Umanità Nova, n.16 del 26 aprile 2009, anno 89

Eppur bisogna andar


Non mi pare ci sia molto da celebrare: viviamo in un'epoca che ha disatteso tutte le aspettative che la Resistenza aveva reso credibili, ancorate alle istanze costitutive della guerra di liberazione dal nazifascismo. Il sacrificio di tanti combattenti, la sofferenza delle popolazioni civili, la distruzione di intere città avevano allora fatto emergere prepotentemente le aspettative di un mondo senza guerre, un mondo nel quale i valori che animarono le formazioni partigiane di ispirazione socialista e libertaria: la libertà, la giustizia, l'eguaglianza sociale, potessero costituire il cemento di un Paese migliore.
A sessantaquattro anni dalla conclusione di quelle lotte, mi pare si possa dire che rimangono solo le macerie. Certo, le città sono state ricostruite, le forme più brutali della dittatura sconfitte, ma cosa resta delle spinte ideali che convinsero circa 120.000 donne ed uomini a prendere le armi contro l'esercito tedesco e i repubblichini di Salò?
Il Movimento Operaio che, in continuità ideale con la Settimana Rossa del 1914 e con il Biennio rosso del 1919/20, occupò nel settembre del 1943 le fabbriche nelle principali città del Nord, ha dovuto subire pesanti sconfitte. Dopo le lotte vittoriose della fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, con la conquista di una nuova Carta dei diritti dei lavoratori e della contrattazione nazionale, che eliminava, almeno a livello giuridico, le differenze tra chi lavorava al Nord e chi lavorava al Sud, dopo quella stagione fortunata, la pesante reazione del mondo imprenditoriale e della sua espressione politica, la Democrazia Cristiana con i suoi alleati di turno, ridusse progressivamente i contenuti simbolici e pratici di quelle conquiste sino ad eliminarli del tutto.
Da questa angolazione l'attualità del movimento resistenziale che si riconosce nella data simbolica del 25 aprile,  si salda con la ricorrenza del 1° Maggio  perché non può esservi pace sociale né esercizio delle libertà fondamentali senza un assetto giuridico-economico che liberi il lavoro dalle molte forme di sfruttamento. Dittatura e oppressione del mondo del lavoro sono due facce della medesima medaglia: non si può combattere l'una senza lottare contro l'altra.
Considerata la situazione attuale che vede la frammentazione e lo spaesamento del fronte delle opposizioni, l'emergere di forme sempre più incalzanti di fascismo diffuso e di razzismo più o meno istituzionalizzato, non mi pare legittimo coltivare eccessive speranze per il prossimo futuro del Paese (ma io direi dell'intero Occidente).
Ridurre, così, a mero rituale la celebrazione del 25 Aprile mi parrebbe lasciarsi coinvolgere in una sia pure doverosa commemorazione di defunti, piuttosto che in una riproposizione di tematiche di lotta ancora vitali per il compimento di un percorso che, indicato dalla Resistenza, è ancora largamente incompiuto.
Allora, bando alle celebrazioni: lasciamole a coloro che della Resistenza hanno dimenticato i contenuti e se ne appropriano – quando lo fanno – per le solite patetiche passerelle.
A noi corre l'obbligo di conservarne la memoria storica. In primo luogo per i tanti compagni che sulle montagne, nelle fabbriche, in esilio, nelle galere patrie  hanno combattuto, spesso sacrificando la propria vita, contro gli orrori del nazifascismo. È impossibile qui ricordarli uno per uno, anche se sarebbe doveroso. Ci limiteremo a citare, per tutti, qualcuna delle formazioni partigiane costituite da anarchici: la Brigata "Pisacane" di Genova, la Brigata "Malatesta" di Milano, la Formazione "A.Cipriani" di Firenze, la Brigata "Lucetti" di Carrara e poi tutte le altre Formazioni che hanno operato a Bologna, Pavia, Como, Torino, Sestri Ponente, Pistoia e in molte altre località dell'Italia occupata.
Ci sembra importante sottolineare, a conclusione di queste note, che i compagni che hanno vivificato la Resistenza nei luoghi del conflitto, hanno trovato solo in se stessi, nella forza delle loro istanze libertarie le capacità e il coraggio di opporsi al nemico: non avevano alle loro spalle né organizzazioni di partito, né il sostegno degli Alleati, profondamente diffidenti verso un Movimento che finalizzava il proprio impegno, oltre che contro l'esercito degli occupanti, per l'instaurazione di una società libera, egualitaria e senza Stato
Era, allora come oggi, l'orgogliosa solitudine degli anarchici.
Di quei compagni che sono scomparsi, e degli altri che hanno continuato a combattere anche dopo quelle giornate leggendarie e che oggi non ci sono più, dobbiamo raccogliere il testimone che ci hanno porto e continuare sui percorsi che hanno illuminato per il nostro cammino.

Antonio Cardella

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