«Si annuncia ormai l'avvento
di profondi mutamenti che saranno difficili e forse drammatici. Quando
il meccanismo della produzione si ingolfa come un motore, allora
investire "nell'uomo" sembra sempre più chiaramente il
più sicuro, il più nobile, e forse anche il più
redditizio»
(E. Sullerot, La donna e il lavoro, 1968).
1. Crisi economica, politiche della famiglia, disciplinamento del lavoro
Solo ora ci si sta rendendo conto dell'estensione della crisi
finanziaria che sempre più investe e disgrega l'«economia
reale» lasciando sul campo milioni di disoccupati. È una
crisi che scuote violentemente parametri e assetti consolidati, tanto
che c'è chi ha parlato dell'aprirsi di una «nuova fase del
capitalismo» dagli esiti imprevedibili. Parallelamente, nei paesi
europei la «politica sociale per la famiglia» assume nuova
importanza diventando una delle più rilevanti voci di spesa.
Secondo la Commissione Europea, si tratta di «investire nelle
risorse umane e nell'uso efficiente del capitale umano». Anzi, le
istituzioni paventano che lo sfruttamento finisca paradossalmente col
pregiudicare il profitto: «se il mondo del lavoro si espandesse
sempre più, per quantità di persone impiegate e tempo
dedicato, senza farsi carico di rigenerare il capitale sociale e umano
della famiglia, il processo complessivo sarebbe devastante».
Difatti, ancora oggi l'organizzazione capitalistica del lavoro si
appropria del capitale umano e sociale che proviene dalle famiglie e
dal lavoro domestico senza pagarlo, poiché le imprese pagano
solo le prestazioni sul posto di lavoro.
Certo è che oggi si va verso un'espansione della sfera del
lavoro. L'agenda di Lisbona, rilanciata nel 2005 e nel 2008, afferma
che entro il 2010 l'occupazione del mercato del lavoro deve raggiungere
in Europa il 70% della popolazione, coinvolgendo il 60% delle donne e
il 50% dei lavoratori anziani, alzando l'età pensionabile,
elevando i livelli dell'istruzione giovanile, abbattendo la
disoccupazione, controllando più attentamente la salute dei
cittadini. A fronte dell'invecchiamento crescente della popolazione
europea, la crisi impone una riorganizzazione complessiva della
società attraverso il nesso famiglia-lavoro. In pratica, si
tratta di un grande programma di disciplinamento sociale e di
«salute pubblica».
Da una parte, le politiche statali mirano a distinguere tra
«sane» famiglie stanziali (che riproducono
lavoratori-consumatori) e lavoratori usa e getta, non garantiti,
migranti, da sfruttare al massimo grado. E in questo quadro sono le
donne a pagare il prezzo più alto: subordinate in famiglia,
discriminate sul posto di lavoro. D'altra parte, la crisi della
globalizzazione neoliberista impone una crescente
riterritorializzazione delle economie capitalistiche con il rilancio
dei mercati interni. A tal fine si profilano negli Stati Uniti e in
Europa nuovi «programmi sociali» volti a ridare reddito per
riavviare il ciclo dei consumi. Ma si tratta sempre di programmi che
hanno un forte risvolto di normatività, di controllo e di
disciplinamento sociale. Concesso dall'alto, in una fase drammatica di
tagli e disoccupazione, il reddito assume un valore premiale per chi si
identifica in una sorta di «salute nazionale». Ma vi
è una contraddizione fondamentale: gli stati cercano di imporre
modelli normativi «per tutti», ma avendo soldi solo
«per pochi». Anche negli Stati Uniti non ci sarà
nessun New Deal.
2. Capitalismo consociativo e manipolazione dell'identità
Oggi, se la figura tradizionale dell'operaio pare sempre meno presente
nelle economie sviluppate, certo è che assume sempre più
rilievo la figura del proletario. In molti contesti lavorativi la
proletarizzazione è indotta dall'alto grado di dipendenza e
ricattabilità connesso a tutte le forme del lavoro precario, nei
servizi più che nelle fabbriche, dai fast food ai call center.
Sono contesti lavorativi in cui si riproduce qualcosa con
modalità assimilabili a quelle della disciplina di fabbrica,
fondata sulla costrizione, la ripetitività, l'incertezza. Ma il
proletario nei paesi occidentali è travestito con i panni
ideologici del «povero»: è colui che va
«aiutato» come beneficiario della generosità
istituzionale. Di fatto, la precarizzazione instilla progressivamente
l'opinione di «non aver diritto a nulla» e, con essa, la
percezione che quando si ottiene qualcosa – un lavoro, il rinnovo di un
contratto a termine, una promozione – si tratta soltanto di un caso
fortuito, di un'occasione individuale, per il quale bisogna dimostrare
gratitudine e impegno. È l'ideologia singolarizzante della
«opportunità»/«responsabilità».
Attualmente quello che manca è proprio una rappresentazione
comune della lotta: non vi è più la coscienza e
l'orgoglio del produttore consapevole della propria forza collettiva e
del proprio ruolo trainante; anche l'avversario è percepito come
entità che decide e sovrasta, e non come padrone che opprime e
sfrutta; analogamente, le lotte non tendono più verso un
orizzonte utopico, un diverso modello di sviluppo, ma sono soltanto
lotte difensive. La crisi non farà che rafforzare la strategia
capitalistica di condizionamento dell'identità sociale del
lavoratore. E ciò comporta un investimento sulla famiglia con
forti valenze ideologiche, autoritarie e differenziali.
Si pensi ai congedi parentali, accolti generalmente con favore. Non si
possono nascondere gli effetti ambivalenti e negativi di tale
provvedimento. Ad avvalersi di questa possibilità sono quasi
esclusivamente le madri e questo ricorso fortemente sessuato al congedo
contribuisce al mantenimento delle diseguaglianze e delle
discriminazioni verso le donne sul mercato del lavoro.
Per il capitalismo è più che mai necessario che la
società faccia corpo e proietti le proprie energie nel
mantenimento di un'organizzazione sociale gerarchizzata e ingiusta. Si
capisce allora perché, di fronte alla crisi, stato e impresa,
politica ed economia, lavoro e famiglia devono trovare una
conciliazione e anzi una compenetrazione: ogni parte, ogni soggetto
deve subordinarsi alla totalità, secondo un nuovo, duttile
progetto autoritario. Si potrebbe dire che la privatizzazione
dell'Alitalia ha segnato l'inizio di una nuova fase
«consociativa» del capitalismo italiano in cui l'impresa
privata chiede esplicitamente protezione alla politica e allo stato.
Così oggi si rafforza un nuovo blocco di poteri, una crescente
unificazione di funzioni sociali distinte, un'ideologia patriottica e
benpensante che si rappresenta come l'unica possibile, l'unica
garantita. Quello che abbiamo di fronte è un «capitalismo
consociativo» che punta alla coesione mistificante e fa del
lavoro un luogo di manipolazione dell'identità per limitare il
ramificarsi del conflitto sociale.
3. Imparare dalla crisi degli anni Trenta
Quella attuale è per noi una situazione nuova e, a voler trovare
precedenti storici su cui ragionare, occorre risalire agli anni Trenta.
Come osserva Maria Rosa Dalla Costa (Famiglia, Welfare e Stato tra
progressismo e New Deal, Milano 1983), dopo la crisi del 1929, proprio
l'evidenza della dimensione di massa della disoccupazione diede ben
presto ai disoccupati nuova forza e consapevolezza. Anzitutto fu un
movimento che sviluppava la cooperazione tra ceti diversi, al di
là dei confini della classe operaia, con ampio coinvolgimento di
donne e famiglie. Inoltre si trattava di mobilitazioni organizzate su
base territoriale: dapprima a livello di quartiere, poi con
collegamenti che travalicano i confini del quartiere, della
città, dello stato. Sono pratiche di resistenza e sopravvivenza
di fronte all'avanzare della miseria: marce, saccheggi, assalti alle
agenzie di assistenza, lotte per resistere agli sfratti o al taglio
dell'acqua, del gas, dell'energia elettrica.
Già negli anni Trenta le politiche statali in fase di recessione
economica hanno posto al centro l'investimento in «capitale
umano» ai fini dell'incremento della produttività del
lavoro e delle esigenze di disciplinamento sociale. E si trattava
sempre di politiche della famiglia: il lavoro domestico femminile era
infatti il fattore primario per cui il reddito concesso dallo stato o
il salario si traducevano in maggior produttività della
forza-lavoro; e anche il lavoro extradomestico femminile, marginale e
dequalificato, contribuiva alla sussistenza e alla coesione familiare.
Lo Stato stesso amava rappresentarsi come «grande famiglia»
con ruoli e compiti distinti.
Proprio negli anni Trenta si impongono i primi esperimenti di
«reddito garantito» e «reddito di
cittadinanza». Dal 2005, un programma di reddito «rivolto
alle famiglie» è stato portato avanti dalla regione
Campania per «elevare il lavoro a fattore di identità
sociale», contro le lotte dei disoccupati. Ma già nel 1933
Huey Long, ex governatore della Louisiana, propose un reddito familiare
garantito di 5.000 dollari l'anno al grido di «Share our
Wealth!» («Dividete la nostra ricchezza!»). Ora, in
questo ambito, crediamo si tratti di distinguere con chiarezza tra
progetti di controllo sociale (negli anni Trenta il «reddito
garantito» fu anche una politica familistica contro la
riappropriazione dal basso, le rivolte, i saccheggi di cibo) e
capacità di organizzare forme autonome di autoassistenza
solidaristica (nel 1932 si contavano negli Stati Uniti oltre 100
organizzazioni di autoassistenza e scambio, di cui molte con propri
sistemi di buoni-moneta).
Si pensi solo al progetto del «mutuo sociale per la casa»
portato avanti in questi anni dai neofascisti di CasaPound e reso
operativo di recente dal sindaco Alemanno: un programma politico di
controllo e promozione della famiglia italiana, «sana»,
disciplinata, che abbia già qualche disponibilità
economica. Lo stesso potrebbe dirsi per la campagna del comitato
«Tempo di essere madri», legato a CasaPound, che sostiene
una proposta di legge per il part-time alle madri lavoratrici
mantenendo lo stipendio pieno. Sono progetti del tutto coerenti con il
nuovo «neoliberismo populista». Con una mano
deregolamentano il lavoro, con l'altra tendono il pane, ma solo ad
alcuni: a coloro che sono «capitale umano», madri e padri
fedeli al dovere, famiglia sana e perbenista. Queste politiche,
infatti, sono basate su una pesante selezione degli aventi diritto e su
condizioni inflessibili e ricattatorie per non decadere dagli
«aiuti».
Già negli anni Trenta, dinanzi alla crisi generalizzata, il
radicalismo sociale (autonomo rispetto allo stato) ha avuto più
efficacia del radicalismo politico (in dialettica con le istituzioni).
Così Peppino Ortoleva descrive la «Repubblica dei
Pezzenti», una delle più forti leghe solidaristiche negli
Stati Uniti dopo il crollo del '29 (cfr. «Republic of the
Penniless», "Rivista di storia contemporanea", 1981, n. 3, pp.
387-416): «I disoccupati e i proletari colpiti dalla crisi
tendevano a istituire, in quella fase, strutture sociali relativamente
autonome, eludendo uno scontro con il potere politico che intuivano di
non poter vincere, evitando di farsi trascinare a contrapporre
all'economia di crisi un "progetto economico" altrettanto astratto ed
estraneo, limitandosi alla concretezza dell'aiuto reciproco».
Negli anni Trenta le politiche di Welfare si sono sviluppate con
finalità di «pacificazione» e di controllo
autoritario degli strati sociali più poveri. Oggi crediamo sia
importante creare reti autonome di solidarietà e forme di
autoassistenza potenziando quegli esperimenti che già esistono
di economia alternativa, dal basso, solidaristica. Ma occorre
altresì interrogarsi sui risvolti disciplinari dei nuovi
progetti di Welfare: rivendicare una garanzia di reddito dalle
istituzioni («reddito di cittadinanza», «reddito di
esistenza», «salario garantito») riesce davvero a
contrastare efficacemente le politiche sociali autoritarie? è
adeguato portare avanti parole d'ordine che solo ieri apparivano
utopiche e ora diventano strumento differenziale di governo e di
disciplinamento?
Nel volume recente Crisi dell'economia globale (Verona, Ombre Corte,
2009), Sandro Mezzadra invita a «sperimentare la sintesi di uso
spregiudicato del riformismo, nella consapevolezza dei suoi limiti
strutturali, e riapertura di una prospettiva rivoluzionaria».
Tale sintesi sarà però un vicolo cieco se non si ha la
capacità di distinguere controllo politico e autonomia sociale.
Cassandre felsinee