Umanità Nova, n.22 del 7 giugno 2009, anno 89

La sete delle iene


L'acqua e la sua gestione è uno dei temi di maggior attualità. Anche in Italia da anni sono presenti iniziative, sia locali che nazionali, che rivendicano la ripubblicizzazione dell'acqua in opposizione alla privatizzazione in atto.
Sembra paradossale che oggi, travolti da una colossale crisi monetaria che ha visto crollare i castelli di carta della finanza privata, si possa ancora sostenere che il "privato" è la panacea di tutti i mali economici. E mentre in altri paesi del mondo c'è una tendenza generalizzata al ritorno al pubblico nella gestione dell'acqua, in Italia, paese del paradosso, ci si insabbia ostinatamente nell'ormai obsoleto motto "privato è bello".
Uruguay, Bolivia, Venezuela e Ecuador, grazie alle lotte dei movimenti sociali, hanno cacciato le multinazionali dell'acqua dal loro territorio; e non solo, persino Parigi, casa di colossi come la Suez e la Veolia, ha approvato recentemente una legge per la ripubblicizzazione del sistema idrico. E in Italia?
A fine novembre dello scorso anno, si è tenuto ad Aprilia il Secondo Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua. Al Forum aderiscono una buona parte dei comitati sorti in più parti d'Italia, spontaneamente, a seguito della riorganizzazione in chiave privatistica della sistema idrico, iniziata con la legge Galli del 1994 e concretizzatasi con l'articolo 23-bis della legge 133/08.
In sintesi, il Forum sta producendo una serie di iniziative che hanno come obiettivo finale sottrarre dalle mani della speculazione privata la gestione idrica, puntando su vertenze locali e, soprattutto, sull'approvazione di una legge di iniziativa popolare sulla ripubblicizzazione dell'acqua che toglierebbe sì la gestione del sistema idrico dalle mani dei privati, ma la porrebbe di fatto in quelle dell'amministrazione statale.
Come gestiscono i privati si sa, badano solo al lato economico e quello è il fulcro di tutte le loro scelte, ma il pubblico? O meglio: l'istituzionale? Oggi come oggi non c'è quasi differenza, il concetto liberista di mercato ha oramai contaminato anche il pubblico, ogni servizio viene vissuto e gestito come "servizio di rilevanza economica" e il cittadino considerato come un supermercato considera un normale consumatore.
L'effetto visibile che la legge Galli ha prodotto non è una miglior gestione del sistema idrico, che è rimasto tale e quale a prima con le sue perdite e i suoi sprechi, ma un vertiginoso aumento delle tariffe dovuto sia al tentativo di fornire un piatto appetitoso da porre sulla tavola del mercato, sia al mantenimento del nuovo carrozzone.
La legge Galli prevede che siano le regioni a determinare le quote d'ingresso delle aziende private. In Toscana, per esempio, il tetto è il 49%, mentre il 51% deve rimanere alle amministrazioni pubbliche. Questo comporta che pur essendo le amministrazioni (cioè i soldi dei cittadini) a essere maggiormente coinvolte, di fatto il privato ha in mano il controllo della società che gestisce il sistema idrico.
Quindi, aumenti di capitale, stipendi per consiglieri e presidenti vari, mantenimento dell'ATO, tutto a carico dell'utente del servizio idrico, direttamente o indirettamente.
Un banale esempio di provincia: ATO1 Alta Toscana, solo per mantenere questo organismo, che è esclusivamente politico – o politicizzato – il gestore unico deve versare l'importo di 1.000.000 di euro come "canone di funzionamento" (comma 6, art. 12 dei patti aggiunti) e per gli anni successivi è previsto un aumento del 10% del canone dell'anno precedente.
Inoltre, sempre il gestore unico, dovrà versare annualmente ai comuni un "canone di concessione" di 1.000.000 (art. 19 della convenzione di affidamento e comma 1, art. 12 dei patti aggiunti) di euro. Totale 2.000.000 (oltre agli aumenti dal 2005 a oggi) di euro che, ovviamente, vengono prelevati dalle tasche degli utenti.
Nel 2005 la società viene creata, è una SpA e i soci sono i comuni inseriti nell'ATO1. Comincia il gioco delle nomine, ci sono posti liberi sia nella nuova società che nell'autorità di ambito, e si parla sempre di cifre a cinque zeri. Insomma una valanga di soldi da succhiare agli utenti. E i soldi vengono succhiati: le bollette balzano alle stelle. Nasce subito un comitato, si pratica l'autoriduzione delle bollette e qualcuno proprio non le paga. Contestazioni, manifestazioni di protesta, cause e ricorsi e quant'altro possibile contro una azienda sempre più irrigidita nella sua posizione, che non trova di meglio da fare che rimandare all'ATO (è suo il compito di stabilire le tariffe del servizio) e i politici che, talune volte, erano persino solidali con i comitati. La cosa buffa – se buffa si può definire – è che il gestore unico è a completa partecipazione pubblica (le amministrazioni detengono ancora il 100%) e l'ATO è di nomina politica. Tutto in mano, al 100%, a quei politici che si sono ben spartiti la torta e che hanno anche trovato il modo, attraverso le loro ingarbugliate operazioni, di sollevarsi da responsabilità, almeno apparentemente. E non solo, siamo arrivati al punto che l'azienda di gestione del servizio idrico ha cominciato a chiudere i contatori di quegli utenti morosi "totali" (i parziali sono quelli che hanno praticato l'autoriduzione).
Inoltre, pochi mesi orsono, la società ha deciso un aumento di capitale e dalle casse dell'amministrazione comunale di Carrara sono usciti 3.014.832,92 euro, che vanno ad aggiungersi a quelli degli altri comuni. Altri soldi che gli utenti/contribuenti del sistema idrico devono cacciare extra bolletta.
Questo è il modo in cui pubblico (statale) gestisce i beni comuni.
E l'approvazione della legge 133/08 fa prevedere solo un peggioramento (sempre che possa esserci).
Togliere la gestione dell'acqua dalle mani dei privati è l'obiettivo principale, ma senza un serio ragionamento su come destatalizzarne il controllo, promovendo l'autogestione del sistema idrico da parte delle comunità locali è come togliere la preda dalle fauci dei leoni per porla in quelle delle iene.

RedC

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