologna,
Pavia, Como, Torino, Sestri Ponente, Pistoia e in molte altre
località dell'Italia occupata.
Ci sembra importante sottolineare, a conclusione di queste note, che i
compagni che hanno vivificato la Resistenza nei luoghi del conflitto,
hanno trovato solo in se stessi, nella forza delle loro istanze
libertarie le capacità e il coraggio di opporsi al nemico: non
avevano alle loro spalle né organizzazioni di partito, né
il sostegno degli Alleati, profondamente diffidenti verso un Movimento
che finalizzava il proprio impegno, oltre che contro l'esercito degli
occupanti, per l'instaurazione di una società libera,
egualitaria e senza Stato
Era, allora come oggi, l'orgogliosa solitudine degli anarchici.
Di quei compagni che sono scomparsi, e degli altri che hanno continuato
a combattere anche dopo quelle giornate leggendarie e che oggi non ci
sono più, dobbiamo raccogliere il testimone che ci hanno porto e
continuare sui percorsi che hanno illuminato per il nostro cammino.
Antonio Cardella