Umanità Nova, n.16 del 26 aprile 2009, anno 89

Ricordando. Diego Camacho, "Abel Paz"


Oye, oye, -me dijo-, si destruismos iglesias y queremo desterrar la religión católica de la mente de las gentes, no queramos hacer de los ateneos nuevas iglesias y una religión de la anarquia.
(Abel paz, Viaje al pasado)

Diego Camacho Escámez (alias Abel Paz), nato nel 1921 ad Almería, in Andalusia, a sei anni si trasferisce a Barcellona presso uno zio militante della CNT.
Nel 1932 entra nella Escuela Natura (una struttura pedagogica libertaria seguace di Francisco Ferrer), del Clot, un rione operaio della capitale catalana. Entra nelle Juventudes Libertarias nel 1935 ad Almería dove si ferma con la madre, militante della CNT, fino al febbraio 1936 quando torna a Barcellona.
Qui aderisce alla FAI e alla CNT, è attivo nei gruppi di difesa del Clot e contribuisce alla fondazione del gruppo Quijotes del Ideal che si oppone alla linea moderata della dirigenza CNT-FAI. Dopo un arresto subito nel maggio 1937 (durante le giornate in cui gli anarchici sono sotto il tiro degli stalinisti), va a conoscere di persona le collettività agricole, scrive su Tierra y libertad, organo della FAI, e partecipa alla lotta armata sul fronte catalano. Nel gennaio 1939 è tra le centinaia di migliaia di catalani e spagnoli che fuggono da Barcellona e si rifugiano in Francia. Riesce a lavorare per qualche tempo e nel 1942 inizia la lotta clandestina passando i Pirenei.
Viene imprigionato dalla polizia franchista passando cinque anni di prigione in prigione per aver cercato di ricostruire la CNT. Dopo pochi mesi di libertà, è detenuto per aver partecipato ad una riunione delle Juventudes e passa altri cinque anni nelle poco confortevoli galere franchiste.
Uscito nel 1952 riprende, come molti altri anarchici, l'attività clandestina e nel 1953 è delegato dell'organizzazione clandestina al Congresso della AIT. Resta quindi in Francia e compie una breve, e sfortunata, missione in Spagna per conto della Comisión de Defensa.
Si trasferisce in varie città francesi con la compagna Antonia Fontanillas, (di storica famiglia anarchica e con cui vive fino al 1958), e partecipa a numerosi incontri e attività dei vari settori libertari, dalle Juventudes alla FAI, dalla CNT agli ambienti giovanili antifranchisti. Negli anni Sessanta inizia a scrivere la lunga, e tuttora la più completa, biografia di Durruti (ed. it. in 2 volumi edita nel 1999 e 2000 da Zero in Condotta, La Fiaccola e BFS) e una serie nutrita di volumi storici.
Torna in Spagna nel 1977 sull'onda della rinascita del movimento e si impegna per una ripresa qualitativa oltre che quantitativa. Malgrado qualche delusione, resta a sud dei Pirenei e continua a redigere la propria lunga e articolata memoria personale in 4 volumi (in italiano è tradotto il secondo: Spagna 1936. Un anarchico nella rivoluzione, 1998).
E' tra i pochi militanti anziani a comunicare costantemente, e spesso a polemizzare, con le nuove generazioni di libertari a cui trasmette le amare riflessioni sul passato corrette da uno spirito critico irriducibile, ma anche propositivo.
Nel 1995-1996 percorre un lungo giro in Italia per animare una quarantina di incontri pubblici e rispondere all'interesse eccezionale suscitato dal film Tierra y libertad di Ken Loach, che ritiene molto valido e stimolante.
Nel suo piccolo appartamento nel quartiere di Gracia ospita, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, centinaia di compagni che vengono a conoscerlo e a discutere. Malgrado il recente declino fisico continua a seguire i problemi del movimento e a fornire dati e riflessioni che vengono utilizzati per vari video e libri. Insomma: la morte lo trova in piena attività.

Claudio Venza

La rivoluzione sempre possibile

Raccogliere in una sintesi che resti per la storia e per la conoscenza ed edificazione delle nuove generazioni e di quelle che loro succederanno, i fatti cui si diede vita, che si produssero nel corso di quel memorabile giorno e dei successivi; fare, in una parola, il resoconto dei fatti che accaddero il 19 luglio del 1936, penso sia opera necessaria e degna di encomio.
Tanto più che la prospettiva del tempo trascorso ci consente di contemplarli e giudicarli in tutta l'ampiezza che la distanza consente. In quelle ore, coinvolti tutti nella voragine dei combattimenti, dei problemi, dei conflitti che ad ogni istante si producevano o cambiavano, non potemmo giudicare le cose con l'obiettività con cui oggi può farlo un autore, che ha saputo e voluto pazientemente accumulare testimonianze, raccogliere dati, domandare agli uni e agli altri.
[...] Talvolta si possono trovare omissioni... Come è possibile raccogliere tutto, riassumere tutto in un solo volume! Ma il più importante, il fondamentale, quello che costituì la trama, sia della cospirazione sia della reazione popolare di fronte al colpo di Stato, è raccolto con fedeltà e con l'emozione di cui non può fare a meno l'opera di qualunque uomo che senta e ami la causa della libertà.
Oggi ci sono migliaia, milioni di giovani di entrambi i sessi, per i quali tutto ciò che accadde attorno ai giorni 18 e 19 luglio è qualcosa tanto misterioso e tanto lontano quanto la battaglia delle Termopili o l'esecuzione di Oloferne.
La paura e la pressione politica durante 30 anni nulla hanno tralasciato affinché calasse un velo di segreto sul passato... Avendo come unica fonte lo stesso franchismo, si è saputo soltanto quello che è stato interessato a dire: Franco e le forze che costituirono la Crociata, si levarono contro il comunismo e contro il caos in cui si dibatteva la falsa Repubblica del 1931. La loro causa era giusta ed era legittimata dalla volontà della maggioranza degli spagnoli... Nelle famiglie, anche in quelle che avevano membri esiliati o in carcere, o addirittura al cimitero, si è taciuto, come se evocare un passato potesse significare un nuovo levarsi dei fantasmi del pericolo e della morte.
Dire la verità, restituire la verità, scrivere la verità, ripeto che è utile e necessario. Inoltre è l'unico cammino attraverso il quale quelli che sono venuti dopo possano conoscere un passato che costituisce una pagina della storia della Spagna, precisamente quella in cui nella pratica delle idee e nello sforzo liberatore e costruttivo è arrivata più lontano.
Per molti, inoltre, è un mistero sapere come poté accadere il 19 luglio. Come poté prodursi l'insorgere massiccio di un intero popolo per fronteggiare la sollevazione faziosa, supplendo al governo repubblicano travolto ed incapace di far fronte al colpo di Stato. Bisogna che si conosca come questo popolo fu preparato, orientato, moralmente messo in condizioni di assumere una responsabilità che solo in circostanze eccezionali, in momenti folgoranti, i popoli assumono. Il 19 luglio, nella storia di Spagna, sarà ciò che il 14 luglio è nella storia di Francia e la rivoluzione di Ottobre nella rivoluzione russa.
[...] I lettori di questo libro sapranno come avvennero le cose, perché successero, i fatti che determinarono, gli uomini che vi intervennero.
Non include, non può includere, tutti gli aspetti politici, sociali, economici, nazionali ed internazionali, dei fatti che accaddero in questo periodo. Tanto meno era questo il proposito dell'autore e degli editori. Costretto entro un tempo determinato, limitato da una dimensione stabilita in anticipo, il libro adempie alla sua missione, senza superarla: il che avrebbe diluito il tema ed avrebbe fatto perdere precisamente la prospettiva che ottiene nel campo di una visione contenuta e predeterminata.
[...] Onestamente, senza comprometterci in elogi esagerati e che non sono costume fra noi, consideriamo che l'autore ha centrato il suo obiettivo, è riuscito a spiegare, in maniera chiara e comprensibile, come si produsse ciò che accadde il 19 luglio.
Concludo come l'autore comincia: auguriamoci che le nuove generazioni comprendano che una rivoluzione è sempre possibile realizzarla, quando esistano la volontà e il coraggio; quando gli uomini, considerati individualmente e collettivamente, non abdichino né rinuncino ai loro diritti ed ai loro doveri.

Federica Montseny
(dalla prefazione al volume "Le trenta ore di Barcellona")

Al viejo Diego


L'incontrasti con passione e sentimento
ché cambiò il tuo e l'altrui domani
in un breve, rapido, battito d'ali
quando allora dolce fu il momento
verso futuri concreti e reali.

Ne ormai più l'abbandonasti
perdonandole  l'acerba ingenuità
di aver fatto tutto a metà
una storia dai contorni tanto vasti
d'amore, d'anarchia, di libertà.

Tua la vita forte, robusta, intensa
come l'ultima sigaretta accesa
mentre racconti la febbrile attesa
di vederla apparir sana e immensa
contro ogni stato, esercito, chiesa.

Contro nemici e falsi amici
sempre indomito don Chisciotte
dell'ideale quantunque buia notte
fosti sincero e mai menzognero
condividendo la tragica sua sorte.

Non il capello ormai bianco,
né la ruga per tanti affanni
che patisti in questi tristi anni
ti videro affranto e stanco
mollar il tagliente brando.

Perché Diego Camacho,
tienilo a mente,
la rivoluzione sociale,
l'ha vissuta intensamente.
Oltre l'esito finale.
Ben più dell'odierno niente.

Jules Èlysard

Diego Camacho Escaméz


La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana partecipa con profonda commozione la scomparsa del compagno Diego Camacho Escaméz (alias  Abel Paz). Nel piccolo appartamento del quartiere Gracia di Barcellona si è interrotto il percorso di una vita interamente dedicata alle lotte che, in nome dei valori  e delle aspirazioni del movimento libertario, hanno caratterizzato il XX secolo, un secolo che Camacho ha attraversato per intero e che lo ha visto esposto in prima persona nelle vicende della sua Spagna, oppressa dal franchismo e dal collaborazionismo pavido delle democrazie europee, preoccupate di coltivare i propri interessi piuttosto che di scongiurare le tragedie che dalla Spagna franchista alla Seconda Guerra Mondiale hanno insanguinato l'intero continente europeo.
Non è facile sintetizzare l'attività di un rivoluzionario di rango come Diego Camacho e, del resto, testimonianza diretta della sua vita di anarchico ribelle, che non rinuncia mai ad esercitare il suo senso critico anche nei riguardi dei suoi compagni e delle organizzazioni che li rappresentano, sono quella sorta di autobiografia puntualmente contestualizzata, raccolta in ben quattro volumi (in italiano è stato pubblicato solo il secondo: "Spagna 1936. Un anarchico nella rivoluzione", 1998) e, per il taglio storiografico, i due volumi della biografia di Durruti del 1999/2000, riproposti in italiano da Zero in Condotta, da La Fiaccola e da BFS.
Noi e i molti compagni della FAI che lo hanno conosciuto personalmente ne sottolineiamo l'impegno costante esercitato sino alla soglia della morte in difesa dei valori di  libertà, eguaglianza, giustizia.

Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana - FAI
Palermo, 16 aprile 2009

Un'ultima ducados


Mentre ripiego la bandiera del Germinal per rimetterla in macchina, accendo la terza sigaretta consecutiva, con Gigi non abbiamo avuto il tempo per passare da carrer de Verdi, nel quartiere di Gràcia, per berci l'ultimo bicchiere di navarra in ricordo di Diego; questo è solo un modo per lenire il senso di colpa di essere stato senza fumare all'interno del tanatorio a sentire parlare di lui.
Ricordarlo senza una copa de vino tinto e senza fumare per così troppo tempo è una delle tante strane sensazioni di questa giornata.
Il navarra di Diego: una specie di lasciapassare per una casa sempre aperta per i compagni.
Sapeva tenerti incantato per ore ed ore a parlare a spiegarti il passato e il presente, con quella strana maestria di quelli che hanno capito che il futuro, in fondo, non è che il luogo fisico dove il passato abbraccia il presente. E prima o poi sapevi che avrebbe staccato da te quel suo sguardo da furetto per passare rapido dal bicchiere alla bottiglia vuota, per poi tornare a fissarti subito dopo e sorridere ammiccante appena finita l'ultima frase: yo soy viejo... se ancora non eri ebbro di storie sapevi che era il momento di scendere per il rifornimento.
Se è vero che l'uomo non è che le storie che riesce a raccontare allora la storia di Diego era davvero grande.
Sapevo che sarei tornato a Barcellona perché ne avevo bisogno, non pensavo di tornarci per questo motivo, o forse soltanto, speravo di non farlo.
So che non tornerò più all'indirizzo in carrer Verdi: una casa adesso serrata come i nostri cuori.

Hasta luego, Diego!
donato landini, 16-4-2009

home | sommario | comunicati | archivio | link | contatti