Umanità Nova, n.16 del 26 aprile 2009, anno 89

Famiglia, lavoro e crisi globale


«Si annuncia ormai l'avvento di profondi mutamenti che saranno difficili e forse drammatici. Quando il meccanismo della produzione si ingolfa come un motore, allora investire "nell'uomo" sembra sempre più chiaramente il più sicuro, il più nobile, e forse anche il più redditizio»
(E. Sullerot, La donna e il lavoro, 1968).

1. Crisi economica, politiche della famiglia, disciplinamento del lavoro
Solo ora ci si sta rendendo conto dell'estensione della crisi finanziaria che sempre più investe e disgrega l'«economia reale» lasciando sul campo milioni di disoccupati. È una crisi che scuote violentemente parametri e assetti consolidati, tanto che c'è chi ha parlato dell'aprirsi di una «nuova fase del capitalismo» dagli esiti imprevedibili. Parallelamente, nei paesi europei la «politica sociale per la famiglia» assume nuova importanza diventando una delle più rilevanti voci di spesa. Secondo la Commissione Europea, si tratta di «investire nelle risorse umane e nell'uso efficiente del capitale umano». Anzi, le istituzioni paventano che lo sfruttamento finisca paradossalmente col pregiudicare il profitto: «se il mondo del lavoro si espandesse sempre più, per quantità di persone impiegate e tempo dedicato, senza farsi carico di rigenerare il capitale sociale e umano della famiglia, il processo complessivo sarebbe devastante». Difatti, ancora oggi l'organizzazione capitalistica del lavoro si appropria del capitale umano e sociale che proviene dalle famiglie e dal lavoro domestico senza pagarlo, poiché le imprese pagano solo le prestazioni sul posto di lavoro.
Certo è che oggi si va verso un'espansione della sfera del lavoro. L'agenda di Lisbona, rilanciata nel 2005 e nel 2008, afferma che entro il 2010 l'occupazione del mercato del lavoro deve raggiungere in Europa il 70% della popolazione, coinvolgendo il 60% delle donne e il 50% dei lavoratori anziani, alzando l'età pensionabile, elevando i livelli dell'istruzione giovanile, abbattendo la disoccupazione, controllando più attentamente la salute dei cittadini. A fronte dell'invecchiamento crescente della popolazione europea, la crisi impone una riorganizzazione complessiva della società attraverso il nesso famiglia-lavoro. In pratica, si tratta di un grande programma di disciplinamento sociale e di «salute pubblica».
Da una parte, le politiche statali mirano a distinguere tra «sane» famiglie stanziali (che riproducono lavoratori-consumatori) e lavoratori usa e getta, non garantiti, migranti, da sfruttare al massimo grado. E in questo quadro sono le donne a pagare il prezzo più alto: subordinate in famiglia, discriminate sul posto di lavoro. D'altra parte, la crisi della globalizzazione neoliberista impone una crescente riterritorializzazione delle economie capitalistiche con il rilancio dei mercati interni. A tal fine si profilano negli Stati Uniti e in Europa nuovi «programmi sociali» volti a ridare reddito per riavviare il ciclo dei consumi. Ma si tratta sempre di programmi che hanno un forte risvolto di normatività, di controllo e di disciplinamento sociale. Concesso dall'alto, in una fase drammatica di tagli e disoccupazione, il reddito assume un valore premiale per chi si identifica in una sorta di «salute nazionale». Ma vi è una contraddizione fondamentale: gli stati cercano di imporre modelli normativi «per tutti», ma avendo soldi solo «per pochi». Anche negli Stati Uniti non ci sarà nessun New Deal.

2. Capitalismo consociativo e manipolazione dell'identità
Oggi, se la figura tradizionale dell'operaio pare sempre meno presente nelle economie sviluppate, certo è che assume sempre più rilievo la figura del proletario. In molti contesti lavorativi la proletarizzazione è indotta dall'alto grado di dipendenza e ricattabilità connesso a tutte le forme del lavoro precario, nei servizi più che nelle fabbriche, dai fast food ai call center. Sono contesti lavorativi in cui si riproduce qualcosa con modalità assimilabili a quelle della disciplina di fabbrica, fondata sulla costrizione, la ripetitività, l'incertezza. Ma il proletario nei paesi occidentali è travestito con i panni ideologici del «povero»: è colui che va «aiutato» come beneficiario della generosità istituzionale. Di fatto, la precarizzazione instilla progressivamente l'opinione di «non aver diritto a nulla» e, con essa, la percezione che quando si ottiene qualcosa – un lavoro, il rinnovo di un contratto a termine, una promozione – si tratta soltanto di un caso fortuito, di un'occasione individuale, per il quale bisogna dimostrare gratitudine e impegno. È l'ideologia singolarizzante della «opportunità»/«responsabilità».
Attualmente quello che manca è proprio una rappresentazione comune della lotta: non vi è più la coscienza e l'orgoglio del produttore consapevole della propria forza collettiva e del proprio ruolo trainante; anche l'avversario è percepito come entità che decide e sovrasta, e non come padrone che opprime e sfrutta; analogamente, le lotte non tendono più verso un orizzonte utopico, un diverso modello di sviluppo, ma sono soltanto lotte difensive. La crisi non farà che rafforzare la strategia capitalistica di condizionamento dell'identità sociale del lavoratore. E ciò comporta un investimento sulla famiglia con forti valenze ideologiche, autoritarie e differenziali.
Si pensi ai congedi parentali, accolti generalmente con favore. Non si possono nascondere gli effetti ambivalenti e negativi di tale provvedimento. Ad avvalersi di questa possibilità sono quasi esclusivamente le madri e questo ricorso fortemente sessuato al congedo contribuisce al mantenimento delle diseguaglianze e delle discriminazioni verso le donne sul mercato del lavoro.
Per il capitalismo è più che mai necessario che la società faccia corpo e proietti le proprie energie nel mantenimento di un'organizzazione sociale gerarchizzata e ingiusta. Si capisce allora perché, di fronte alla crisi, stato e impresa, politica ed economia, lavoro e famiglia devono trovare una conciliazione e anzi una compenetrazione: ogni parte, ogni soggetto deve subordinarsi alla totalità, secondo un nuovo, duttile progetto autoritario. Si potrebbe dire che la privatizzazione dell'Alitalia ha segnato l'inizio di una nuova fase «consociativa» del capitalismo italiano in cui l'impresa privata chiede esplicitamente protezione alla politica e allo stato.
Così oggi si rafforza un nuovo blocco di poteri, una crescente unificazione di funzioni sociali distinte, un'ideologia patriottica e benpensante che si rappresenta come l'unica possibile, l'unica garantita. Quello che abbiamo di fronte è un «capitalismo consociativo» che punta alla coesione mistificante e fa del lavoro un luogo di manipolazione dell'identità per limitare il ramificarsi del conflitto sociale.

3. Imparare dalla crisi degli anni Trenta
Quella attuale è per noi una situazione nuova e, a voler trovare precedenti storici su cui ragionare, occorre risalire agli anni Trenta. Come osserva Maria Rosa Dalla Costa (Famiglia, Welfare e Stato tra progressismo e New Deal, Milano 1983), dopo la crisi del 1929, proprio l'evidenza della dimensione di massa della disoccupazione diede ben presto ai disoccupati nuova forza e consapevolezza. Anzitutto fu un movimento che sviluppava la cooperazione tra ceti diversi, al di là dei confini della classe operaia, con ampio coinvolgimento di donne e famiglie. Inoltre si trattava di mobilitazioni organizzate su base territoriale: dapprima a livello di quartiere, poi con collegamenti che travalicano i confini del quartiere, della città, dello stato. Sono pratiche di resistenza e sopravvivenza di fronte all'avanzare della miseria: marce, saccheggi, assalti alle agenzie di assistenza, lotte per resistere agli sfratti o al taglio dell'acqua, del gas, dell'energia elettrica.
Già negli anni Trenta le politiche statali in fase di recessione economica hanno posto al centro l'investimento in «capitale umano» ai fini dell'incremento della produttività del lavoro e delle esigenze di disciplinamento sociale. E si trattava sempre di politiche della famiglia: il lavoro domestico femminile era infatti il fattore primario per cui il reddito concesso dallo stato o il salario si traducevano in maggior produttività della forza-lavoro; e anche il lavoro extradomestico femminile, marginale e dequalificato, contribuiva alla sussistenza e alla coesione familiare. Lo Stato stesso amava rappresentarsi come «grande famiglia» con ruoli e compiti distinti.
Proprio negli anni Trenta si impongono i primi esperimenti di «reddito garantito» e «reddito di cittadinanza». Dal 2005, un programma di reddito «rivolto alle famiglie» è stato portato avanti dalla regione Campania per «elevare il lavoro a fattore di identità sociale», contro le lotte dei disoccupati. Ma già nel 1933 Huey Long, ex governatore della Louisiana, propose un reddito familiare garantito di 5.000 dollari l'anno al grido di «Share our Wealth!» («Dividete la nostra ricchezza!»). Ora, in questo ambito, crediamo si tratti di distinguere con chiarezza tra progetti di controllo sociale (negli anni Trenta il «reddito garantito» fu anche una politica familistica contro la riappropriazione dal basso, le rivolte, i saccheggi di cibo) e capacità di organizzare forme autonome di autoassistenza solidaristica (nel 1932 si contavano negli Stati Uniti oltre 100 organizzazioni di autoassistenza e scambio, di cui molte con propri sistemi di buoni-moneta).
Si pensi solo al progetto del «mutuo sociale per la casa» portato avanti in questi anni dai neofascisti di CasaPound e reso operativo di recente dal sindaco Alemanno: un programma politico di controllo e promozione della famiglia italiana, «sana», disciplinata, che abbia già qualche disponibilità economica. Lo stesso potrebbe dirsi per la campagna del comitato «Tempo di essere madri», legato a CasaPound, che sostiene una proposta di legge per il part-time alle madri lavoratrici mantenendo lo stipendio pieno. Sono progetti del tutto coerenti con il nuovo «neoliberismo populista». Con una mano deregolamentano il lavoro, con l'altra tendono il pane, ma solo ad alcuni: a coloro che sono «capitale umano», madri e padri fedeli al dovere, famiglia sana e perbenista. Queste politiche, infatti, sono basate su una pesante selezione degli aventi diritto e su condizioni inflessibili e ricattatorie per non decadere dagli «aiuti».
Già negli anni Trenta, dinanzi alla crisi generalizzata, il radicalismo sociale (autonomo rispetto allo stato) ha avuto più efficacia del radicalismo politico (in dialettica con le istituzioni). Così Peppino Ortoleva descrive la «Repubblica dei Pezzenti», una delle più forti leghe solidaristiche negli Stati Uniti dopo il crollo del '29 (cfr. «Republic of the Penniless», "Rivista di storia contemporanea", 1981, n. 3, pp. 387-416): «I disoccupati e i proletari colpiti dalla crisi tendevano a istituire, in quella fase, strutture sociali relativamente autonome, eludendo uno scontro con il potere politico che intuivano di non poter vincere, evitando di farsi trascinare a contrapporre all'economia di crisi un "progetto economico" altrettanto astratto ed estraneo, limitandosi alla concretezza dell'aiuto reciproco».
Negli anni Trenta le politiche di Welfare si sono sviluppate con finalità di «pacificazione» e di controllo autoritario degli strati sociali più poveri. Oggi crediamo sia importante creare reti autonome di solidarietà e forme di autoassistenza potenziando quegli esperimenti che già esistono di economia alternativa, dal basso, solidaristica. Ma occorre altresì interrogarsi sui risvolti disciplinari dei nuovi progetti di Welfare: rivendicare una garanzia di reddito dalle istituzioni («reddito di cittadinanza», «reddito di esistenza», «salario garantito») riesce davvero a contrastare efficacemente le politiche sociali autoritarie? è adeguato portare avanti parole d'ordine che solo ieri apparivano utopiche e ora diventano strumento differenziale di governo e di disciplinamento?
Nel volume recente Crisi dell'economia globale (Verona, Ombre Corte, 2009), Sandro Mezzadra invita a «sperimentare la sintesi di uso spregiudicato del riformismo, nella consapevolezza dei suoi limiti strutturali, e riapertura di una prospettiva rivoluzionaria». Tale sintesi sarà però un vicolo cieco se non si ha la capacità di distinguere controllo politico e autonomia sociale.

Cassandre felsinee

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