Umanità Nova, n.18 del 10 maggio 2009, anno 89

Italia-Malta: Mare Monstrum


Capita che un giorno, giovedi 16 aprile, due barconi di immigrati si trovino in balia delle onde in mezzo al Mediterraneo. È qualcosa che, negli ultimi anni, accade di frequente. Viene lanciato un sos che viene raccolto dalle autorità di Malta perché i barconi si trovano, per l'appunto, in acque di competenza maltese. In quei paraggi c'è un mercantile battente bandiera turca, il Pinar, guidato dal comandante Asik Tuygun, che viene contattato dai maltesi per prestare soccorso agli immigrati. Le condizioni del mare sono pessime, ma l'equipaggio del Pinar riesce nell'impresa. I marinai turchi si buttano in mare per aiutare gli immigrati, vengono lanciate cime, vengono calate scialuppe. Centoquarantaquattro disperati che avevano affrontato il viaggio per lasciarsi alle spalle inferni di fame e guerra come Nigeria, Ghana, Liberia salgono a bordo del mercantile stremati ma felici. Di essere vivi. Tranne Esceth Ekos, che aveva 18 anni ed era incinta. Non ce l'ha fatta. Il suo cadavere è stato osservato mentre veniva sbattuto dai flutti e poi, appena possibile, è stato recuperato dall'equipaggio del Pinar. Pietà umana. Alla radice del nostro essere umani.
La storia potrebbe finire qui se questo fosse un mondo normale. Ma quello in cui viviamo è un mondo infame, dove la spietatezza della ragion di stato raggiunge livelli inconcepibili. Malta ordina al comandante Tuygun di fare rotta verso Lampedusa per scaricarvi gli immigrati perché è il porto più vicino. L'Italia, nella persona del ministro dell'Interno Maroni, si oppone perché le operazioni di soccorso sono state sollecitate dai maltesi: se li prendano loro, quindi, gli immigrati. La Valletta ribatte che Roma avrebbe ragione se solo i maltesi avessero firmato questo accordo che disciplina la normativa in materia. E siccome Malta non ha firmato, non ha nessun obbligo nei riguardi di nessuno. Nemmeno dell'umanità, aggiungiamo noi.
Passano le ore, inesorabili. A bordo del Pinar ci sono trentasette donne (due incinte). Fame, freddo, disidratazione per tutti. I marinai si dannano l'anima per aiutare come possono questa massa di sventurati. Il Pinar rimane bloccato perché Malta e Italia litigano ufficialmente scaricandosi la responsabilità sulla sorte degli immigrati.
Nell'inqualificabile ping pong si aggiunge anche Frattini, ministro degli esteri, che chiama in causa – del tutto inutilmente – l'Unione europea. Passano i giorni. Nel suo sacco di tela bianca, Esceth Ekos – che aveva diciott'anni e aspettava un figlio – si gonfia e comincia a puzzare, mentre i gabbiani cercano di tormentarne il corpo esanime. A bordo del Pinar riescono a salire alcuni giornalisti che raccontano l'orrore e denunciano all'opinione pubblica la gigantesca omissione di soccorso di cui si stanno macchiando Malta e l'Italia, due stati sovrani che si azzuffano sulla pelle di quei disperati. La motocorvetta Lavinia della marina militare italiana è sempre lì, con l'ordine di tenere d'occhio il mercantile turco e impedirgli di attraccare a Lampedusa. Fosse stato per loro, non dovevano salire a bordo neanche i giornalisti. Il Viminale invia un paio di dottori per verificare le condizioni dei naufraghi. Lo scandalo è ormai scoppiato, e adesso tutti sanno cosa sta succedendo sul cargo turco. E dire che il leghista Costa, solo poche ore prima, aveva dichiarato che sul Pinar non c'era nessuna emergenza umanitaria. Dopo l'allarmante relazione trasmessa per radio dai medici, il governo italiano dà finalmente il via libera al Pinar per attraccare in Italia, destinazione Porto Empedocle, Sicilia. Il ministro Maroni si affretta a spiegare che la decisione è stata presa solo «in considerazione della dolorosa emergenza umanitaria verificatasi a bordo del mercantile, e non deve in alcun modo essere intesa né come un precedente né quale riconoscimento delle ragioni addotte da Malta nella vicenda». Dall'altra parte, il premier maltese Lawrence Gonzi quasi ci scherza su: «È stato un disguido tra amici, la decisione dell'Italia di accettare gli immigrati è stata buona, visto che la situazione è degenerata in una crisi umanitaria». Gli immigrati in condizioni più gravi vengono portati d'urgenza all'ospedale di Lampedusa. Gli altri vengono via via trasferiti a Porto Empedocle con diversi mezzi militari italiani. Saranno smistati nei vari centri di internamento siciliani.
Per loro l'inferno continua.
Il mercantile Pinar può proseguire il suo viaggio verso il porto tunisino di Sfax.
Asik Tuygun, il comandante, ha dichiarato ai giornali: «Erano tutte brave persone. A bordo per fortuna tutti si sono comportati bene non creandoci problemi anche se li tenevamo sott'occhio 24 ore su 24 per paura che potessero compiere qualche gesto inconsulto per la disperazione». «Il mio armatore è molto arrabbiato perché la sosta forzata della nave gli ha fatto perdere dei soldi. E così ora io rischio di perdere il mio posto di lavoro. Speriamo che non sia così e che l'arrabbiatura del mio boss passi. Ma non mi pento di quello che ho fatto, se dovesse accadere un'altra volta, se dovessi soccorrere gente che sta per affondare, lo rifarei di nuovo, anche a rischio di perdere il lavoro. Quello che mi ha provocato un grande dolore al cuore è stato il fatto che siamo riusciti a salvarli tutti, tranne una, quella povera ragazza che era anche incinta».
Finché ci saranno persone così, sperare è lecito. Finché esisteranno gli stati e le frontiere, sperare non basta.

TAZ laboratorio di comunicazione libertaria

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