La recente e apparentemente improvvisa crisi esplosa nel
sindacalismo di base e che mette fortemente in discussione il percorso
di apparentamento tra le tre maggiori organizzazioni (Cub, Cobas e SdL)
iniziato con il Patto di consultazione e sfociato in un più
ambizioso Patto di base è stata, in gran parte, provocata dalla
spaccatura interna della Cub. Spaccatura ben testimoniata
dall'assemblea nazionale della CUB (indetta unilateralmente da RdB e
alla quale diversi sindacati di categoria gravitanti nell'area
tiboniana non hanno partecipato) di Riccione del 22-24 maggio.
Spaccatura netta che non sembra avere margini di mediazione e che
delinea due modelli di sindacato: quello tiboniano (dai contorni non
ben definiti) e quello RdB che "…propone un sindacato centralizzato,
quello tradizionale, con potere e risorse ai vertici
dell'organizzazione, la firma dei contratti anche se negativi nel
merito, la non essenzialità del radicamento nei luoghi di
lavoro" (dal sito della Cub tiboniana). Spaccatura infine che viene da
molto lontano: chi stende materialmente queste note ha partecipato alla
prima assemblea nazionale CUB, nel 1992, e ricorda che i motivi di
dissenso allora erano esattamente quelli di oggi e i toni, se
possibile, più accesi.
Comunque non intendiamo soffermarci astrattamente sullo stato del
sindacalismo di base, difetti (molti) e pregi (alcuni) sono chiari. La
questione è, per andare al nocciolo, che i compagni di area
libertaria all'interno della Cub, nella Cub (sia pure quella di Tiboni)
non avranno futuro per evidenti motivi. Si ripropone per certi aspetti,
chiaramente in altra scala, una sorta di '48 sindacale che vide i
nostri compagni (minoranza nella CGIL unitaria ma comunque pluralista)
in pochi anni diventare minoranza subordinata nella CGIL
socialcomunista e sparire nel giro di un decennio.
Questi compagni sono in una fase delicata, una fase di scelte. Una fase
che, a nostro avviso, impone di cambiare rotta decisamente. Ci
sarà qualche prezzo da pagare e non sarà basso, ma forse
ne vale la pena. Bisogna però essere disposti a rivedere
profondamente i principi e le convinzioni che hanno ispirato le nostre
azioni quando la realtà, brutalmente, ci dice altro.
Certo, possiamo immaginare che qualcuno di loro sostenga che sia meglio
un onesto "minimalismo" sindacale che comunque tuteli gli interessi
immediati dei lavoratori iscritti o vicini piuttosto che un salto nel
buio verso la generalizzazione di ipotetiche forme di auto
organizzazione dal basso che, in questa fase, non sono supportate da
pratiche radicali e antagoniste di massa. Si può essere
d'accordo o no con questo ragionamento, tuttavia gli si deve
riconoscere dignità e qualche grado di praticabilità.
Però ci sono alcune questioni che a libertari e anarchici non è lecito trascurare:
- la struttura burocratica, chiamiamola "tecnostruttura", dei sindacati
di base c'è, sarà piccola rispetto a quelle delle aziende
sindacal-confederali ma c'è e ha il suo peso nella natura e
nelle scelte delle organizzazioni. Non è problema se si tratta
di un centinaio di persone in tutto, potrebbero essere anche una decina
(o meno, come saranno nella nuova Cub) ma il significato rimane lo
stesso: si sostituisce, tramite un processo di delega non dissimile a
quello vigente nei sindacati tradizionali, la libera iniziativa dei
lavoratori (che sicuramente in questa fase langue ma che comunque
è compito prioritario risvegliare) con quella di esperti e
specialisti che sarà sicuramente più efficiente ma
è un po' meno stimolante per una ripresa della lotta di classe.
- l'aspetto etico. Il discorso va diviso in due parti: la prima,
banalmente, è che le strutture si mantengono con i soldi degli
iscritti - così come gli scioperi rituali e velleitari li pagano
i lavoratori - e anche se questi sono "incoscientemente consenzienti"
ciò non costituisce un buon motivo per subornare ingenui,
tiepidi o opportunisti (come fanno ad esempio alcuni finanziando
costose riviste e centri studi con i soldi degli iscritti). La seconda
è il tradimento delle dichiarazioni di principio iniziali:
assemblearità delle decisioni, rotazioni degli incarichi, ecc.
Non c'è bisogno di commentare e sono dichiarazioni di Tiboni
degli inizi anni '90.
- riformismo. Anche qui bisogna essere chiari: qualche sorta di
riformismo radicale avrebbe una sua ragion d'essere, ma il sindacalismo
di base non ne fa, ovvero non ha un progetto di riforma strutturale
dell'esistente. Il vero riformismo era quello della socialdemocrazia
tedesca del primo dopoguerra e in epoche più recenti quello
della CGIL dei primi anni '70. Oggi c'è, a malapena, una debole
quanto anacronistica difesa del welfare, anzi di brandelli del welfare.
Per concludere crediamo che il nodo che i libertari della Cub in un
prossimo futuro dovranno sciogliere sia: scegliere se continuare a
restare aggregati alla Cub tiboniana come minoranza integrata (seppur
titolare di una progettualità sindacalista-libertaria) o
acquistare autonomia progettuale e organizzativa. Ci rendiamo conto che
non è scelta facile né indolore. Qualunque sia la scelta,
tuttavia riteniamo che un confronto (anche serrato, ma senza pregiudizi
né spirito di parrocchia) tra libertari e anarchici impegnati
nella militanza sindacale sia imprescindibile. Proponiamo che
ciò avvenga in autunno, quando la situazione sarà
più chiara e le necessità imposte dall'acutizzarsi dello
scontro sociale indirizzeranno l'azione di tutti noi.
Guido Barroero, Pietro Stara e altri militanti USI di Genova