Umanità Nova, n.18 del 10 maggio 2009, anno 89

I nodi della crisi e i conti da pagare


Si può dire tranquillamente che il fallimento di Lehman Brothers, il 15 settembre 2008, abbia costituito un altro 11 settembre per la finanza mondiale. Come l'attentato alle torri gemelle, la crisi delle banche americane è stata precedeuta e seguita da crolli azionari e crack finanziari di portata epocale. E' stata minata alle fondamenta la teoria economica liberista ed è stato necessario un piano straordinario di intervento pubblico,  impensabile fino a quel momento, per tentare di tenere a galla il sistema. Se questo tentativo sarà coronato da successo, è materia di dibattito per i prossimi anni. Sul fatto che questa crisi finanziaria finirà per incidere profondamente nel modello di sviluppo economico e sociale, non ci sono più dubbi. Proveremo a rimarcare i caratteri di maggior rilievo di questo tsunami senza precedenti, per capire meglio ciò che ci aspetta e ciò che possiamo fare.
1) La crisi è finanziaria, ma è radicata nelle contraddizioni dello sviluppo produttivo capitalista e ne implica un cambiamento profondo, a partire dal modello egemonico americano. Dopo gli anni '70 la crisi è stata tamponata con un crescente livello di indebitamento che ha sostenuto i consumi e l'escrescenza speculativa finanziaria, in un intreccio perverso che ha raggiunto con la vicenda dei mutui subprime il suo acme. Stipulare sempre nuovi mutui su prezzi delle case in ascesa costante è stato l'atto finale, prima di vedere crollare insieme il valore degli immobili e la capacità di ripagare le rate. Di botto è esploso tutto il sistema drogato di rigonfiamento dei valori finanziari, particolarmente evidente negli ultimi 15 anni. Non si tratta solo più dell'inversione della parabola internet (o meglio tecnologia-telefonici-media) del periodo 200/2001, ma di una serie di bolle formatisi e poi scoppiate a catena: azioni, obbligazioni corporate, immobili, materie prime, derivati, hedge funds, prodotti strutturati, valute e così via. L'epicentro è stata la finanza, le onde lunghe del terremoto arrivano al cuore della produzione reale.
2) La crisi della finanza è sistemica ed ha richiesto un intervento di dimensioni colossali per salvare le banche, con risorse pubbliche, nazionalizzazioni, ricapitalizzazioni, garanzie illimitate. Le varianti degli interventi, di qua e di là, dell'Atlantico sono numerose: acquisto di attività tossiche per separare attivi buoni e cattivi delle banche, acquisti diretti di quote di capitale sociale, nazionalizzazioni tout-court, garanzie pubbliche su fondi e depositi, sottoscrizione statale di strumenti obbligazionari particolari (come i Tremonti Bonds). Il primo pacchetto d'intervento ha riguardato il salvataggio dei responsabili del disastro (i banchieri, gli speculatori, i fondi d'investimento, gli hedge funds), e indirettamente quelli che hanno loro affidato i loro averi (risparmiatori, fondi pensione, istituzioni statali). In un secondo tempo si comincia a fornire sostegno alla componente "produttiva" del capitale: sussidi alle industrie manifatturiere, rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, riprogettazione dei sistemi di welfare (vedremo in quale direzione).
3) La graduale normalizzazione della struttura finanziaria, la fine del panico, il ripristino dei consueti meccanismi di trasferimento della liquidità da chi risparmia a chi investe è stato realizzato con il drastico taglio dei tassi e l'intervento diretto dello stato come unico e affidabile prenditore di denaro e stabilizzatore dell'economia. Passata questa fase, si comincia ad intravedere qualche squarcio di futuro. Chi fa da battistrada è chi ha i problemi più grossi: gli Usa. Con perdite mensili di 6-700.000 posti di lavoro, una disoccupazione che viaggia verso il 10-12% e le tre di Detroit in situazione prefallimentare, l'amministrazione Obama sembra aver capito che bisogna fare anche il manifatturiero, se si vuole sopravvivere. Da qui i massicci piani di riconversione verso una struttura produttiva e riproduttiva meno legata all'approccio quantitativo, ai consumi opulenti, a modelli insostenibili: assistenza sanitaria, formazione e scuola, prodotti più ecologici, riconversione industriale. L'accordo Chrysler-Fiat sintetizza lo sforzo per un nuovo inizio: contributi pubblici (tanti) per un salvataggio industriale che tiene in piedi il gigante ammaccato tramite l'accordo con un produttore europeo piccolino, che non rischia niente, non mette un euro e non prende impegni, se non quello di condividere con Chrysler motori e piattaforme, in cambio di una rete di concessionari e di alcuni modelli che possono servire anche qui (Jeep, Dodge). Il nuovo corso è solo un  accenno, ma sarà interessante analizzare quale conseguenze può avere sul quadro degli scambi Usa-Cina, cioè sulla situazione ormai consolidata che vedeva la Cina come fabbrica del mondo e gli Usa come semplici importatori a debito di merci altrui.
4) La vera chiave di volta di tutta l'impalcatura messa in campo negli ultimi 7/8 mesi è l'intervento pubblico dello stato, che si è fatto garante della tenuta del sistema economico e finanziario internazionale, attraverso un indebitamento che non ha precedenti nella storia, fatto salvo il periodo bellico. La tenuta dei sistemi di finanza pubblica è tutta da dimostrare: si basa sulla capacità di riscuotere tasse e di rientrare gradualmente dei debiti contratti, in un periodo di tempo sufficientemente prolungato da non causare rivolte antifiscali e non strozzare l'economia. Si tratta di capire fino a quando la capacità di sopportazione delle classi subalterne potrà reggere il peso fiscale implicito nel costo del rientro dai crescenti livelli di debito pubblico. In paesi come l'Italia la distorsione dei sistemi fiscali è particolarmente evidente e confermata ancora dagli ultimi dati disponibili: solo 69.000 persone nel 2007 dichiaravano oltre 200.000 euro di reddito annuo ed erano quasi tutti dipendenti e pensionati. Data l'impossibilità politica di fare pagare le tasse a chi potrebbe e dovrebbe farlo, la rimodulazione dei sistemi di welfare va gestita come semplice redistribuzione interna alla spesa sociale, trasferendo risorse dai "garantiti" a quelli "scoperti". Nel dibattito "alla Sacconi" si tratta di tagliare la spesa per pensioni e di spostarla a difesa di giovani precari, disoccupati e cassaintegrati, al servizio di un mercato del lavoro più flessibile, con totale libertà di licenziamento e azzeramento delle tutele normative e contrattuali.
5) Se la resistenza dei lavoratori subordinati all'aumento del carico fiscale dovesse diventare più forte, ed escludendo un improbabile ritorno degli anni gloriosi del trentennio postbellico, quando la crescita di salari ed occupazione finanziava una spesa sociale in salita, esiste un'unica alternativa per rientrare dal debito pubblico: l'inflazione. Storicamente questo è stato l'unico modo, politicamente gestibile, per abbattere il valore reale del debito pubblico. Processo quando mai allettante oggi, quando i sistemi di indicizzazione di salario e  pensioni al costo della vita sono stati o azzerati, o allentati, persino nella versione già povera del recupero successivo dell'inflazione reale rispetto a quella programmata. Al di là dei vari sistemi di taroccamento dei dati ufficiali d'inflazione, il nuovo sistema contrattuale varato con l'accordo del 22/1/2009 presuppone la sterilizzazione dell'inflazione importata, una vecchia proposta di un'economista "di sinistra", indipendente nelle fila dell'allora PCI: Luigi Spaventa.

Possiamo quindi ipotizzare due terreni di scontro che possono movimentare il conflitto sociale negli anni venturi: la lotta per una rimodulazione del welfare che non si traduca nel semplice spostamento di risorse dai "garantiti" agli altri, ma in una vera redistribuzione del costo fiscale della crisi; la lotta per impedire la svalorizzazione dei salari e delle pensioni  attraverso un processo inflattivo incontrollato e distruttivo del potere d'acquisto ad ogni livello.
La capacità di sviluppare resistenza e conflitto si dovranno misurare con problemi non certo nuovi nella sostanza, ma imponenti della dimensione e nella profondità.

Renato Strumia

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