A cura della Commissione Lavoro della Federazione Anarchica Milanese
Questa volta è toccata a quattro dirigenti (il responsabile
per l'Europa, quello per la Francia, la responsabile delle risorse
umane e il direttore finanziario) della società Scapa France SAS
con stabilimento a Bellegarde (Francia del Sud Est), filiale del
gruppo britannico Scapa.
Il 7 aprile, informati che le trattative per impedire la chiusura dello
stabilimento erano fallite dopo un mese di incontri, i sessanta
dipendenti della Scapa France hanno "trattenuto" negli uffici i quattro
dirigenti per convincerli a recedere dalla decisione.
Dopo una notte passata scomodamente, nella mattinata del giorno 8 i
quattro managers sono stati rilasciati solo dopo che le trattative
erano state riaperte.
Vale la pena di notare che tutte queste iniziative di lotta, per quanto
estreme, diversamente da quanto sarebbe avvenuto da parte delle
Confermazioni sindacali di casa nostra, non hanno incontrato la
scomunica delle segreterie generali dei sindacati locali (CGT, CFDT, FO
ecc.).
"Non dico di approvarle, ma mettetevi nei panni di questi lavoratori
che non hanno nulla da perdere" ha detto un rappresentante di Force
Ouvrière. E infatti i lavoratori, vista la situazione, hanno
autonomamente trovato in questa forma di lotta l'unica via per spuntare
le migliori condizioni possibili.
Da un recente sondaggio pubblicato dal quotidiano Le Parisien risulta
che il 45% dei Francesi giudica "accettabile" il sequestro dei manager,
il 50% lo ritiene invece "inaccettabile", mentre il 5% non si pronuncia.
Quello della Scapa France è il quarto caso in Francia nel giro
di meno di un mese e la cosa preoccupa il presidente Sarkozy che ha
già recentemente dichiarato: "In uno Stato di diritto la legge
va rispettata".
Al presidente Sarkozy una curiosa domanda: "Secondo le regole della
vostra democrazia borghese, in caso di pronunciamento del 51% della
pubblica opinione francese, tale pratica non dovrebbe avere…
legittimità democratica"?
Chiuse le banche, chiusi i supermercati, chiusi ristoranti e
caffè, chiusi i grand hotels e anche il casinò. Non sono
stati solo i lavoratori dell'ospedale, della società del gas e
della Monaco Telecom a scendere in piazza insieme ai dipendenti del
settore pubblico.
Anche i croupiers e i musicisti dell'orchestra filarmonica di
Montecarlo hanno aderito allo sciopero generale di una intera giornata,
indetto il 16 aprile dai sindacati monegaschi, per protestare contro la
crisi occupazionale che da tempo colpisce il piccolo principato, il cui
tasso di occupazione è sceso in dieci anni dell'11 per cento.
"E' uno sciopero storico, il più importante degli ultimi dieci
anni" dice l'Union des Sindycats de Monaco, e continua "Il principato
non è mai stato un paradiso per i lavoratori".
Ed ora anche qui, ma ovviamente solo per una parte della
società, si preparano tempi grami con licenziamenti e cassa
integrazione.
Ma proprio da questa parte della società monegasca è
partita la protesta, alla quale hanno partecipato circa 3.000 persone,
con una manifestazione notevolmente vivace che ha attraversato la
cittadina fino ai piedi della rocca.
Il Laboraf è il laboratorio analisi all'ospedale San Raffaele
di Milano, esternalizzato nel 2002, che attualmente, oltre a svolgere
tale servizio alla stessa struttura ospedaliera per i pazienti
ricoverati e per i centri prelievi, serve alcuni altri piccoli ospedali
con propri punti prelievo. In questa struttura è stato
proclamato lo sciopero per tutta la giornata del 30 marzo dalla RSU
dell'azienda e dalla segreteria provinciale U.S.I – Sanità.
Lo sciopero era stato deciso in una assemblea generale dei lavoratrori
sulla base di una piattaforma che rivendicava: formazione e
aggiornamento professionale; colmare le carenze di personale,
richiedendo anche l'assunzione dei diversi lavoratori con contratti
precari; maggiori equità salariali tra le diverse figure
professionali presenti.
L'adesione allo sciopero è stata totale. Uno striscione con la
scritta "laboraf on strike" è stato calato dall'alto della
palazzina della sede. I lavoratori nella tarda mattinata hanno deciso
per un corteo interno percorrendo la struttura ospedaliera fino agli
uffici dell'azienda.
Di fronte alla messa in mobilità di tutti i dipendenti della
Cabind di Chiusa San Michele (Torino) che partirà il 5
maggio, in pratica il licenziamento in massa, continuano e si
intensificano le iniziative di lotta.
Si è tenuta recentemente una assemblea dei lavoratori che,
esasperati da una situazione che non si sblocca (la proprietà
non vuol sentire parlare di eventuali compratori interessati) e
in attesa del proprietario americano che arriverà in Italia per
dare comunicazioni sulla destinazione del sito Chiusa San Michele,
hanno assediato l'ufficio del dirigente Caglieri, in attesa di
risposte. Successivamente hanno occupato la strada statale.
"I lavoratori della Cabind hanno dimostrato di non volere attendere
pratiche concertative che hanno come fine soltanto quello di rendere
meno amara una sorte segnata…" commenta Vincenzo Graziano che segue per
il settore metalmeccanici CUB la vicenda, aggiungendo: "C'è in
gioco il destino di 78 lavoratori, come organizzazione sindacale
dobbiamo essere capaci di dimostrare che solo le forme di lotta
conflittuali, fuori da logiche concetative, siano le sole utili alla
difesa degli interessi dei lavoratori".
Tanti anni di lotte degli operai e dei lavoratori della ex Breda di
Sesto San Giovanni sono serviti anche per far valere in tribunale il
riconoscimento di sacrosanti diritti e nello stesso tempo per aprire
una trattativa che ha portato al riconoscimento dei risarcimenti
pensionistici per quasi trecento lavoratori. Questa esperienza è
frutto di una mobilitazione consistente e determinata, portata avanti
attraverso il "Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro
e nel territorio".
La scorsa settimana un altro lavoratore ha vinto anche in appello la
causa contro l'INPS per il riconoscimento dei contributi
pensionistici. La sentenza della corte d'appello di Milano ha
confermato quella di primo grado, condannando l'Inps a riconoscere i
contributi pensionistici, ma ha anche ammesso che il lavoratore
fino al giugno 2004 è "stato esposto ad amianto in
concentrazioni superiori ai limiti: esposizione diretta, indiretta e
ambientale".
La sentenza sgretola uno dei capisaldi su cui finora si basavano
l'Inail e l'Inps che, riconoscendo l'esposizione all'amianto solo fino
al 1992, cercano di risparmiare sulla pelle dei lavoratori, stabilendo
arbitrariamente che da quella data l'amianto è sparito come per
incanto dai luoghi di lavoro.
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