M. Ilari, Parole in libertà: il giornale anarchico Umanità Nova (1944-1953), Milano, Zero in Condotta, 2009, 267 pp.
Massimiliano Ilari, storico del movimento anarchico e dottore di
ricerca dell'Università di Trento, dopo l'opera prima La
giustizia di Franco (CSL Camillo di Sciullo, 2005), ci propone questa
seconda monografia che presenta non pochi aspetti di interesse, in
primo luogo per l'oggetto della ricerca. La raccolta delle annate di UN
nel decennio cruciale 1944-1953, ossia dalla riattivazione clandestina
del giornale al congresso FAI di Civitavecchia, è un corpus sul
quale nessuno studioso aveva ancora lavorato sistematicamente. Lo
stesso discorso può valere anche per molte delle fonti
contemporanee con cui è stato integrato: altri periodici,
volantini, testimonianze orali e Bollettini Interni della FAI.
La prima parte del libro è dedicata alla ricostruzione della
storia materiale del periodico, dai tentativi di riattivazione nel
corso della guerra, che segnalavano la continuità con la testata
della UAI fondata e diretta nel 1920 da Errico Malatesta riprendendone
anche la numerazione interrotta dalla repressione fascista, fino ai
problemi tecnici ed economici della ripresa come settimanale.
Un settimanale che, con tirature fra le 10.000 e le 18.000 copie, tenta
nei primi anni dell'Italia repubblicana di farsi spazio fra mille
difficoltà anche pratiche: non solo per il bilancio, che fino
alla crisi del movimento nei primi anni Cinquanta non presenta gravi
deficit, ma anche per le scelte tecniche ed editoriali, soprattutto
rispetto alla gestione di polemiche e dibattiti interni. Un aneddoto
riguarda le rubriche culturali a causa delle quali si riempiono di
poesie e scritti filosofici i cassetti della redazione, che è
costretta ad avvisare, non senza ironia, di non poter accontentare
tutti. «Chiediamo perciò scusa a tutti i poeti ed a tutti
i filosofi che ci offrivano le primizie della loro vena poetica e della
loro genialità speculativa, se non possiamo dar loro la
soddisfazione che certamente meritano» (p. 32).
La seconda parte ricostruisce la lettura del contesto politico italiano
e internazionale operata negli anni in oggetto dagli articoli
pubblicati. In primo luogo il problema della rivoluzione, che si
percepisce più lontana dopo la piega presa dagli eventi dopo la
fine della Resistenza armata, ma che continua ad essere la
finalità ultima del lavoro di propaganda e organizzazione degli
anarchici, nonostante quello che nel 1949 Umberto Marzocchi aveva
definito il progressivo «avvilimento delle coscienze» (p.
46).
Si configurano in questo capitolo tutte le difficoltà del
tentativo del movimento di costruire uno punto di vista autonomo su
un'attualità politica che tende progressivamente a
marginalizzarlo, per restare aggrappato, se non alla forza dei numeri,
almeno a quella delle idee e della critica dell'esistente. Punto di
vista che comunque in quegli anni ha una certa visibilità se
alcuni dei tanti bersagli si prendono la briga di rispondere
direttamente. Fra gli altri episodi sono da ricordare «anche
alcune cronache riportanti dure omelie di alcuni parroci contro
articoli apparsi sulla stessa UN» (p. 92).
La terza parte legge invece tramite le pagine del
settimanale la storia del movimento anarchico, che reduce dall'esilio,
dalla Spagna e dalla Resistenza si organizza nel settembre del 1945 con
la fondazione a Carrara della Federazione Anarchica Italiana,
continuazione della UAI di Malatesta, di cui UN diventa espressione.
Attraverso le pagine di UN e i documenti congressuali si dipanano tutti
i problemi affrontati nel dibattito di quegli anni, dalla questione
sindacale al problema dell'organizzazione, dai rapporti con le altre
forze antifasciste all'atteggiamento da tenere nei confronti delle
istituzioni rappresentative.
Fino alla scissione dei Gruppi Anarchici di Azione Proletaria nei primi
anni Cinquanta e al quinto congresso nazionale di Civitavecchia, che
segna «la definitiva conclusione della parabola storica di quel
particolare movimento anarchico che era sorto in seguito alla caduta
del fascismo ed alla fine della guerra, caratterizzato da entusiasmo,
speranze ed un certo, forse eccessivamente ingenuo, senso di
comunità anarchica onnicomprensiva» (p. 180).
Da quel momento l'anarchismo organizzato in Italia entra in una crisi dalla quale uscirà solo con le lotte del 1968-69.
La quarta parte intitolata L'idea, il pensiero, la cultura fa il
punto su quelli che sono stati i contenuti ideali e i contributi
teorici veicolati dal giornale in quel decennio, presentando le diverse
posizioni nel dibattito e introducendo anche spunti interessanti per
una possibile storia culturale e della mentalità dei militanti
anarchici.
Si analizzano ad esempio i commenti su arte e letteratura in un
giornale in cui sono presentate criticamente anche nuove forme di
comunicazione fra le quali il cinema neorealista (peraltro difeso dai
tentativi di censura clericale ai quali era fatto segno all'epoca). Si
sottolinea poi che in quegli anni è in nome della scienza e del
"sapere" che gli anarchici rifiutano l'appellativo di utopisti per
dimostrare la concretezza della loro proposta sociale. «Va
rimarcato come la definizione di società anarchica come
"utopica", nell'accezione di pensiero politico impossibile da
realizzarsi, venne spesso decisamente rifiutata» (p. 241).
Questo libro è la scrittura di una storia del quotidiano che non
è per questo événementielle e contribuisce ad
aumentare le nostre conoscenze su un periodo molto sensibile come
quello del secondo dopoguerra, sul quale la storiografia del movimento
anarchico dovrà ancora lavorare. Da oggi con un prezioso
strumento in più.
Federico Ferretti