Capita che un giorno, giovedi 16 aprile, due barconi di immigrati si
trovino in balia delle onde in mezzo al Mediterraneo. È qualcosa
che, negli ultimi anni, accade di frequente. Viene lanciato un sos che
viene raccolto dalle autorità di Malta perché i barconi
si trovano, per l'appunto, in acque di competenza maltese. In quei
paraggi c'è un mercantile battente bandiera turca, il Pinar,
guidato dal comandante Asik Tuygun, che viene contattato dai maltesi
per prestare soccorso agli immigrati. Le condizioni del mare sono
pessime, ma l'equipaggio del Pinar riesce nell'impresa. I marinai
turchi si buttano in mare per aiutare gli immigrati, vengono lanciate
cime, vengono calate scialuppe. Centoquarantaquattro disperati che
avevano affrontato il viaggio per lasciarsi alle spalle inferni di fame
e guerra come Nigeria, Ghana, Liberia salgono a bordo del mercantile
stremati ma felici. Di essere vivi. Tranne Esceth Ekos, che aveva 18
anni ed era incinta. Non ce l'ha fatta. Il suo cadavere è stato
osservato mentre veniva sbattuto dai flutti e poi, appena possibile,
è stato recuperato dall'equipaggio del Pinar. Pietà
umana. Alla radice del nostro essere umani.
La storia potrebbe finire qui se questo fosse un mondo normale. Ma
quello in cui viviamo è un mondo infame, dove la spietatezza
della ragion di stato raggiunge livelli inconcepibili. Malta ordina al
comandante Tuygun di fare rotta verso Lampedusa per scaricarvi gli
immigrati perché è il porto più vicino. L'Italia,
nella persona del ministro dell'Interno Maroni, si oppone perché
le operazioni di soccorso sono state sollecitate dai maltesi: se li
prendano loro, quindi, gli immigrati. La Valletta ribatte che Roma
avrebbe ragione se solo i maltesi avessero firmato questo accordo che
disciplina la normativa in materia. E siccome Malta non ha firmato, non
ha nessun obbligo nei riguardi di nessuno. Nemmeno dell'umanità,
aggiungiamo noi.
Passano le ore, inesorabili. A bordo del Pinar ci sono trentasette
donne (due incinte). Fame, freddo, disidratazione per tutti. I marinai
si dannano l'anima per aiutare come possono questa massa di sventurati.
Il Pinar rimane bloccato perché Malta e Italia litigano
ufficialmente scaricandosi la responsabilità sulla sorte degli
immigrati.
Nell'inqualificabile ping pong si aggiunge anche Frattini, ministro
degli esteri, che chiama in causa – del tutto inutilmente – l'Unione
europea. Passano i giorni. Nel suo sacco di tela bianca, Esceth Ekos –
che aveva diciott'anni e aspettava un figlio – si gonfia e comincia a
puzzare, mentre i gabbiani cercano di tormentarne il corpo esanime. A
bordo del Pinar riescono a salire alcuni giornalisti che raccontano
l'orrore e denunciano all'opinione pubblica la gigantesca omissione di
soccorso di cui si stanno macchiando Malta e l'Italia, due stati
sovrani che si azzuffano sulla pelle di quei disperati. La motocorvetta
Lavinia della marina militare italiana è sempre lì, con
l'ordine di tenere d'occhio il mercantile turco e impedirgli di
attraccare a Lampedusa. Fosse stato per loro, non dovevano salire a
bordo neanche i giornalisti. Il Viminale invia un paio di dottori per
verificare le condizioni dei naufraghi. Lo scandalo è ormai
scoppiato, e adesso tutti sanno cosa sta succedendo sul cargo turco. E
dire che il leghista Costa, solo poche ore prima, aveva dichiarato che
sul Pinar non c'era nessuna emergenza umanitaria. Dopo l'allarmante
relazione trasmessa per radio dai medici, il governo italiano dà
finalmente il via libera al Pinar per attraccare in Italia,
destinazione Porto Empedocle, Sicilia. Il ministro Maroni si affretta a
spiegare che la decisione è stata presa solo «in
considerazione della dolorosa emergenza umanitaria verificatasi a bordo
del mercantile, e non deve in alcun modo essere intesa né come
un precedente né quale riconoscimento delle ragioni addotte da
Malta nella vicenda». Dall'altra parte, il premier maltese
Lawrence Gonzi quasi ci scherza su: «È stato un disguido
tra amici, la decisione dell'Italia di accettare gli immigrati è
stata buona, visto che la situazione è degenerata in una crisi
umanitaria». Gli immigrati in condizioni più gravi vengono
portati d'urgenza all'ospedale di Lampedusa. Gli altri vengono via via
trasferiti a Porto Empedocle con diversi mezzi militari italiani.
Saranno smistati nei vari centri di internamento siciliani.
Per loro l'inferno continua.
Il mercantile Pinar può proseguire il suo viaggio verso il porto tunisino di Sfax.
Asik Tuygun, il comandante, ha dichiarato ai giornali: «Erano
tutte brave persone. A bordo per fortuna tutti si sono comportati bene
non creandoci problemi anche se li tenevamo sott'occhio 24 ore su 24
per paura che potessero compiere qualche gesto inconsulto per la
disperazione». «Il mio armatore è molto arrabbiato
perché la sosta forzata della nave gli ha fatto perdere dei
soldi. E così ora io rischio di perdere il mio posto di lavoro.
Speriamo che non sia così e che l'arrabbiatura del mio boss
passi. Ma non mi pento di quello che ho fatto, se dovesse accadere
un'altra volta, se dovessi soccorrere gente che sta per affondare, lo
rifarei di nuovo, anche a rischio di perdere il lavoro. Quello che mi
ha provocato un grande dolore al cuore è stato il fatto che
siamo riusciti a salvarli tutti, tranne una, quella povera ragazza che
era anche incinta».
Finché ci saranno persone così, sperare è lecito.
Finché esisteranno gli stati e le frontiere, sperare non basta.
TAZ laboratorio di comunicazione libertaria