Si può dire tranquillamente che il fallimento di Lehman
Brothers, il 15 settembre 2008, abbia costituito un altro 11 settembre
per la finanza mondiale. Come l'attentato alle torri gemelle, la crisi
delle banche americane è stata precedeuta e seguita da crolli
azionari e crack finanziari di portata epocale. E' stata minata alle
fondamenta la teoria economica liberista ed è stato necessario
un piano straordinario di intervento pubblico, impensabile fino a
quel momento, per tentare di tenere a galla il sistema. Se questo
tentativo sarà coronato da successo, è materia di
dibattito per i prossimi anni. Sul fatto che questa crisi finanziaria
finirà per incidere profondamente nel modello di sviluppo
economico e sociale, non ci sono più dubbi. Proveremo a
rimarcare i caratteri di maggior rilievo di questo tsunami senza
precedenti, per capire meglio ciò che ci aspetta e ciò
che possiamo fare.
1) La crisi è finanziaria, ma è radicata nelle
contraddizioni dello sviluppo produttivo capitalista e ne implica un
cambiamento profondo, a partire dal modello egemonico americano. Dopo
gli anni '70 la crisi è stata tamponata con un crescente livello
di indebitamento che ha sostenuto i consumi e l'escrescenza speculativa
finanziaria, in un intreccio perverso che ha raggiunto con la vicenda
dei mutui subprime il suo acme. Stipulare sempre nuovi mutui su prezzi
delle case in ascesa costante è stato l'atto finale, prima di
vedere crollare insieme il valore degli immobili e la capacità
di ripagare le rate. Di botto è esploso tutto il sistema drogato
di rigonfiamento dei valori finanziari, particolarmente evidente negli
ultimi 15 anni. Non si tratta solo più dell'inversione della
parabola internet (o meglio tecnologia-telefonici-media) del periodo
200/2001, ma di una serie di bolle formatisi e poi scoppiate a catena:
azioni, obbligazioni corporate, immobili, materie prime, derivati,
hedge funds, prodotti strutturati, valute e così via.
L'epicentro è stata la finanza, le onde lunghe del terremoto
arrivano al cuore della produzione reale.
2) La crisi della finanza è sistemica ed ha richiesto un
intervento di dimensioni colossali per salvare le banche, con risorse
pubbliche, nazionalizzazioni, ricapitalizzazioni, garanzie illimitate.
Le varianti degli interventi, di qua e di là, dell'Atlantico
sono numerose: acquisto di attività tossiche per separare attivi
buoni e cattivi delle banche, acquisti diretti di quote di capitale
sociale, nazionalizzazioni tout-court, garanzie pubbliche su fondi e
depositi, sottoscrizione statale di strumenti obbligazionari
particolari (come i Tremonti Bonds). Il primo pacchetto d'intervento ha
riguardato il salvataggio dei responsabili del disastro (i banchieri,
gli speculatori, i fondi d'investimento, gli hedge funds), e
indirettamente quelli che hanno loro affidato i loro averi
(risparmiatori, fondi pensione, istituzioni statali). In un secondo
tempo si comincia a fornire sostegno alla componente "produttiva" del
capitale: sussidi alle industrie manifatturiere, rifinanziamento degli
ammortizzatori sociali, riprogettazione dei sistemi di welfare (vedremo
in quale direzione).
3) La graduale normalizzazione della struttura finanziaria, la fine del
panico, il ripristino dei consueti meccanismi di trasferimento della
liquidità da chi risparmia a chi investe è stato
realizzato con il drastico taglio dei tassi e l'intervento diretto
dello stato come unico e affidabile prenditore di denaro e
stabilizzatore dell'economia. Passata questa fase, si comincia ad
intravedere qualche squarcio di futuro. Chi fa da battistrada è
chi ha i problemi più grossi: gli Usa. Con perdite mensili di
6-700.000 posti di lavoro, una disoccupazione che viaggia verso il
10-12% e le tre di Detroit in situazione prefallimentare,
l'amministrazione Obama sembra aver capito che bisogna fare anche il
manifatturiero, se si vuole sopravvivere. Da qui i massicci piani di
riconversione verso una struttura produttiva e riproduttiva meno legata
all'approccio quantitativo, ai consumi opulenti, a modelli
insostenibili: assistenza sanitaria, formazione e scuola, prodotti
più ecologici, riconversione industriale. L'accordo
Chrysler-Fiat sintetizza lo sforzo per un nuovo inizio: contributi
pubblici (tanti) per un salvataggio industriale che tiene in piedi il
gigante ammaccato tramite l'accordo con un produttore europeo
piccolino, che non rischia niente, non mette un euro e non prende
impegni, se non quello di condividere con Chrysler motori e
piattaforme, in cambio di una rete di concessionari e di alcuni modelli
che possono servire anche qui (Jeep, Dodge). Il nuovo corso è
solo un accenno, ma sarà interessante analizzare quale
conseguenze può avere sul quadro degli scambi Usa-Cina,
cioè sulla situazione ormai consolidata che vedeva la Cina come
fabbrica del mondo e gli Usa come semplici importatori a debito di
merci altrui.
4) La vera chiave di volta di tutta l'impalcatura messa in campo negli
ultimi 7/8 mesi è l'intervento pubblico dello stato, che si
è fatto garante della tenuta del sistema economico e finanziario
internazionale, attraverso un indebitamento che non ha precedenti nella
storia, fatto salvo il periodo bellico. La tenuta dei sistemi di
finanza pubblica è tutta da dimostrare: si basa sulla
capacità di riscuotere tasse e di rientrare gradualmente dei
debiti contratti, in un periodo di tempo sufficientemente prolungato da
non causare rivolte antifiscali e non strozzare l'economia. Si tratta
di capire fino a quando la capacità di sopportazione delle
classi subalterne potrà reggere il peso fiscale implicito nel
costo del rientro dai crescenti livelli di debito pubblico. In paesi
come l'Italia la distorsione dei sistemi fiscali è
particolarmente evidente e confermata ancora dagli ultimi dati
disponibili: solo 69.000 persone nel 2007 dichiaravano oltre 200.000
euro di reddito annuo ed erano quasi tutti dipendenti e pensionati.
Data l'impossibilità politica di fare pagare le tasse a chi
potrebbe e dovrebbe farlo, la rimodulazione dei sistemi di welfare va
gestita come semplice redistribuzione interna alla spesa sociale,
trasferendo risorse dai "garantiti" a quelli "scoperti". Nel dibattito
"alla Sacconi" si tratta di tagliare la spesa per pensioni e di
spostarla a difesa di giovani precari, disoccupati e cassaintegrati, al
servizio di un mercato del lavoro più flessibile, con totale
libertà di licenziamento e azzeramento delle tutele normative e
contrattuali.
5) Se la resistenza dei lavoratori subordinati all'aumento del carico
fiscale dovesse diventare più forte, ed escludendo un
improbabile ritorno degli anni gloriosi del trentennio postbellico,
quando la crescita di salari ed occupazione finanziava una spesa
sociale in salita, esiste un'unica alternativa per rientrare dal debito
pubblico: l'inflazione. Storicamente questo è stato l'unico
modo, politicamente gestibile, per abbattere il valore reale del debito
pubblico. Processo quando mai allettante oggi, quando i sistemi di
indicizzazione di salario e pensioni al costo della vita sono
stati o azzerati, o allentati, persino nella versione già povera
del recupero successivo dell'inflazione reale rispetto a quella
programmata. Al di là dei vari sistemi di taroccamento dei dati
ufficiali d'inflazione, il nuovo sistema contrattuale varato con
l'accordo del 22/1/2009 presuppone la sterilizzazione dell'inflazione
importata, una vecchia proposta di un'economista "di sinistra",
indipendente nelle fila dell'allora PCI: Luigi Spaventa.
Possiamo quindi ipotizzare due terreni di scontro che possono
movimentare il conflitto sociale negli anni venturi: la lotta per una
rimodulazione del welfare che non si traduca nel semplice spostamento
di risorse dai "garantiti" agli altri, ma in una vera redistribuzione
del costo fiscale della crisi; la lotta per impedire la svalorizzazione
dei salari e delle pensioni attraverso un processo inflattivo
incontrollato e distruttivo del potere d'acquisto ad ogni livello.
La capacità di sviluppare resistenza e conflitto si dovranno
misurare con problemi non certo nuovi nella sostanza, ma imponenti
della dimensione e nella profondità.
Renato Strumia